Una sconfitta bruciante nella sua ultima battaglia al
palazzo di Vetro. L'ultima battaglia di Nikki Haley, l'ambasciatrice
statunitense alle Nazioni Unite che a fine anno lascerà – lei dice per
sua scelta - la carica E lo farà con una risoluzione, proposta dagli Stati
Uniti, bocciata. Ieri l'Assemblea generale ha bocciato la mozione Usa
che chiedeva la condanna di Hamas per il lancio di razzi verso il
territorio israeliano e per incitamento alla violenza. Servivano i due terzi dei voti in Assemblea per farla passare, ma la risoluzione ha ottenuto solo 87 sì, contro
57 no e 33 astensioni. Non sono servite le parole di Haley che poco
prima del voto definiva Hamas "il più ovvio e grottesco caso di
terrorismo del mondo".
"L'Assemblea Generale ha approvato oltre
700 risoluzioni che condannano Israele. E non una sola risoluzione che
condanna Hamas. Questo, più di ogni altra cosa, è una condanna delle
stesse Nazioni Unite", ha sostenuto nel suo intervento l'ambasciatrice
statunitense. Tra i 57 contrari, oltre alla totalità dei Paesi arabi, si
sono schierati anche Cina, Russia, Iran, Cuba e Venezuela. L'India, che
pure negli ultimi tempi si è avvicinata allo Stato ebraico, si è
astenuta. Washington è invece riuscita a incassare l'appoggio dei membri
dell'Ue e degli alleati fedeli come Giappone, Canada e Australia oltre a
numerose nazioni dell'America Latina tra cui Messico, Argentina,
Brasile e Colombia. Immediata è giunta la reazione di Hamas: su Twitter
il portavoce del movimento Sami Abu Zahri ha bollato il voto come "uno
schiaffo" all'amministrazione Trump.
"Il fallimento dell'avventura
americana alle Nazioni Unite rappresenta uno schiaffo per
l'amministrazione e la conferma della legittimazione della resistenza".
In un comunicato ufficiale Hamas ha ringraziato l'Onu per essersi posto
al fianco "della resistenza del nostro popolo e la giustizia della
nostra causa", per poi attaccare Haley, "nota per il suo estremismo e le
sue posizioni di sostegno al terrorismo sionista in Palestina".
Mercoledì scorso il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, aveva inviato una
lettera aperta alla presidente dell'Assemblea Generale delle Nazioni
Unite, Maria Fernanda Espinosa, e agli Stati membri nella quale
sosteneva che la risoluzione americana intendeva solo delegittimare la
resistenza palestinese chiedendo nel contempo di rigettare la
risoluzione.
Anche il presidente dell'Autorità nazionale
palestinese (Anp), Mahmoud Abbas ha elogiato il risultato. "La
presidenza ha ringraziato tutti gli stati che hanno votato contro la
bozza di risoluzione americana, affermando che non permetterà la
condanna della lotta nazionale palestinese", ha dichiarato l'ufficio
dell'Autorità Palestinese in un comunicato. Il premier israeliano,
Benjamin Netanyahu, ha comunque ringraziato gli 87 Paesi che hanno
votato a favore del testo. "Anche se non ha raggiunto la maggioranza dei
due terzi, questa è la prima volta che la maggioranza dei Paesi
(dell'Onu) vota contro Hamas e ringrazio tutti gli 87 Paesi che hanno
assunto una posizione di principio contro Hamas", ha commentato. Il
segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha invece criticato
l'Assemblea generale per l'esito della votazione. "Solo pochi giorni
dopo che Hamas ha sparato indiscriminatamente migliaia di missili contro
i cittadini israeliani, l'Onu non è stata in grado di adottare una
risoluzione che condanni questa banda di terroristi. E' un altro
vergognoso atto di pregiudizio nei confronti dello Stato ebraico", ha
sentenziato l'ex direttore della Cia.
Quanto al tycoon di
Washington, Haley rappresenta già il passato. Oggi, infatti, il
presidente ha comunicato il nome della prossima ambasciatrice al Palazzo
di Vetro: Heather Nauert, attuale portavoce del Dipartimento di Stato,
un passato da corrispondente ed ex conduttrice di Fox New. Secondo quanto scritto dalla Bloomberg,
Nauert – che si è incontrata con Trump per parlare dell'offerta a fine
ottobre e avrebbe accettato soltanto un mese dopo, dunque pochi giorni
fa – sarebbe una scelta "non ortodossa", data la poca esperienza che ha
con incarichi governativi, e con la politica estera soprattutto. In
attesa del cambio, i riflettori sono ancora puntati su Haley.
Quello
di ieri è stata per l'ex governatrice della Carolina del Sud proprio un
giorno da dimenticare. Dopo il fallimento della mozione da lei
presentata, l'Assemblea generale ha votato – 156 sì, 6 no - per adottare
una risoluzione irlandese che chiedeva "il raggiungimento, senza
indugio, di una pace globale e duratura in Medio Oriente" sulla base
delle risoluzioni delle Nazioni Unite, in particolare del dicembre 2016.
La risoluzione ha inoltre ribadito "un sostegno costante" per una
soluzione a due Stati lungo "i confini precedenti al 1967". Fuori dalla
propaganda di parte, gli analisti a Washington come a Tel Aviv, sono
concordi nel valutare quel voto come l'ennesimo insuccesso collezionato
da The Donald nel più rappresentativo consesso internazionale.
