Israele, nel cuore dello "Stato dei coloni" dove l'unica legge è la forza (di U. De Giovannangeli)
Israele, nel cuore dello "Stato dei coloni"
. Dominato da una destra militante, fortemente aggressiva, ideologicamente motivata dalla convinzione di essere espressione dei nuovi eroi di Eretz Israel, i pionieri della Grande Israele. Quella che si svela è una verità spiazzante: oggi in Terrasanta, due "Stati" esistono già: c'è lo Stato ufficiale, quello d'Israele, e lo "Stato di fatto", consolidatosi in questi ultimi cinquant'anni: lo "Stato" dei coloni in Giudea e Samaria (i nomi biblici della West Bank). Lo Stato "di fatto" ha le sue leggi, non scritte ma che scandiscono la quotidianità di oltre 400mila cittadini-coloni. Lo "Stato di Giudea e Samaria", è armato e si difende e spesso si fa giustizia da sé contro i "terroristi palestinesi" che, in questa visione manichea, coincidono con l'intera popolazione della Cisgiordania. Uno "Stato" che ha che ha avuto la sua consacrazione il 19 luglio scorso, quando la Knesset ha approvato a stretta maggioranza la legge che definisce Israele "Stato nazionale del popolo ebraico", e che nella norma numero 7 sancisce che "lo Stato vede lo sviluppo dell'insediamento ebraico, (senza delimitarne i confini, ndr) come valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuovere il suo consolidamento".
L'affermarsi
di questo "Stato dei coloni" rappresenta la sconfitta storica del
sionismo. Rifletteva in proposito Zeev Sternhell, il più grande storico
israeliano: "Resto fermamente convinto che il sionismo ha il diritto di
esistere solo se riconosce i diritti dei palestinesi. Chi vuole negare
ai palestinesi l'esercizio di tali diritti non può rivendicarli per se
stesso soltanto. Purtroppo, la realtà dei fatti, ultimo in ordine di
tempo il moltiplicarsi dei piani di colonizzazione da parte del governo
in carica, confermano quanto da me sostenuto in diversi saggi ed
articoli, vale a dire che gli insediamenti realizzati dopo la guerra del
'67 oltre la Linea verde rappresentano la più grande catastrofe nella
storia del sionismo, e questo perché hanno creato una situazione
coloniale, proprio quello che il sionismo voleva evitare".
Nel
2008, il professor Sternhell fu vittima di un attentato che solo per un
"miracolo" non gli costò la vita. Trenta settembre: è quasi mezzanotte
in un tranquillo quartiere residenziale di Gerusalemme Ovest. Sternhell
esce di casa per chiudere il cancello e, in quel preciso istante, una
pipe bomb esplode investendolo in pieno. Per fortuna alcune valigie
hanno attutito l'impatto (il professore era appena tornato
dall'aeroporto), altrimenti l'esplosione l'avrebbe ucciso. Secondo la
polizia, l'attentato è stato meticolosamente pianificato. Qualcuno,
appostato nelle case di fronte, ha seguito il professore, registrato i
suoi movimenti e infine piazzato la bomba per ucciderlo. Non c'è alcun
dubbio sulla matrice politica dell'attentato: attorno all'abitazione la
polizia ha rinvenuto decine di volantini che offrono un milione di
shekel (circa duecentomila euro) a chiunque uccida un membro
dell'associazione pacifista "Peace Now", della quale Sternhell è tra i
fondatori. In un'intervista ad Haaretz rilasciata il giorno dopo
l'attentato, Sternhell denunciò con forza la deriva fuorilegge in cui
sta precipitando lo Stato d'Israele. Secondo Sternhell, "la violenza dei
coloni si sta riversando oltre la Linea Verde dentro Israele. Ci sono
due popolazioni e due sistemi legali nei Territori. Se si permette ai
coloni di picchiare i Palestinesi, sradicare i loro alberi e demolire le
loro abitazioni in West Bank, perché questo non dovrebbe accadere anche
al di qua della Linea Verde?".
