Ghada Karmi
Presunto
luogo di nascita di Gesù Cristo, Betlemme occupa un posto centrale
nella fede cristiana. Eppure sono molti i fedeli che ignorano che questa
città si trova in Palestina e che è soggetta alla spietata occupazione
di Israele
“O
little town of Bethlehem/How still we see thee lie/Above thy deep and
dreamless sleep/The silent stars go by” (“Oh, piccola città di
Betlemme/Dormi tranquillamente/Al di sopra del tuo sonno profondo e
senza sogni/ passano le stelle silenziose”), intona il celebre canto
natalizio anglosassone. La vigilia di Natale, la messa di mezzanotte ha
risuonato nella chiesa della Natività a Betlemme, secondo la leggenda
luogo di nascita di Gesù Cristo, che proclamò che avrebbe portato “la
pace agli uomini sulla Terra”.
La vera Betlemme
Niente
è più lontano dalla verità dell’immagine di una Betlemme calma e
tranquilla trasmessa da questo canto di Natale scaturito dalla pia
immaginazione di un cristiano occidentale dell’epoca vittoriana.
Generazioni di bambini cristiani l’hanno imparata e il suo potere mitico
è tale per cui pochi tra loro sanno dove si trovi Betlemme e quale sia
la vera situazione.
Recentemente
un’amica inglese molto colta che conosco da anni è rimasta sorpresa di
sapere che Betlemme si trova in Palestina. Nella sua mente la città era
più una leggenda che un luogo reale e, se avesse dovuto associarla a una
comunità, sarebbe stato a quella ebraica.
Ora,
la città che ho visto durante una visita in Palestina all’inizio
dell’anno era un simulacro del luogo evocato da questo canto di Natale e
una messa in discussione senza appello del cristianesimo occidentale
per avere vilmente fallito nel sostenere uno dei suoi santuari più
sacri. Nella Betlemme di oggi, il sonno “senza sogni” sembra piuttosto
un incubo, e la città non potrà essere “calma” che quando finirà
l’occupazione israeliana.
Il vandalismo brutale di Israele
Betlemme
ed i villaggi che la circondano, Beit Jala e Beit Sahour, figurano
tradizionalmente tra i luoghi più cristiani della Palestina, anche se
oggi Betlemme è abitata da una maggioranza di musulmani.
Prima
dell’occupazione israeliana del 1967 la città era un importante centro
sociale, culturale ed economico, così come uno dei luoghi più antichi
della Palestina. Il suo nome, Beit Lahem (Casa di Lahem) risale
all’epoca cananea [dalla popolazione che visse in Palestina prima degli
ebrei, ndtr.], quando ospitava il santuario del dio cananeo Lahem.
L’architettura
di Betlemme testimonia della sua ricca storia. Al periodo romano e poi
bizantino, al quale risale la costruzione nel 327 della chiesa della
Natività da parte dell’imperatrice Elena sopra la grotta dove sarebbe
nato Gesù, fecero seguito le conquiste musulmane nel 637, l’occupazione
dei crociati nel 1099 fino alla riconquista della Palestina da parte del
Saladino nel 1187, poi all’inizio del XVI secolo la dominazione degli
ottomani, che costruirono i bastioni della città, fino al Mandato
britannico dal 1922 al 1948.
Nel
1967 Israele occupò Betlemme e il resto della Cisgiordania durante la
guerra dei Sei Giorni e nel 1995, in seguito agli accordi di Oslo, la
città venne trasferita all’Autorità Nazionale Palestinese, anche se
rimase sotto il complessivo controllo di Israele. Nessuno dei periodi
storici che hanno preceduto l’occupazione israeliana ha avuto un livello
di vandalismo e di distruzioni simile a quello che avviene attualmente.
Mentre
percorrevo in auto i 9 km che separano Gerusalemme da Betlemme ho
sbagliato strada e mi sono ritrovata su un’autostrada moderna dove non
si vedeva nessun automobilista palestinese. Ero finita per caso su una
circonvallazione riservata agli ebrei, una delle due che circondano
Betlemme per servire le colonie dei dintorni.
