Condannato a 35 anni di carcere un diciassettenne: minori palestinesi e giustizia israeliana
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Akram Al-Waara
4 gennaio 2019, Middle East Eye
Le
famiglie palestinesi accusano i tribunali israeliani di procrastinare
deliberatamente le udienze in modo che i loro figli ricevano sentenze
più pesanti
Ramallah, Cisgiordania occupata
– Sono passati quasi 3 anni da quando Omar Rimawi è stato arrestato per
aver colpito e ucciso un colono israeliano in un supermercato della
Cisgiordania occupata. Aveva 14 anni.
Da
allora l’adolescente è rimasto dietro le sbarre. La sua famiglia
attende con ansia la sentenza finale di condanna del figlio, che si
prevede verrà emessa da un giudice militare israeliano il 14 gennaio.
“Sono stati tre anni di agonia,” dice a Middle East Eye
il padre di Omar, il cinquantunenne Sameer Rimawi. “Ogni volta che il
tribunale si riunisce pensiamo che sarà il giorno [della sentenza], ma
non è ancora arrivato.”
“Quando è entrato in prigione era un ragazzino, ora ha 17 anni, quasi 18,” dice suo padre.
Nei
tre anni in cui Omar è stato in prigione, i tribunali militari
israeliani hanno ignorato le pressioni da parte della famiglia e degli
avvocati e rifiutato di emettere la sentenza contro il ragazzo del
villaggio di Beituniya, nella parte centrale della Cisgiordania
occupata.
La
famiglia Rimawi è convinta che il tribunale stia rimandando la sentenza
contro Omar per una semplice ragione: dato che è più grande, il
tribunale può giustificare il fatto di comminargli una condanna più
pesante in carcere, una tattica che i difensori dei diritti umani
affermano essere una prassi usuale del sistema giudiziario israeliano.
“Ogni anno che passa il rischio di una sentenza più grave aumenta,” dice Sameer Rimawi della vicenda del figlio.
La
famiglia aveva sperato che nei confronti di Omar si sarebbe esercitata
una certa clemenza per via dell’età, ma queste speranze si sono infrante
quando Ayham Sabbah, amico di Omar, è stato condannato a 35 anni di
prigione.
Ayham,
che ora ha anche lui 17 anni, era con Omar il giorno
dell’accoltellamento, ed entrambi sono accusati di aver portato a
termine insieme l’aggressione.
“Ayham
non aveva ancora 18 anni quando lo hanno condannato a 35 anni di
carcere,” dice Rimawi, e aggiunge che il pubblico ministero israeliano
aveva chiesto per Omar l’ergastolo e il pagamento di una multa di 5
milioni di shekel (circa 1.180.000 €).
Preghiamo dio che Omar non debba subire la stessa sorte, ma sappiamo che Israele non si preoccupa dei diritti dei minori.”
Nel
modesto soggiorno del suo appartamento di tre camere da letto a
Beituniya, Bassem Sabbah siede calmo con le gambe incrociate e le dita
intrecciate.
Quando gli si chiede di suo figlio Ayham, l’insegnante palestinese si irrigidisce e le mani iniziano ad agitarsi.
Il
17 dicembre ha ricevuto la peggiore notizia della sua vita: Ayham, il
maggiore dei suoi due figli adolescenti, è stato condannato a 35 anni di
carcere e gli è stato imposto di pagare una multa di 1.25 milioni di
shekel (quasi 300.000 €).
“Siamo
rimasti scioccati,” dice Bassem a MEE. “Ayham era solo un bambino
quando è stato arrestato – lo è ancora, non è neppure maggiorenne.”
La
famiglia della vittima, il soldato israeliano ventunenne Tuvia Yanai
Weissman, che all’epoca era in congedo, ha detto di essere rimasta
delusa perché l’adolescente palestinese non è stato condannato
all’ergastolo. Nell’attacco un altro uomo era rimasto ferito.
Due ragazzi in Israele
Ayham
e Omar sono stati arrestati il 18 febbraio 2016 dalle forze israeliane
nel supermercato “Rami Levy” nell’area industriale di Shaar Binyamin.