E
il segno più eclatante è nel voto compatto di un mondo arabo che Haley è
riuscita, con quella risoluzione, a unire: un autogol clamoroso, visto
che a bocciare quella risoluzione sono stati anche Paesi
tradizionalmente alleati degli Stati Uniti, primo fra tutti l'Arabia
Saudita. Era accaduta la stessa cosa, sull'altro strappo
"filo-israeliano" consumato dall'Amministrazione Trump, con la decisione
di trasferire l'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme. E' il 21
dicembre 2017, quando L'Assemblea generale dell'Onu approva a
larghissima maggioranza la risoluzione presentata da Yemen e Turchia che
condanna il riconoscimento di Gerusalemme capitale d'Israele da parte
dell'amministrazione Trump. La risoluzione passa con 128 voti a favore, 9
contro e 35 astensioni. "L'America sposterà la sua ambasciata a
Gerusalemme, ed è questa la cosa giusta da fare. Nessun voto farà
cambiare questo proposito. Ma questo è un voto che gli Stati Uniti
terranno a mente": queste le parole minacciose del "falco Nikki", che
aveva già espresso tutto il disappunto dell'amministrazione Trump ancora
prima che la risoluzione venisse approvata dall'Assemblea generale
dell'Onu.
"Gli Stati Uniti sono il principale contributore delle
Nazioni Unite, ma se i nostri investimenti falliscono e non portano
risultati allora abbiamo l'obbligo di destinare le nostre risorse ad
altre cose più produttive", aveva affermato Haley. Nonostante
l'ambasciatrice Usa si fosse affrettata a twittare che 65 Paesi si erano
schierati con gli Stati Uniti (sommando contrari, astenuti, assenti e
contando anche Usa) la portata di quei voti è subito apparsa
chiarissima. I nove contrari, oltre a Stati Uniti e Israele, sono stati:
Guatemala, Honduras, Togo, Micronesia, Narau, Palau e Isole Marshall. I
sette insieme fanno 27 milioni di abitanti e 75 miliardi di Pil. Un
peso diplomatico insignificante.
E' molto più sostanzioso invece
quello dei 35 astenuti, tra cui emergono in prima fila Canada e Messico
(due confinanti con gli Stati Uniti), tre Paesi dell'Ue (Croazia,
Polonia e Repubblica Ceca), Argentina e Australia. Tanti i Paesi
africani, nessuno a maggioranza musulmana, che risultano invece tra gli
assenti. Tra gli europei non hanno partecipato al voto Moldavia,
Ucraina, Georgia e San Marino. Di una cosa non si può imputare
l'ambasciatrice Haley: di non essere una persona coerente. Soprattutto
quando si tratta di parlare di Medio Oriente. E di sostenere, senza se e
senza ma, Israele. "Ci sono molte altre cose, piccole e grandi, che
facciamo settimana dopo settimana per contrastare il bullismo
anti-Israele delle Nazioni Unite.
Ogni mese il Consiglio di
Sicurezza tiene una sessione dedicata al Medio Oriente. E ogni mese
questa sessione diventa una seduta dedicata a dare addosso a Israele. È
una cosa che va avanti da decenni, mese dopo mese. Per me era una
novità, quando arrivai all'Onu. Fu veramente scioccante. Alla prima di
queste sessioni ho affermato pubblicamente: se vogliamo parlare di
sicurezza in Medio Oriente dobbiamo parlare di Iran o di Siria, di
Hezbollah o di Hamas o di Isis, o della carestia nello Yemen. Ci saranno
almeno dieci grandi problemi che affliggono il Medio Oriente con i
quali Israele non ha nulla a che fare. Da allora, ogni singolo mese,
nella sessione sul Medio Oriente ho parlato di altre questioni che non
riguardano Israele. Non posso dire che abbiamo risolto il problema, ma
posso dire che diversi altri paesi hanno seguito il nostro esempio.
Quella che era una sessione mensile contro Israele adesso è perlomeno un
po' più equilibrata. Non abbiamo nessuna intenzione di tollerare il
bullismo....". E' un passaggio del discorso tenuto da Nikki Haley
all'assemblea annuale dell'AIPAC (American Israel Public Affairs
Committee), la più influente, e trasversale, lobby israeliana negli
Stati Uniti. La forza di Haley è anche la sua debolezza: non avere mezze
misure, alleato o nemico, nient'altro in mezzo.
Ogni mese il
Consiglio di Sicurezza tiene una sessione dedicata al Medio Oriente. E
ogni mese questa sessione diventa una seduta dedicata a dare addosso a
Israele. È una cosa che va avanti da decenni, mese dopo mese. Per me era
una novità, quando arrivai all'Onu. Fu veramente scioccante...". Ma lei
non si è arresa al "bullismo anti-Israele delle nazioni Unite".
Rivendica con orgoglio ogni atto compiuto, il diritto di veto esercitato
a più riprese quando al Consiglio di Sicurezza si metteva sotto accusa
Israele per la politica degli insediamenti o sul pugno di ferro
esercitato a Gaza. Mai un dubbio l'ha sfiorata. Lei non dimentica. E
così, dopo la sonora sconfitta su Gerusalemme, eccola avvertire i
"traditori": "Non dimenticheremo questo voto...
Questo voto farà
la differenza su come gli americani guarderanno all'Onu e su come
guarderemo ai Paesi che ci mancano di rispetto all'interno delle Nazioni
Unite'.... 'Quando diamo contributi generosi all'Onu ci aspettiamo
legittimamente che il nostro favore venga riconosciuto e rispettato...".
Tre giorni dopo, le parole si trasformano in fatti. Haley annuncia che
gli Usa opereranno un taglio di 285 milioni di dollari di fondi all'Onu
per il prossimo anno (il 2018). È la risposta americana al voto su
Gerusalemme. Una risposta che il "falco Nikki" aveva anticipato. Lei non
perdona.
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