Ho subito capito lo scopo dell’operazione: affermare che nella regione vivono solo gli ebrei.
Un luogo triste
Ventidue
colonie israeliane circondano Betlemme, tagliando le sue uscite e
confiscando le sue terre agricole. Dominando le colline attorno, queste
colonie ospitano più abitanti di tutta Betlemme e dei suoi dintorni. A
nord si trova Har Homa, una colonia costruita nel 2000 su una collina
una volta densamente ricoperta di boschi, Jabal Abu Ghneim.
Israele
ha sradicato gli alberi di Jabal Abu Ghneim e li ha sostituiti con
delle case monotone, tutte identiche, minacciando inoltre di trasformare
il luogo in una copia di Betlemme per turisti. Nokidim, a est, è
l’attuale luogo di residenza dell’ex-ministro della Difesa israeliano,
l’ultranazionalista Avigdor Lieberman.
Dal
2015 Israele ha chiuso l’accesso alla fertile valle di Betlemme,
Cremisan, ai suoi proprietari palestinesi, e lo scorso giugno ha
annunciato uno sviluppo massiccio delle colonie situate lungo la strada
che unisce Gerusalemme a Betlemme.
La
tomba di Rachele, monumento storico di Betlemme sulla strada principale
che porta a Gerusalemme e zona tradizionalmente animata da negozi e
ristoranti, ora è riservata esclusivamente agli ebrei e il suo acceso è
impedito ai palestinesi dal muro di separazione.
I
fedeli musulmani che venerano la tomba (e che l’hanno costruita) non
possono più andarci. È un luogo triste, deserto, senza vita. All’ombra
del muro la maggior parte dei negozi ha chiuso le porte e, man mano che
il cerchio di stringe attorno a Betlemme, presto non ne resterà più
nessuno.
L’implacabile
penetrazione di Israele nel cuore di Betlemme è senza appello. La città
è deliberatamente isolata dietro l’impressionante barriera di
separazione, circondata da posti di controllo, e la sua economia è
strangolata. Una volta la sua principale risorsa era il turismo, che
richiamava due milioni di visitatori all’anno e vantava un prospero
mercato di souvenir, soprattutto di sculture di legno d’ulivo e di
madreperla fatte a mano.
Era
anche una ricca regione agricola, dotata di una prospera industria
vinicola. Oggi la maggior parte delle sue terre è stata confiscata da
Israele e le restrizioni draconiane imposte dalle autorità israeliane
agli spostamenti verso e da Betlemme hanno notevolmente ridotto il
numero di turisti e di pellegrini.
Attualmente,
con una popolazione di 220.000 abitanti, di cui 20.000 rifugiati,
Betlemme ha il tasso di disoccupazione più alto dei territori
palestinesi occupati, subito dopo Gaza.
Salvare Betlemme
Durante
il mio ultimo soggiorno a Betlemme sono andata all’hotel Walled Off,
all’entrata di Betlemme. Lì ho vissuto un’esperienza impressionante
dell’occupazione israeliana. L’hotel in effetti è un’installazione
creata dall’artista britannico Banksy per mettere in luce la tragica
sorte di Betlemme.
L’unica
vista che si possa contemplare dalle finestre dell’hotel è quella
dell’orrendo muro costruito da Israele, le cui immense lastre grigie non
sono che a qualche metro. Sporgendosi in avanti si possono quasi
toccare. Mi ricordo di come le sue sinistre torri di guardia e le sue
telecamere di sorveglianza mi abbiano oppressa. Era una scena uscita
direttamente da un film dell’orrore.
Per
ora, e nonostante le delegazioni della Chiesa, le visite papali e le
pubbliche espressioni di preoccupazione, niente di quanto hanno fatto i
cristiani ha frenato o arrestato la distruzione da parte di Israele di
una città particolarmente sacra per la cristianità. E allora, se non
possono fare niente per salvare Betlemme, smettano almeno di intonare un
canto che si prende gioco della triste realtà della città.
– Ghada Karmi è medico, docente universitaria e scrittrice palestinese.
Le
opinioni espresse in questo articolo impegnano solo l’autrice e non
riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.
(traduzione di Amedeo Rossi)
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