Umberto De Giovannangeli Trump salva l'Italia nella guerra delle sanzioni tra Usa e Iran. Ma l'esenzione per Roma non sarà a costo zero
Esteri
LO SCONTRO - Trump salva l'Italia nella guerra delle sanzioni tra Usa e Iran. Ma l'esenzione per Roma non sarà a costo zero (di U. De Giovannangeli)
Alla fine, l'Italia c'è. È nel "G8" degli 8 Paesi che verranno esentati dalle sanzioni
Usa a Teheran e che potranno temporaneamente continuare a importare
petrolio dall'Iran. Gli altri Paesi sono Cina, India, Corea del Sud,
Turchia, Grecia, Giappone e Taiwan. Ad annunciarlo sono il segretario di
Stato Usa Mike Pompeo e il segretario al Tesoro Steve Mnuchin. La
Grecia è l'unico altro Paese europeo momentaneamente esentato. Pompeo ha
spiegato che con il nuovo round di sanzioni il governo iraniano "non
avrà più alcun introito da spendere in terrorismo, proliferazione
missilistica, guerre per procura regionali, o programmi nucleare".
L'obiettivo degli Stati Uniti è costringere "il regime a cambiare
comportamento" e non seguire più la via cominciata con la rivoluzione
islamica del 1979. "Fino a che l'Iran non farà i cambiamenti che abbiamo
più volte indicato saremo inflessibili nell'esercitare pressione sul
regime", ha aggiunto il capo della diplomazia Usa, annunciando la
reintroduzione contro Teheran di tutte le sanzioni che erano state
congelate con l'accordo sul nucleare del luglio 2015. Sanzioni che
colpiscono anche i settori dell'energia, del trasporto marittimo, della
cantieristica e delle banche e che Trump ha definito: "Le più dure che
il nostro Paese abbia mai imposto".
Roma tira molto più che un
sospiro di sollievo. In ambito Ue, infatti, l'Italia è il principale
partner commerciale dell'Iran, prima di Francia e Germania. Nel 2017
l'interscambio ha raggiunto i 5,1 miliardi di euro (in crescita del 97%
rispetto al 2016). Parigi si è fermata a 3,8; Berlino a 3,3 miliardi. La
bilancia pende a favore delle importazioni dall'Iran verso l'Italia,
soprattutto di prodotti energetici. La stretta ha già determinato una
contrazione dell'interscambio commerciale: nel 2011 aveva raggiunto i
sette miliardi di dollari, due anni dopo le sanzioni internazionali
avevano fatto crollare i volumi a meno di un quinto, appena 1,3
miliardi. Essere inseriti da Trump nel "G8" degli esentati (dalle
sanzioni) non è comunque un risultato a "costo zero" per Roma. Perché
con Washington sono ancora aperti dossier molto impegnativi. Due su
tutti: F35 e Muos. Sul primo, anche nel corso della recente visita
dell'"amico Giuseppe", al secolo Giuseppe Conte, premier italiano,
l'inquilino della Casa Bianca ha chiarito che la sua amministrazione si
aspetta che l'Italia rispetti alla lettera, o per meglio all'ultimo
dollaro, il programma di acquisto degli F35. Senza sconti. Come nessuno
sconto, Washington intende fare all'Italia per quanto concerne il "Muos",
che sta per "Mobile User Objective System", un gioiello della
tecnologia satellitare gestito dal Dipartimento della Difesa degli Stati
Uniti, nella riserva naturale della Sughereta di Niscemi, in provincia
di Caltanissetta. I 5 Stelle siciliani sono convinti che il vice
premier, e loro leader politico, Luigi Di Maio annuncerà lo
smantellamento del mega satellite, ma il ministero della Difesa, guidato
da un'altra pentastellata, Elisabetta Trenta, frena. Quanto a
Washington, il messaggio fatto pervenire a Roma è molto chiaro e netto:
sul "Muos" non si scherza.