All’epoca
del loro arresto i due sono stati colpiti e gravemente feriti da un
passante. La famiglia sostiene che dopo l’arresto Ayham non è stato
curato e i suoi diritti in quanto minorenne sono stati ripetutamente
violati.
“É
stato interrogato in ospedale mentre era in condizioni critiche, senza
la presenza mia, di sua madre e neppure del suo avvocato,” dice Bassem,
aggiungendo che Ayham è stato obbligato a firmare documenti in ebraico,
una lingua che non capisce.
Da
allora l’adolescente è stato tenuto nella prigione israeliana di Ofer
per l’uccisione di Weissman. Ayham è comparso più di 30 volte davanti al
tribunale militare israeliano.
“Il
tribunale ha avuto più di 30 possibilità di emettere una sentenza, ma
ha solo temporeggiato, affermando di aspettare nuove prove o
testimonanze contro Ayham,” dice Bassem.
Ma, afferma Bassem, le nuove prove e le testimonianze oculari non sono mai arrivate.
“Di
solito la famiglia di un accusato non vorrebbe che le prove a carico
vengano ammesse in aula,” dice Bassem. “Ma noi abbiamo pregato il
giudice di accettare in tribunale come prova la ripresa delle telecamere
di sorveglianza del giorno dell’aggressione.”
“In
realtà volevamo che il tribunale accettasse la prova in modo da
concludere il caso ed emettere la sentenza contro Ayham al più presto,”
afferma.
La
famiglia credeva che, nonostante i tentativi della procura di ottenere
l’ergastolo, il giudice sarebbe stato clemente dato che Ayham era un
ragazzino e non aveva ancora raggiunto la pubertà al momento
dell’attacco.
In
base alle leggi internazionali e dei diritti umani si dovrebbero
prendere in considerazione alcuni fattori quando si mette in prigione e
si condanna un bambino,” dice suo padre. “Ma il tribunale israeliano non
ne ha tenuto conto.”
“Trentacinque
anni non è solo una condanna pesante, è scandalosa,” continua Bassem.
“Ayham era solo un bambino, non capiva quello che stava facendo.”
Quando
gli si chiede perché Ayham, descritto dai genitori come un ragazzo
studioso e giocoso, abbia commesso una simile azione, Bassem indica la
finestra verso l’esterno.
“Guarda
l’occupazione tutt’intorno,” afferma. “Perché un bambino lascerebbe i
suoi libri e il pallone per accoltellare qualcuno? A causa di quello che
gli israeliani hanno fatto alla nostra terra, di come ci hanno
aggrediti, arrestati e uccisi per anni con l’occupazione, giorno dopo
giorno.
È
questo che fa pensare ai ragazzini palestinesi: quale futuro avrò sotto
questa occupazione? Questo li porta a commettere un’aggressione.”
Agli occhi della corte
Ogni
anno circa 700 palestinesi della Cisgiordania al di sotto dei 18 anni
sono processati da tribunali militari israeliani, che, secondo i gruppi
per i diritti umani “Addameer” [“Coscienza”, ong palestinese che si
occupa dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, ndtr.] e
“Defense for Children International – Palestine” [Difesa Internazionale
dei Minori – Palestina] (DCIP), vantano una percentuale di condanne del
99,7%.
Le
leggi militari israeliane consentono che i bambini della Cisgiordania
occupata e di Gaza dai 12 anni in su vengano condannati a pene
detentive.
Fino
a pochi anni fa la prassi israeliana consentiva che i minori
palestinesi di un’età dai 16 anni in su fossero giudicati e condannati
dai tribunali militari israeliani come adulti.
Nonostante
un ordine militare del 2011 che alzava da 16 a 18 anni l’età della
responsabilità giuridica dei palestinesi nel sistema dei tribunali
militari, gli analisti sostengono che la prassi di giudicare ragazzini
dai 16 anni in su come se fossero adulti è rimasta per lo più invariata.
“Ci
sono linee guida per le sentenze che limitano la possibilità del
tribunale di condannare un minore a una lunga pena detentiva se ha meno
di 15 anni,” dice a MEE Dawoud Yousef, analista per i diritti umani che
risiede in Cisgiordania.