E aggiunge che "se questo atto è
stato perpetrato da un soggetto politico, allora questo è l'inizio della
disintegrazione della democrazia in Israele, come successe in Europa,"
riferendosi all'avvento del nazismo in Germania. "La situazione sta
peggiorando rapidamente, a causa della violenza contro i Palestinesi nei
Territori, che non può più essere separata dalla violenza contro gli
ebrei che sostengono i Palestinesi."
Un grido d'allarme rilanciato
da un uomo di destra, ma di una destra moderata, che teme e prende le
distanze da una destra che fa paura. Il suo nome è Moshe Ya'alon. Ecco
alcuni passaggi della dichiarazione con cui ha annunciato, qualche tempo
fa, le sue duplici dimissioni: dal Governo (era ministro della Difesa) e
dalla Knesset (il Parlamento israeliano". "Elementi estremisti hanno
preso il potere nel Paese", avverte Ya'alon. E ancora: "Ho combattuto
con tutte le mie forze contro le manifestazioni di estremismo, violenza e
razzismo nella società israeliana, che minacciano la sua robustezza, e
poco per volta si infiltrano anche nelle Forze di difesa israeliane,
danneggiandole...Ho combattuto con tutte le mie forze contro i tentativi
di delegittimazione della Corte Suprema e dei giudici di Israele,
tentativi che hanno conseguenze nefaste sullo stato di diritto, il che
potrebbe essere disastroso per il nostro Paese".
Per concludere
così il suo possente j'accuse: "In generale, la società israeliana è una
società sana, e la maggioranza di coloro che la compongono è sana di
mente e aspira a un Paese ebraico, democratico e liberale", annota
Ya'alon. "Ma con mio grande dispiacere, estremisti ed elementi
pericolosi hanno preso il sopravvento in Israele e nel Likud e ne stanno
scuotendo le fondamenta minacciando di danneggiare i suoi abitanti".
"Purtroppo, i politici di alto livello nel paese hanno scelto la via
dell'istigazione alla segregazione di parti della società israeliana,
invece di cercare di unificarla. Non posso sopportare che saremo divisi a
causa del cinismo e dell'aspirazione al controllo, e ho espresso il mio
parere sulla questione più di una volta, dato che sono sinceramente
preoccupato per il futuro della società israeliana e il futuro delle
prossime generazioni".
Alle paure di Ya'alon fa da contraltare la
rivendicazione di identità, e di impunità, che nello "Stato" dei coloni.
La violenza dei coloni e degli attivisti di destra israeliani contro i
palestinesi in Cisgiordania è triplicata lo scorso anno passando dai 140
"incidenti" registrati nel 2017 ai 482 del 2018 (dato di metà
dicembre). A rivelarlo è un rapporto di Haaretz. Oltre al pestaggio e al
lancio di pietre, tra gli atti anti-palestinesi sono considerati anche
le scritte razziste, i danni compiuti alle case e alle macchine e il
taglio degli alberi (in particolar modo ulivi).
Questi episodi,
osserva Haaretz, erano diminuiti drasticamente nel 2016 e 2017 rispetto
agli anni precedenti per il maggiore controllo operato dalle autorità
israeliane in seguito all'uccisione di Saad e Riham Dawabsha e del loro
figlio di 18 mesi Ali. Un attacco barbaro (le vittime furono arse vive)
compiuto dai coloni nel 2015 nel villaggio palestinese di Douma
(Nablus). L'atto vile ed efferato ebbe ampia eco mediatica allora,
costringendo le autorità israeliane a mostrarsi per un po' (almeno
apparentemente) più intransigenti nei confronti dei settler. Lo Shin Ben
(Intelligence interna israeliana) arrestò infatti nei giorni e mesi
successivi alcuni estremisti di destra che avevano partecipato o erano
sospettati di aver preso parte alla violenza e istigazione contro i
palestinesi.