In ballo vi sono anche gli interessi
geostrategici della Nato in proiezione africana e mediorientale. Anche
perché l'importanza del sistema satellitare va letta in un contesto,
quello della presenza Nato in Sicilia, che vede la base di Sigonella
ospitare gli hangar con i droni da teleguidare verso gli obiettivi Isis
in Medio Oriente e Africa, senza dimenticare i porti militari di Augusta
e le stazioni aeree di Birgi (Trapani). Quanto alla "guerra delle
sanzioni", nel mirino di Washington finiscono gli operatori portuali, le
spedizioni marittime e la cantieristica navale. Nel memorandum viene
specificato l'ingresso nella blacklist dell'Irisl (Islamic Republic of
Iran Shipping Line), ovvero la Marina mercantile del Paese, della South
Shipping Line Iran (Ssli) e delle loro affiliate. Il secondo punto delle
sanzioni contro Teheran è il più delicato e riguarda le transazioni
petrolifere con la compagnia di Stato (Nioc), la Naftiran Intertrade
Company (Nico), controllata svizzera della Nioc e la National Iranian
Tanker Company (Nitc). Il governo Usa intende colpire l'acquisto
dall'Iran di petrolio, prodotti petroliferi e prodotti petrolchimici.
Saranno imposte sanzioni anche per le eventuali transazioni di
istituzioni finanziarie straniere con la Banca Centrale dell'Iran e con
le istituzioni finanziarie iraniane indicate nel National Defense
Authorization Act (Ndaa). Il quarto punto del memorandum riguarda le
sanzioni sulla fornitura di servizi di messaggistica finanziaria
specialistica resi a favore della Banca Centrale iraniana e di altre
istituzioni finanziarie iraniane. Tornano sanzionabili, inoltre, la
fornitura di servizi di assicurazione ed assunzione del rischio.
L'ultimo punto riguarda il settore dell'energia. Sempre a partire da
oggi, il governo statunitense revocherà le autorizzazioni
precedentemente accordate ad imprese statunitensi o straniere per
attività con il governo dell'Iran. Washington, inoltre, ripristinerà le
sanzioni ai soggetti dell'Elenco Sdn (List of Specially Designated
Nationals and Blocked Persons) che erano stati rimossi con l'entrata in
vigore dell'accordo sul nucleare a gennaio 2016 e che di fatto ora
tornano ad essere esclusi dal circuito finanziario internazionale.
L'Iran
''bypasserà con orgoglio le sanzioni'' imposte dagli Stati Uniti sui
settori finanziario e petrolifero, ha ribadito Rohani, che in un
discorso trasmesso dalla televisione di Stato ha annunciato: ''Noi
aggireremo con orgoglio le vostre sanzioni illegali e ingiuste, che sono
contrarie alle regolamentazioni internazionali''. ''Siamo in una
situazione di guerra economica, abbiamo a che fare con una potenza
prepotente - ha scandito Rohani - Dobbiamo resistere per vincere. Non
penso che nella storia dell'America prima di ora sia entrato alla Casa
Bianca qualcuno che era così contro la legge e le convenzioni
internazionali''. Inoltre ''oggi l'Iran è in grado di vendere il suo
petrolio e lo venderà bene'', ha precisato. ''L'America vuole azzerare
le vendite del petrolio iraniano, ma continueremo a vendere il nostro
petrolio nonostante le sanzioni'', ha detto Rohani. Migliaia di iraniani
sono scesi in piazza domenica a Teheran e in altre città dove si sono
rinnovate le manifestazioni per l'anniversario della cattura degli
ostaggi nel 1979 nell'ambasciata Usa, qualche mese dopo il trionfo della
Rivoluzione Islamica che aveva rovesciato lo scià Mohammad Reza
Pahlavi; e le manifestazioni quest'anno si sono caricate di nuova rabbia
antiamericana per le sanzioni volute dal presidente Usa, Donald Trump.
Nella mattinata di oggi, 5 novembre, Teheran ha risposto alle sanzioni
lanciando esercitazioni della difesa militare aerea che coinvolgeranno
l'esercito e le Guardie Rivoluzionarie, come annunciato dal presidente
Rouhani con un messaggio televisivo: "Siamo in una situazione di guerra.