“Per
cui quello che tendono a fare i tribunali è di aspettare finché hai 16
anni in modo da poterti condannare come un adulto,” continua. “In
teoria, ragazzini con meno di 18 anni non dovrebbero essere condannati a
35 anni, ma non ci sono norme o disposizioni che impediscano ai
tribunali di farlo.”
Secondo Yousef, la ragione per cui le corti militari israeliane ritardano le condanne di minori palestinesi è duplice.
“Non
solo i tribunali militari perseguono indiscriminatamente il massimo
della pena per i palestinesi, ma è anche una questione di immagine di
fronte alla comunità internazionale,” afferma Yousef.
Alcuni
gruppi per i diritti umani da tempo accusano i tribunali militari
israeliani di fungere da “corti fantoccio” che, invece di funzionare
come sistema di giustizia e per chiedere conto di reati, sono utilizzate
come strumento di dominio, come estensione della sovranità israeliana
nei territori palestinesi occupati.
“Per
lo Stato di Israele è estremamente importante che questi tribunali
continuino a conservare almeno una parvenza di legittimità
internazionale,” continua Yousef.
“Così
in molti casi questo vuol dire aspettare finché i ragazzini sono più
grandi, e che lo sembrino anche fisicamente, il che consente ai
tribunali di giustificare condanne a pene più lunghe.”
Oggetti taglienti
Solo
due settimane prima che Ayham Sabbah venisse condannato, Israele ha
liberato, dopo tre anni di prigione, i detenuti palestinesi Shadi Farrah
e Ahmad al-Zaatari, entrambi quindicenni.
I
due ragazzi, titolari di carte d’identità di Gerusalemme, sono stati
arrestati nel 2015 a 12 anni con l’accusa di tentato omicidio, facendo
di loro i prigionieri palestinesi più giovani del momento.
Le
forze israeliane sostenevano che al momento del loro arresto i
ragazzini fossero in possesso di oggetti affilati e stessero progettando
di attuare un’aggressione nella zona.
Nonostante
la loro recisa smentita che i ragazzini stessero pianificando una
qualunque sorta di aggressione, nel novembre 2016 le famiglie Farrah e
Zaatari hanno accettato un patteggiamento che ha visto i ragazzini
condannati a tre anni, compreso il periodo già scontato, in un carcere
minorile israeliano.
“Siamo
stati obbligati ad accettare il patteggiamento, benché i ragazzini non
avessero fatto niente di male,” dice a MEE la madre di Shadi, Fariha
Farrah.
“Il
pubblico ministero ci ha minacciati, affermando che se non avessimo
accettato il patteggiamento, avrebbero iniziato a rimandare la condanna
di Shadi fino al compimento dei 14 anni, nel qual caso avrebbe ricevuto
una condanna ancora più lunga,” afferma la quarantenne.
A
differenza dei minorenni palestinesi della Cisgiordania, quelli
palestinesi con residenza a Gerusalemme est o con cittadinanza
israeliana sono giudicati dai tribunali penali israeliani, non da corti
militari.
In
base alle leggi del codice penale israeliano, i minorenni con meno di
14 anni possono essere condannati solo a pene da scontare in strutture
per minori. Una volta che abbiano superato i 14 anni, possono scontare
la pena in una struttura carceraria insieme a prigionieri palestinesi
adulti.
In
quelli che Israele definisce casi “di sicurezza” – in genere
riferendosi a casi in cui palestinesi sono accusati di aggredire
israeliani – i minori palestinesi di Gerusalemme incarcerati non
ricevono pene ridotte. Per ogni condanna o imputazione che prevede una
pena massima al di sopra dei sei mesi, i minori dai 14 anni in su
vengono condannati a pene uguali a quelle degli adulti.
“Il
pubblico ministero non ha prodotto alcun testimone che potesse deporre
contro Shadi, ma il tribunale ha iniziato a rimandare e rimandare la
sentenza senza alcuna ragione, “continua Farrah. “Stavamo facendo una
corsa contro il tempo per essere sicuri che Shadi ricevesse una sentenza
prima di compiere 14 anni.”
“Avevamo
visto quello che era successo ad Ahmed Manasra, come hanno iniziato a
rinviare la sentenza, e questo ci ha terrorizzati tanto da accettare il
patteggiamento,” sostiene.