Secondo Haaretz, una serie di misure prese a quel
tempo – detenzioni senza accuse, ordini di restrizione, la possibilità
di interrogare i sospettati con metodi duri – contribuì ad abbassare il
numero degli episodi di violenza contro i palestinesi. Tuttavia,
continua il quotidiano, l'anno scorso, un po' per il rilascio degli
attivisti di destra e un po' per la presenza di nuovi gruppi di giovani
israeliani, gli anti anti-palestinesi sono aumentati. Violenza che,
scrive il giornale liberal, è connessa al desiderio di vendetta degli
israeliani per gli attacchi compiuti dai palestinesi. Si è registrato
per esempio un aumento di violenze contro quest'ultimi dopo che lo
scorso ottobre due israeliani sono stati uccisi nell'area industriale
della colonia di Barkan. A pagare la ritorsione è stata soprattutto una
donna palestinese Aisha al-Rab, 47 anni, che è stata uccisa dai coloni a
colpi di pietra mentre viaggiava in macchina. Ieri la stampa israeliana
ha riferito che cinque studenti di un seminario ebraico sono stati
arrestati perché ritenuti responsabili del suo omicidio.
Molti
attacchi contro i palestinesi sono stati registrati lo scorso mese nelle
aree di Ramallah e Nablus (Cigiordania occupata). In particolare, nella
zona vicina agli avamposti della Valle Shiloh e in quella in prossimità
degli insediamenti israeliani di Yitzhar (Nablus) e Amona (Ramallah),
quest'ultimo da poco evacuato dal governo israeliano. Lo scorso mese nel
villaggio di Yasuf (governatorato di Salfit), i residenti palestinesi
si sono svegliati con i pneumatici di 24 macchine bucati e alcune
scritte razziste in ebraico ("Morte agli arabi" tra le più diffuse)
lasciate sulle loro abitazioni. Sono i cosiddetti "price-tag" (tag
mechir in ebraico) ovvero gli atti di ritorsione (il "prezzo da pagare")
compiuti dagli attivisti di destra e coloni israeliani contro i
palestinesi in risposta ad un attacco da parte di quest'ultimi.
Citando
ufficiali della difesa, Haaretz scrive che gli attivisti di destra più
estremisti sono "i giovani delle colline", molti dei quali vivono negli
avamposti illegali della Cisgiordania e il cui numero è stimato intorno
alle 300 unità. Un dato interessante è che la maggior parte dei
responsabili delle violenze è giovanissima (tra i 15 e i 16 anni). Nel
1997, a un anno dal primo mandato di Benjamin Netanyahu come primo
ministro, c'erano circa 150.000 coloni in Cisgiordania. Due decenni dopo
il numero dei coloni è vicino ai 400.000, esclusi i quartieri di
Gerusalemme est oltre la Linea Verde. Questi dati non includono i coloni
che vivevano negli avamposti illegali.
Il "cuore" ideologico
dello "Stato" dei coloni è a Hebron. Le categorie della politica non
possono, da sole, spiegare perché 800 coloni siano disposti a vivere
blindati, e sfidare 200mila palestinesi. Perché a spiegarlo è altro: è
l'essere convinti che quella presenza ha una valenza messianica, perché
qui, ti dicono, è stato incoronato Davide, perché "questa è Eretz
Israel", la Sacra Terra d'Israele, e abbandonare il campo
significherebbe tradire Dio, la Torah, il popolo eletto. Hebron racconta
di una bramosia di possesso assoluto che esclude l'altro da sé, ne
cancella storia e identità, in nome di una "Fede" che non ammette
compromessi.
Tra tre mesi, il 9 Aprile, Israele andrà al voto, per
le elezioni legislative anticipate. Con il centrosinistra che si
spacca, un primo ministro, Benjamin Netanyahu, che da temere ha "solo" i
suoi guai giudiziari, la destra ultranazionalista è data in crescita
nei sondaggi. Nello "Stato" dei coloni non c'è partita: qui non c'è
spazio per pacifisti, sinistri e sionisti. Qui il sionismo è morto.
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