Daniele Bovi I soldi della Regione ‘volano’ verso Israele: «Sottratti in modo fraudolento 790 mila euro»

Dall’Umbria alla sede di una banca in Israele, con volo di sola andata. Mercoledì il procuratore regionale della Corte dei conti Antonio Giuseppone ha chiesto la condanna al risarcimento di 790 mila euro, a favore della Regione, di una società israeliana che avrebbe dovuto impiantare un’attività commerciale a Orvieto (per la precisione a Baschi), in un’area di proprietà del consorzio Crescendo, in liquidazione ormai dal 2013. La Procura nell’atto di citazione parla di presunto danno «da indebite percezioni di contributi pubblici», e infatti il problema sta nei 390 mila euro di fondi europei per lo sviluppo regionale versati alla società da Gepafin, la finanziaria della Regione, e mai restituiti. In aula mercoledì erano presenti anche i due imprenditori della Harel Umbria srl, Shamir Meir e Ben Zion Mizrachi David, difesi dagli avvocati Maurizio Allegro Pontani e Fabrizio Sardella.
Il caso I due si occupano della produzione e commercializzazione di pannelli per l’edilizia ma l’attività a Baschi, come ricostruito durante l’udienza, non è mai partita. Ed è questo il punto nodale intorno a cui ruota l’intera vicenda: la Procura sostiene che si tratti di un «tipico occultamento doloso del danno» e che dunque la responsabilità sia della società, mentre i due israeliani attraverso i loro legali hanno sostenuto che così non è e che sia il Consorzio che Gepafin hanno le loro colpe. La Harel, spiega la Procura, viene costituita nel giugno 2007 dopo che i due «sono stati contattati – ha detto Sardella – da persone in Italia per aprire un sito produttivo a Baschi, così da poter commercializzare i loro pannelli». Due mesi dopo la costituzione vengono chiesti i fondi, Gepafin versa 390 mila euro e nel 2008 secondo la Harel è stato fatto un aumento di capitale da un milione di euro. Il problema però è che, stando all’accusa, i soci israeliani non hanno mai versato i restanti 609 mila euro e che, come dimostrano le carte della guardia di finanza, non c’è una prova di questo versamento.
I documenti In ballo c’è un documento di una banca israeliana in cui si dice che quei soldi sono su un conto della Harel e ciò, secondo le difese, basta a provare che quell’aumento di capitale c’è stato per davvero; dubbi anche da parte del relatore della Corte, Pasquale Fava: «Questo documento – ha sottolineato – dice solo che ci sono dei fondi su questo conto, ma non c’è copia di una distinta specifica relativa all’aumento di capitale». La vicenda è approdata anche in sede civile e a pronunciarsi è stato il tribunale di Terni ordinando la restituzione dei 390 mila euro; la sentenza, «in cui si sottolineano – dicono gli avvocati – anche le responsabilità di Gepafin», è stata appellata. Dalla loro le difese hanno spiegato che in altre parti del mondo i pannelli vengono commercializzati con successo e che erano stati spediti verso l’Umbria pure i macchinari per la produzione: «Valevano un milione – hanno detto le difese – ma sono marciti al porto di Ravenna e poi sono stati buttati».
L’udienza Quanto all’aumento di capitale, per gli avvocati la Procura è giunta a «conclusioni apodittiche», senza dimenticare che «al momento dell’atto notarile il capitale era già stato versato e che anche il notaio ha ritenuto idonea la documentazione». Ci sono poi secondo le difese le responsabilità di Gepafin e Crescendo, ai quali vengono imputati ritardi: «L’apertura di un conto corrente in Israele – hanno detto – era ben nota a Gepafin, e anche il loro avvocato si è adoperato in vista dell’apertura. Sapevano tutto. I nostri assistiti si sono affidati mani e piedi a Gepafin, gli inadempimenti non sono imputabili a loro e quindi non c’è alcun dolo o colpa grave. E se distrazione di fondi c’è stata ciò è avvenuto anche con il concorso attivo di Gepafin». L’altra tranche del presunto danno fa riferimento al mutuo chiesto a Mps e garantito da Gepafin: «Hanno pagato solo la prima rata – ha detto Giuseppone – e a metà 2016 Mps ha ottenuto un decreto ingiuntivo. I ritardi sul capannone? Il consorzio ha anche inviato due note sollecitando la stipula del contratto. Hanno fraudolentemente sottratto somme poi portate in Israele». La sentenza arriverà nelle prossime settimane.
Twitter @DanieleBovi

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