Pochi
mesi prima della condanna di Shadi, nel novembre 2016, un tribunale
israeliano aveva condannato il quattordicenne Ahmad Manasra a 12 anni di
prigione per tentato omicidio.
Manasra,
il cui processo ha fatto notizia, aveva solo 13 anni quando lui e suo
cugino hanno colpito e ferito gravemente due israeliani nei pressi di
una colonia israeliana nella Gerusalemme est occupata.
Israele
è stato universalmente criticato per aver rimandato la condanna di
Manasra fin dopo il compimento dei 14 anni, età in cui era abbastanza
grande perché in base alle leggi israeliane gli venisse comminata una
detenzione più pesante.
Quello
stesso anno i tribunali israeliani hanno condannato a lunghe pene
detentive per tentato omicidio molti altri minori palestinesi di
Gerusalemme che sarebbero stati coinvolti in presunte aggressioni
all’arma bianca tra il 2015 e il 2016.
Doppio standard
Ognuna
delle famiglie Rimawi, Sabbah e Farrah ha espresso le stesse
rimostranze: se i ruoli fossero stati invertiti, questo non sarebbe
avvenuto.
“Sappiamo che in queste situazioni il razzismo è uno dei fattori decisivi,” dice Bassem a MEE.
“Se un colono israeliano minorenne uccidesse un palestinese, pensi che gli toccherebbe la stessa sorte di mio figlio? Assolutamente no,” afferma.
“Gli
israeliani che attacchino o uccidano dei palestinesi sono giudicati,
ammesso che lo siano, nei tribunali civili,” sostiene Rimawi. “Ma se un
minore palestinese lancia una pietra, viene giudicato da un tribunale
militare. Che razza di sistema giudiziario è questo?”
Sabbah
e gli altri genitori segnalano casi di minori, e adulti, israeliani che
hanno ucciso o aggredito dei palestinesi e se la sono cavata con
condanne molto meno pesanti dei loro figli, e persino senza nessuna
condanna.
“Guarda
il caso dei ragazzi che hanno rapito e bruciato vivo Mohammed Abu
Khdeir nel 2014,” dice Sabbah, sottolineando il fatto che uno degli
adolescenti condannati sta scontando una condanna a 21 anni, rispetto ai
35 di Ayham Sabbah.
“Guarda
Elor Azaria,” dice Fariha Farrah, “è stato ripreso in un video mentre
giustiziava Abd al-Fattah al-Sharif, e ha passato 8 mesi in prigione.”
Farrah
aggiunge che, durante il processo a suo figlio Shadi, l’avvocatessa
israeliana della famiglia stava difendendo anche un colono israeliano
minorenne che aveva aggredito un soldato israeliano.
“Il
ragazzo israeliano che stava difendendo è stato rilasciato e gli è
stata comminata una lieve ammenda, ed egli aveva aggredito uno dei loro
soldati,” afferma. “Mio figlio aveva 12 anni ed è stato in prigione per 3
anni perché avrebbe “pianificato” un attacco, quando non ha neppure
alzato le mani su qualcuno.”
All’inizio
della scorsa estate l’Alta Corte israeliana ha rilasciato un colono
israeliano coinvolto nel 2015 nell’incendio di una casa palestinese che
ha ucciso un neonato palestinese e i suoi genitori della famiglia
Dawabsheh.
La
Corte ha liberato il colono dopo che aveva trascorso due anni in
prigione con il pretesto che era minorenne al momento del gravissimo
attacco. Gli sono stati comminati gli arresti domiciliari.
“Hanno bruciato vivo un neonato, e l’hanno fatta franca,” dice Farrah.
“Quello che fanno per i minori israeliani dovrebbero farlo anche per quelli palestinesi,” continua Sabbah.
“In tutto il mondo i minorenni non sono giudicati come gli adulti, anche se hanno fatto un errore,” dice.
“C’è
una cosa chiamata infanzia – che dovrebbe essere rispettata. Ma sotto
occupazione, i nostri ragazzini stanno passando la loro infanzia in
prigione.”
(traduzione di Amedeo Rossi)
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