Siamo in una situazione di guerra economica, abbiamo di fronte un
bullo. Dobbiamo alzarci in piedi e vincere". Da una parte la prova di
forza, dall'altra – aggiunge Rohani – il tentativo di aggirare le
sanzioni "illegali e ingiuste" attraverso il sostegno dei firmatari
dell'accordo contrari a stracciarlo, Russia, Cina e Paesi europei.
Il
ministro degli Esteri Qasemi fa sapere di essere in continuo contatto
con i 4+1 per individuare meccanismi per affossare le sanzioni. In una
dichiarazione congiunta, i ministri degli Esteri di Regno Unito,
Germania, Francia e Unione europea (l'Alto rappresentante per la
politica estera e sicurezza Federica Mogherini) avevano condannato la
decisione degli Stati Uniti di ripristinare le sanzioni. "Siamo
determinati a proteggere gli operatori economici europei impegnati in
affari legittimi con l'Iran, in conformità con la legge dell'Ue e con la
risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite", hanno
affermato, nella nota congiunta D'altro canto, la distensione, almeno
in Medio Oriente, non è una priorità per l'amministrazione Trump. O
meglio, la distensione, nell'ottica dell'America first", per essere
contemplata deve venire a seguito di un ridimensionamento sostanziale
della presenza iraniana in Medio Oriente; ridimensionamento che, nello
schema trumpiano, è un passaggio ma non la meta. Ed è proprio la meta a
dividere Stati Uniti ed Europa. Gli affari c'entrano, eccome, e aver deciso di uscire unilateralmente
da un accordo fortemente voluto e oggi difeso dall'Europa, è anche uno
schiaffo, pesante, inferto su questo piano da The Donald ai leader del
Vecchio Continente. Ma gli affari non spiegano tutto. Perché alla base
dell'accordo del 2005, c'era la convinzione, da parte europea e
dell'allora presidente Usa Barack Obama, che "sdoganare" non il regime
in toto, ma la sua componente riformatrice che aveva e ha in Rohani il
suo terminale, poteva fare dell'Iran un soggetto stabilizzatore dei
conflitti che segnano il Grande Medio Oriente. Un interlocutore da
incalzare, non un nemico da abbattere. Rohani, dal canto suo, aveva
investito su quell'accordo, per vedersi riconosciuto questo ruolo di
stabilizzatore e, cosa non meno importante, fare di quell'accordo il
volano per l'ingresso di nuovi capitali occidentali, decisivi per dare
corso a quelle promesse di riforme sociali ed economiche che hanno
convinto i giovani, la classe media urbana, a sostenerlo contro i
conservatori guidati dalla Guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei.
Scegliendo la linea dura, i falchi di Washington, in primis Pompeo e il
consigliere alla Sicurezza nazionale John Bolton, sanno bene chi ne
risulterà avvantaggiato nello scontro interno al regime iraniano: Ali
Khamenei, e quei Guardiani della Rivoluzione (una vera e propria holding
militare) che a Khomenei, e non certo a Rohani, fanno riferimento.
Per
raggiungere la meta finale, l'America di Trump ha bisogno che il volto
dell'Iran sia il più impresentabile e minaccioso, per dimostrare che
quel regime è irriformabile, come lo era, ai tempi di Ronald Reagan
l'Urss di Michail Gorbaciov. Obiettivo finale: abbattere il regime degli
ayatollah. E non a caso il primo a plaudire alla "guerra delle
sanzioni" iniziata oggi da parte Usa è il premier israeliano, e grande
amico di The Donald, Benjamin Netanyahu. L'altro grande sostenitore
mediorientale della linea anti-iraniana sta a Riyadh, ma per ragioni di
opportunità – leggi l'affaire-Kashoggi
- per la Casa Bianca è meglio che, al momento, non si esprima
pubblicamente: è l'erede al trono del Regno, il principe Mohammed bin
Salman.
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