Hagai El-Ad L’IDF non indaga sulle morti di palestinesi ma le insabbia
1 gennaio 2019, + 972
L’esercito
israeliano vorrebbe condurre indagini sui palestinesi che uccide o
ferisce. L’unico problema? Non è in grado di farlo seriamente.
Poco
più di un anno fa, l’ultimo giorno dell’ottobre 2017, Muhammad Musa e
sua sorella Latifah stavano viaggiando verso Ramallah per fare delle
commissioni. Poco dopo che si erano filmati in un corto video lungo il
percorso, alcuni soldati aprivano il fuoco contro la loro auto nei
pressi dell’incrocio di Halamish. Latifah rimaneva ferita, Muhammad
ucciso. Lui aveva 26 anni.
L’inchiesta
di B’Tselem sulla sua uccisione è stata resa pubblica circa 5 settimane
dopo e includeva una serie di racconti di testimoni oculari come
dichiarazioni di paramedici che erano arrivati sul posto. Uno di questi
testimoni, Muhammad Nafe’a, è stato identificato con nome e cognome,
foto, indirizzo e occupazione.
Eppure
circa sei mesi dopo, nel maggio 2018, la “Military Police
Investigations Unit” [Unità Investigativa della Polizia Militare] (MPIU)
stranamente ha scritto a B’Tselem che sarebbe stata molto grata “di
avere le informazioni personali complete di Muhammad Nafe’a per
contattarlo e per fare in modo che rilasciasse la sua dichiarazione in
materia.”
Benvenuti
nell’universo parallelo noto come “inchieste della MPIU”. In questo
universo le “inchieste” procedono alla velocità della luce e l’esercito –
che controlla totalmente la Cisgiordania e non ha molti problemi ad
avere nelle sue mani i palestinesi – agisce come se non potesse
individuare un testimone senza l’assistenza di un’organizzazione per i
diritti umani, persino quando i suoi dati sono a disposizione di
chiunque, insieme al resto delle prove di un’inchiesta indipendente resa
pubblica da molto tempo.
Se
questa fosse una commedia, la goffaggine e l’assurdità di tutto ciò
sarebbero veramente divertenti. Ma questa è realtà, non teatro. Fare
indagini sulle uccisioni è estremamente importante, sia in termini di
giustizia per le vittime che per evitare il ripetersi di altri
incidenti.
La
penosa esibizione nell’”inchiesta” sull’uccisione di Muhammad Musa non è
un’eccezione – è parte di una politica di lunga data di un sistema di
applicazione delle leggi militari che colpisce centinaia, se non più, di
casi di uccisioni, ferimenti e violenze. La vasta esperienza acquisita
da B’Tselem nel corso di decenni, mentre cercava di promuovere
l’assunzione di responsabilità, ha dimostrato che il sistema non ha
nessun interesse reale nel promuovere indagini e nel rendere giustizia
alle vittime. Il suo principale obiettivo è creare l’apparenza di un
sistema giudiziario funzionante, mentre in realtà insabbia i reati e
protegge quelli che provocano danni senza giustificazione.
Ecco
i dati: dall’inizio della Seconda Intifada, alla fine del 2000, fino al
2015 B’Tselem ha chiesto alla MPIU di aprire un’inchiesta su 739 casi
in cui soldati hanno ucciso o in qualche modo danneggiato palestinesi.
Il 97% di questi casi sono stati chiusi sia dopo che è stata condotta
un’“inchiesta”, sia persino senza che fosse neppure iniziata. Solo in 25
casi sono stati presentati capi d’accusa. Il numero di sentenze è
naturalmente persino molto più basso. Inutile dire che quasi nessuno è
stato ritenuto colpevole.
Questi
dati sono il risultato diretto del modo in cui funziona il sistema. In
primo luogo, esso è inaccessibile ai palestinesi che presentano una
denuncia – le vittime che si suppone protegga. In secondo luogo, le
indagini si trascinano per mesi, persino per anni, e sono quasi
esclusivamente basate su interrogatori con i sospetti e in qualche caso
con le vittime, invece che su prove esterne. Senza prove la Procura
Militare per le Questioni Operative, che riceve le pratiche delle
inchieste, può chiuderle proprio per questa ragione.
La
Procura Generale militare, che è incaricata sia di dare indicazioni
all’esercito in merito alla legalità delle sue azioni e direttive, sia
di decidere se iniziare un’indagine sugli incidenti scaturiti da quelle
stesse azioni e direttive, si trova in un conflitto di interessi. Come
se non bastasse, l’intero sistema si limita a verificare la condotta dei
soldati sul terreno invece di quella degli alti ufficiali e dei
decisori politici. In queste circostanze la sua idoneità a fare
realmente giustizia è estremamente ridotta.
