Mons. Pizzaballa: non c'è pace, né dialogo. Tutelare la stabilità della Terra Santa
Gerusalemme
(AsiaNews) - Nuove
violenze a Gaza “sarebbero solo uno spargimento di sangue inutile”,
che non cambierebbe nulla “a livello di territorio” e a questa
conclusione “sono arrivati tutti”. In Terra Santa serve
“stabilità”, anche perché “di negoziati di pace […] non se
ne parla da anni”. È quanto racconta ad AsiaNews mons.
Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato di
Gerusalemme dei latini, sottolineando che “canali di comunicazione
sottobanco” hanno favorito una rapida soluzione alla recente
crisi nella
Striscia.
In questo contesto i cristiani pur essendo una “presenza
piccola” operano “per rafforzare le relazioni interreligiose e
sociali”.a
loro presenza e la loro testimonianza che valore hanno oggi nella
Striscia?
Come
ho detto sono 800 a fronte di due milioni di persone, quindi il
rapporto è già evidente nei numeri. Ciononostante, vi sono tre
scuole cristiane, una casa per disabili, dodici religiose molto
attive, un ospedale cristiano [degli anglicani] importante. Pur
essendo una presenza molto piccola, è molto attiva e molto vivace.
Una caratteristica dei cristiani di Terra Santa è che non stanno mai
con le mani in mano, ma operano non solo per custodire la loro
presenza e la loro storia, ma anche per rafforzare le relazioni
interreligiose e sociali.
Dunque
una evangelizzazione attraverso le opere, come spesso accade in un
Medio oriente a maggioranza musulmana…
Esatto!
Questo è l’unico atteggiamento chiaro che possiamo avere per
affermare chi siamo e a chi apparteniamo.
Mons.
Pizzaballa, si aspettava uno scoppio così improvviso della
violenza?
Gaza
sorprende sempre! E sorprende che ci si sorprenda sempre, nonostante
tutto. Ha destato stupore anche la reazione [del governo di Israele]
di cercare a tutti i costi un cessate il fuoco, che poi ha portato
alle dimissioni del ministro della Difesa [Avigdor Lieberman]. Si
percepisce che sottobanco vi sono dei canali di comunicazione, anche
a fronte di una esplosione di violenza improvvisa che non deve
meravigliare. Spero di sbagliare, ma non è improbabile che possa
succedere ancora qualcosa.
Anche
se stavolta si è cercato di limitare i danni e trovare il prima
possibile una via di uscita…
Credo
che vi sia molto realismo, perché una nuova esplosione di violenza
non cambierà nulla a livello di territorio, sia per Israele che per
i palestinesi. Essa porterà unicamente maggiore odio e complicherà
ancor più le cose, ma sotto il profilo militare e politico non
cambierebbe nulla. Sarebbe solo uno spargimento di sangue inutile, e
credo che a questa conclusione siano arrivati ormai tutti perché non
è certo la prima volta che si verifica una crisi a Gaza. È chiaro
che si deve trovare un’altra soluzione.
Oltretutto,
le politiche americane e di altri attori della regione non aiutano in
un’ottica di pace...
Di
colloqui di pace, ormai, ne parlano solo i giornalisti e gli
opinionisti. Noi diciamo che abbiamo bisogno di stabilità, di
cambiare passo, ma di negoziati di pace, di trattative, di ricerca di
dialogo, purtroppo non se ne parla più da anni. Il problema è che
non si discute: da un lato, non si affronta più la questione
israelo-palestinese; dall’altro, le due parti in causa non si
parlano più. Il punto fondamentale è tutto qui.
Il
ruolo dei cristiani come ponte è ancora valido e plausibile?
Prima
di tutto bisogna chiarire che questo non è il momento dei grandi
gesti, delle grandi iniziative che possono cambiare il corso della
storia in Medio oriente. È il momento di lavorare sul territorio
nelle piccole realtà: scuole, ospedali, relazioni inter-familiari,
questo è l’ambito in cui possiamo esprimerci e portare un
contributo positivo nella vita sociale. In questo momento non c’è
altro.
Come
è possibile sostenere questa vostra missione?
Innanzitutto
con la preghiera. E poi con i pellegrinaggi, che sono importanti
perché portano innanzitutto occasione di lavoro. [L’occupazione] è
una grande necessità E poi parlare di questa realtà, farla conoscere a un numero crescente di persone.
Ha parlato di pellegrinaggi: dopo un periodo di crisi, la tendenza si è invertita…
Sì, sono tantissimi e non si trovano quasi più posti per ospitarli. E le prossime festività di Natale sono una buona occasione per intraprendere questa esperienza.
Eccellenza, quali urgenze porterà la Chiesa di Terra Santa al prossimo incontro dei patriarchi d’Oriente a Baghdad a fine mese?Come patriarcato latino porteremo la nostra realtà, parleremo dei nostri problemi e ascolteremo gli altri. Questa è una occasione per condividere e vedere i problemi comuni, oltre che le possibili iniziative da percorrere. Un rafforzamento dell’unità fra Chiese è fondamentale e questo si vede un po’ in tutto il Medio oriente, dall’Iraq alla Siria, in Giordania e Terra Santa. Certo con dinamiche diverse, ma le relazioni sono molto migliori.
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