Su Gerusalemme esiste un "anti Trump". Il suo nome è
Jorge Maria Bergoglio. È a Papa Francesco che il presidente
dell'Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas (Abu Mazen) si affida
per un miracolo in Terrasanta: far rivivere la "Questione palestinese",
a partire dalla difesa di una pace giusta, fondata sulla soluzione a
due Stati. Fede e politica sono indissolubilmente legate quando si
affronta il nodo-Gerusalemme e più in generale, il conflitto
israelo-palestinese. Per questo, l'incontro di oggi in Vaticano tra
Bergoglio e Abu Mazen è stato un incontro "politico", nel senso più alto
e nobile del termine. Un incontro, durato venti minuti, tra due persone
che si stimano, tra cui si è instaurato nel tempo un rapporto di
amicizia.
"Preghiamo per la pace in questa stagione di Natale":
così Abu Mazen nel corso dell'udienza che gli ha concesso il Papa nel
palazzo apostolico vaticano. Francesco ha accolto il leader palestinese
con un abbraccio e un bacio. Si è trattato della quarta udienza privata
del Pontefice al leader palestinese, dopo quella del 17 ottobre 2013,
quella del 16 maggio 2015 e quella del 14 gennaio 2017, senza
dimenticare la preghiera di pace nei Giardini Vaticani con l'allora
presidente israeliano Shimon Peres e il patriarca di Costantinopoli
Bartolomeo nel giugno 2014, dopo il viaggio di Francesco in Terra Santa,
e l'incontro con Abbas in Palestina. Tra il presidente dell'Anp e il
Papa, inoltre, vi sono state varie telefonate dopo la decisione
statunitense di spostare l'ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. La
Santa Sede ha riconosciuto lo "Stato di Palestina" a gennaio del 2016.
L'agenzia stampa palestinese Wafa ha scritto che Abbas "ha
riferito al Papa degli ultimi sviluppi in Palestina e delle implicazioni
della decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come
capitale di Israele muovendo la propria ambasciata nella città. Ha
riferito al Papa anche delle violazioni di Israele contro il popolo
palestinese, la sua terra e i suoi luoghi sacri, in particolare a
Gerusalemme".
Abbas ha regalato al Papa un libro sui rapporti
storici tra Vaticano e Terra Santa ed una immagine di Gerusalemme:
"Questa rappresenta lo spirito della città vecchia di Gerusalemme", ha
spiegato. l Pontefice ha ricambiato con un medaglione che riproduce la
Basilica di San Pietro nel 1600 in bronzo, l'enciclica Laudato si e il
Messaggio per la Giornata della Pace 2018, del quale ha detto: "ho
voluto firmarlo con la data di oggi" Riattivare il processo di pace tra
israeliani e palestinesi e raggiungere la soluzione dei due Stati" anche
attraverso "un rinnovato impegno della comunità internazionale nel
venire incontro alle legittime aspirazioni di entrambi i popoli" è la
posizione espressa da Papa Francesco durante l'udienza in Vaticano.
Durante il colloquio tra Bergoglio e Abbas, seguito dall'incontro con
monsignor Paul Gallagher segretario per i rapporti con gli Stati, "sono
stati rilevati i buoni rapporti tra la Santa Sede e la Palestina e il
ruolo positivo dei cristiani e dell'attività della Chiesa nella società
palestinese, sancito dall'Accordo globale del 2015", riferisce una nota
del Vaticano. Inoltre, "un'attenzione particolare è stata riservata allo
status di Gerusalemme, sottolineando l'importanza di riconoscerne e
preservarne l'identità e il valore universale di Città Santa per le tre
religioni abramitiche". Infine, "si è parlato degli altri conflitti che
affliggono il Medio Oriente e dell'urgenza di favorire percorsi di pace e
di dialogo, con il contributo della comunità religiosa, per combattere
ogni forma di estremismo e di fondamentalismo".
"Grazie della
visita", ha esclamato Papa Francesco prima di congedarsi. "Sono contento
di questo incontro, contiamo su di te", è stata la frase finale
pronunciata da Abu Mazen. Della delegazione palestinese facevano parte
16 membri tra cui ministro Esteri, Riyad al-Malki, il consigliere per
gli affari religiosi e gli ambasciatori presso l'Italia e presso la
Santa Sede. Prima dell'incontro con il Papa, Abu Mazen era stato
ricevuto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
All'incontro, rende noto in comunicato del Quirinale, era il Ministro
degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Enzo Moavero
Milanesi. Nel tardo pomeriggio, il presidente palestinese è stato
ricevuto a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Più Europa in Palestina.