Circa
due anni e mezzo fa B’Tselem ha deciso di smettere di chiedere
all’esercito israeliano di aprire inchieste e di essere complice degli
insabbiamenti della MPIU. Da allora l’organizzazione ha continuato a
condurre indagini indipendenti sui casi in cui le forze di sicurezza
colpiscono palestinesi ed ha fatto inchieste sulla maggior parte degli
incidenti in cui civili palestinesi sono stati uccisi. B’Tselem non
contatta più la MPIU, ma rende noti i propri risultati all’opinione
pubblica, come per la morte di Muhammad Musa e di centinaia di persone
come lui.
Benché
la posizione di B’Tselem sia pubblica e ben nota, i funzionari della
MPIU occasionalmente inviano ancora all’organizzazione ogni sorta di
richieste riguardanti loro “indagini”. A volte chiedono informazioni che
sono già state rese pubbliche, altre volte chiedono di aiutarli a
trovare testimoni che l’esercito non ha nessuna difficoltà a trovare, e
così via.
B’Tselem
ha ricevuto simili richieste riguardanti l’uccisione di Ahmad Zidani,
un palestinese diciassettenne che è stato ucciso dalle forze di
sicurezza mentre stava scappando da loro; o di Ali Qinu, anche lui di 17
anni, che è stato colpito alla testa dai soldati; o di Ahmad Salim, 28
anni, colpito a morte in testa; o di Muhammad Musa.
Recentemente
B’Tselem ha ricevuto un’altra lettera dalla MPIU relativa a quello che
questa definisce “le circostanze della morte di Muhammad Habali,” un
palestinese con problemi mentali che è stato colpito alla testa da
soldati all’inizio di dicembre. I soldati hanno sparato da una distanza
di circa 80 metri mentre Habali si stava allontanando di corsa da loro;
non rappresentava un pericolo. Nella lettera l’investigatore della MPIU
afferma che condurrà un’”inchiesta approfondita”, e chiede le riprese
video e le informazioni per prendere contatto con un testimone. B’Tselem
ha già messo in rete le riprese video inedite complete. La ripetuta
richiesta della MPIU di informazioni per avere dati personali la dice
lunga sulla vera natura delle sue inchieste.
Ed ecco la risposta che B’Tselem ha inviato al comandante della MPIU col. Gil Mamon:
“Nella
sua lettera lei ci ha contattato riguardo all’‘avvenimento riguardante
la morte di Muahammad Habali’ a Tulkarem il 4 dicembre 2018.
A
quanto pare la carta non arrossisce. Tuttavia, dato che lei si è
superato, è necessario mettere le cose in chiaro e precisare che quello a
cui lei si riferisce come la ‘circostanza della morte’ è stata
l’uccisione da lontano di un passante da parte di un soldato.
Inoltre
nella sua lettera lei sottolinea che ha intenzione di condurre
un’‘inchiesta approfondita’ per ‘scoprire la verità’. Tuttavia, dati i
nostri anni di esperienza con il meccanismo di insabbiamento denominato
MPIU, la prima parte non è vera, e la seconda non avverrà.
Per
inciso, notiamo che, contrariamente al modo in cui nella sua lettera ha
scritto il nome dell’organizzazione, non si tratta di un acronimo. Il
nostro nome è una parola biblica, B’Tselem, ‘nell’immagine di’. Vedi
Genesi 1:27: ‘E dio creò l’uomo a sua immagine. Nell’immagine di dio lo
creò.’”
B’Tselem
è impegnata a continuare il suo lavoro indipendente documentando le
violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza nei
territori occupati e la mancanza dell’obbligo di rendere conto di questi
atti da parte delle autorità dello Stato. L’organizzazione tuttavia
continuerà il suo lavoro senza il sistema di applicazione delle leggi
militari, che perpetua questa violenza sul terreno. Collaborare con
questo inganno non è solo semplicemente inutile, ma è dannoso, in quanto
conferisce credibilità a un sistema che dovrebbe essere condannato,
consentendogli di continuare a legittimare violazioni dei diritti umani.
Non
si tratta solo di una questione teorica. La totale mancanza di
responsabilizzazione per l’uccisione e la violenza significa che esse
verranno sicuramente ripetute. È per questo che B’Tselem continuerà a
fare indagini, a renderle pubbliche e a svelare la verità riguardo
all’insabbiamento della cosiddetta applicazione della legge – finché
l’occupazione non avrà termine.
L’autore
è il direttore esecutivo di B’Tselem, il Centro di Informazione
Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati. Questo articolo è
stato pubblicato per la prima volta in ebraico su “Local Call” [Chiamata Locale, sito israeliano di notizie affiliato a +972, ndtr.].
(traduzione di Amedeo Rossi)
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