È questo, confidano ad HuffPost fonti
palestinesi al seguito di Abu Mazen, il tasto su cui l'anziano leader
palestinese ha più battuto nell'incontro con Conte, durato circa un'ora,
e nella colazione di lavoro con Mattarella. Una linea che il capo della
diplomazia palestinese, Riyad al-Malki, aveva anticipato
nell'intervista concessa ad HuffPost, pochi giorni fa, in
occasione della sua partecipazione ai Rome-Med Dialogues: "Abbiamo
bisogno di un'Europa forte e unita per prendere questa responsabilità.
Se gli americani non vorranno fare nulla, dovrebbe farlo l'Europa- aveva
sostenuto in quell'occasione al-Malki - Dobbiamo forzare il
cambiamento, e per questo stiamo spingendo per un ruolo europeo. Sarebbe
un fatto politico di grande significato, come lo è il fatto che è
sempre più grande e qualificato il numero dei Paesi al mondo che hanno
riconosciuto unilateralmente lo Stato di Palestina. Questo ci dice che
esiste un consenso internazionale attorno a questa soluzione e sarà
nostro impegno rafforzarlo, sia nelle relazioni bilaterali che operando
nei tanti e importanti organismi internazionali dei quali siamo stati
chiamati a far parte". Tra gli Stati che hanno riconosciuto lo "Stato di
Palestina" c'è il Vaticano (gennaio del 2016), ma non l'Italia. Un
vuoto destinato a restar tale, perché non sarà l'attuale governo a fare
una scelta che pure, dall'opposizione, i Cinque Stelle avevano perorato,
ai massimi livelli.
Un passo indietro nel tempo. 9 luglio 2016:
"Quello che diciamo facciamo: se il M5S arriverà al Governo,
riconosceremo lo Stato di Palestina". Ad affermarlo è Luigi Di Maio in
un incontro con i giornalisti italiani a Hebron in Cisgiordania, nella
sede del Tiph (Temporary International Presence in Hebron), di cui fa
parte un contingente italiano di Carabinieri: "È un indirizzo politico
che avevamo all'opposizione e quindi avremo anche in maggioranza ",
aggiunge. Di Maio si trovava in visita in Israele e Palestina a capo di
una delegazione pentastellata. "Un riconoscimento che ovviamente – aveva
specificato l'allora capogruppo in Commissione Affari Esteri alla
Camera, Manlio Di Stefano - si deve basare sui confini del 1967 e che
deve comportare anche il ritiro dal Golan. È quello che diremo agli
israeliani". L'argomento è stato affrontato anche nell'incontro con il
sindaco di Betlemme, Vera Bahboun. Secondo Di Maio, il riconoscimento
avrebbe un effetto trascinamento sulle altre nazioni europee. "Perché è
l'Unione europea - ha aggiunto - che deve avere un peso". Oggi Di Maio è
vice premier e Di Stefano sottosegretario agli Esteri.
In una intervista a La Stampa,
in concomitanza con la sua visita romana, Abbas ha spiegato: "Gli Stati
Uniti di Trump non possono essere gli unici mediatori in Medio
Oriente", ed ha aggiunto: "Lo scorso febbraio ho suggerito al Consiglio
di Sicurezza dell'Onu che l'unica maniera per fare dei progressi è
creare un meccanismo che includa tutti i membri permanenti del Consiglio
di Sicurezza, del Quartetto ed altri. Anche l'Europa può avere un
ruolo. E inoltre restiamo aperti a negoziati diretti: ho accettato più
volte incontri con il premier Netanyahu, anche a Mosca su invito del
presidente Putin, ma lui non si è mai presentato". Ed è difficile che lo
farà in futuro, visti i guai giudiziari ai quali il premier israeliano
deve far fronte e con elezioni anticipate sempre più probabili. Quanto
all'Italia, la dirigenza palestinese sa di poter contare sulla
"sensibilità" del Capo dello Stato, mentre è ancora sospeso il giudizio
sul governo gialloverde. Gli incontri con Mattarella e Conte sono stati
importanti ma nella visita di Mahmoud Abbas hanno rappresentato il
"contorno". Perché il "piatto forte" era sull'altra sponda del Tevere.
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