È una nuova era, ma gli esercizi di equilibrismo della Cina in Medio Oriente non funzioneranno
Ramzy Baroud
30 ottobre 2018, Palestine Chronicle
Benché
i legami tra Washington e Tel Aviv siano più che mai forti, i dirigenti
israeliani sono consci di un contesto politico in grande mutamento. Lo
stesso fermento politico negli USA e la ridefinizione del potere globale
– che è molto evidente in Medio Oriente – indicano che effettivamente
si sta realizzando.
Com’era prevedibile, questa nuova era coinvolge la Cina.
Il
22 ottobre il vicepresidente cinese Wang Qishan è arrivato in Israele
per una visita di 4 giorni per presiedere la quarta “Commissione per
l’Innovazione Cina-Israele”. Si tratta del più alto dirigente cinese a
visitare Israele in quasi vent’anni.
Nell’aprile
del 2000 l’ex-presidente cinese Jiang Zemin fu il primo leader cinese
ad essere andato in Israele, ad aver visitato il museo dell’Olocausto
“Yad Vashem” e ad aver reso omaggio diplomatico alle sue controparti
israeliane. Allo stesso tempo parlò delle intenzioni della Cina di
rinsaldare i legami tra i due Paesi.
Tuttavia
la visita di Wang Qishan è diversa. I “legami” tra Pechino e Tel Aviv
sono molto più forti di allora, come evidenziato dalle cifre. Poco dopo
che i due Paesi scambiarono gli ambasciatori nel 1992 i dati commerciali
salirono alle stelle. Anche le dimensioni degli investimenti cinesi in
Israele sono cresciute in modo esponenziale, da 50 milioni di dollari
all’inizio degli anni ’90 ai clamorosi 16,5 miliardi di dollari, secondo
stime del 2016.
I
crescenti investimenti cinesi e i rapporti strategici con Israele si
basano su forti interessi di entrambi i Paesi nell’innovazione
tecnologica, così come nella cosiddetta ferrovia “Red Med”, una rete
regionale di infrastrutture marittime e ferroviarie intese a collegare
la Cina con l’Europa passando per l’Asia e il Medio Oriente. Inoltre la
ferrovia collegherebbe anche i due porti israeliani di Eilat e Ashdod.
Notizie sul progetto cinese di gestire il porto israeliano di Haifa
hanno già sollevato le ire degli USA e dei loro alleati europei.
Certo
i tempi sono cambiati. Sebbene in passato Washington abbia ordinato a
Tel Aviv di smettere immediatamente di scambiare tecnologia militare
americana con la Cina, obbligandola ad annullare la vendita del sistema
di volo di allerta rapida “Phalcon”, ora sta assistendo a come i
dirigenti israeliani e cinesi stiano gestendo l’inizio di una nuova era
politica che – per la prima volta – non include Washington. Per la Cina
il recente amore per Israele è parte di una più complessiva strategia
globale che può essere considerata la gemma della rivitalizzata politica
estera cinese.
La
visita di Qishan in Israele segue immediatamente i serrati tentativi di
Pechino di promuovere il suo gigantesco progetto economico da trilioni
di dollari, la “Belt and Road Initiative” [nota in Italia come “Nuova
Via della Seta”, ndtr.] (BRI).
La
Cina spera che il suo grande progetto contribuisca ad aprire nuove
opportunità nel mondo e possibilmente a garantire il suo predominio in
varie regioni che dalla Seconda Guerra Mondiale ruotano nella sfera di
influenza americana. La BRI intende mettere in comunicazione Asia,
Africa ed Europa attraverso una “cintura “di strade per il trasporto via
terra e un “percorso” marittimo di rotte di navigazione.
La
competizione tra la Cina e gli USA si sta accentuando. Washington vuole
conservare il più possibile il proprio predominio globale, mentre
Pechino sta lavorando con impazienza per soppiantare lo status di
superpotenza degli USA, in primo luogo in Asia, poi in Africa e in Medio
Oriente. La strategia cinese per raggiungere i suoi obiettivi è
assolutamente chiara: a differenza degli sproporzionati investimenti Usa
nella potenza militare, la Cina è propensa a conquistarsi lo status a
cui ambisce usando, almeno per ora, solo un potere pacifico.
Tuttavia
il Medio Oriente è più ricco e quindi più strategico e conteso di ogni
altra regione al mondo. Pieno di conflitti e di diversi schieramenti
politici, è probabile che più prima che dopo faccia fallire la strategia
cinese di un potere pacifico. Mentre la politica estera cinese ha
cercato di sopravvivere alla guerra con effetti di polarizzazione in
Siria coinvolgendo tutte le parti e giocando in secondo piano rispetto
al ruolo guida della Russia nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU,
l’occupazione israeliana della Palestina è una sfida politica totalmente
diversa.
Per
anni la Cina ha mantenuto una posizione coerente di appoggio al popolo
palestinese, chiedendo la fine dell’occupazione israeliana e la
fondazione di uno Stato palestinese indipendente. Tuttavia la ferma
posizione di Pechino riguardo ai diritti dei palestinesi sembra avere
pochi effetti sui suoi rapporti con Israele, in quanto la collaborazione
tecnologica congiunta, il commercio e gli investimenti continuano ad
incrementarsi senza ostacoli.
I
responsabili cinesi della politica estera operano con l’errata
convinzione che il loro Paese possa essere allo stesso tempo
filo-palestinese e filo-israeliano, criticando l’occupazione pur
appoggiandola; chiedendo ad Israele di rispettare le leggi
internazionali mentre al contempo rafforza Israele, anche senza volerlo,
nelle sue continue violazioni dei diritti umani dei palestinesi.
L’hasbara
[propaganda, ndtr.] israeliana ha perfezionato l’arte dell’acrobazia
politica, e trovare un equilibrio tra il discorso occidentale degli USA e
quello cinese non dovrebbe essere un compito troppo difficile.
In
effetti sembra che il cliché spesso ripetuto di Israele come “l’unica
democrazia del Medio Oriente” venga leggermente corretto per rispondere
alle aspettative di una nascente superpotenza, esclusivamente
interessata alla tecnologia, al commercio e agli investimenti. I
dirigenti israeliani vogliono che la Cina e i suoi investitori pensino
ad Israele come l’unica economia stabile in Medio Oriente.
Come prevedibile, le priorità palestinesi sono totalmente diverse.
Con
la lotta palestinese per la libertà e i diritti umani che cattura
l’attenzione internazionale con la crescita del movimento per il
Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), sempre più Paesi
sono sotto pressione perché esprimano una posizione chiara
sull’occupazione israeliana e sull’apartheid.
Per
la Cina entrare nella mischia con una strategia indecisa ed egoista non
è solo moralmente discutibile, ma anche strategicamente insostenibile. I
popoli palestinese e arabo sono poco interessati a sostituire la
dominazione militare americana con l’egemonia economica cinese che fa
poco per cambiare o, al massimo contesta lo status quo prevalente.
Tristemente,
mentre Pechino e Tel Aviv lavorano per raggiungere il necessario
equilibrio tra politica estera e interessi economici, la Cina si trova
senza particolari obblighi di schierarsi con una ben definita posizione
araba sulla Palestina, semplicemente perché quest’ultima non esiste. La
divisione politica tra i Paesi arabi, le guerre in Siria e altrove hanno
allontanato la Palestina dall’essere una priorità araba in uno strano
patto che coinvolge la “pace regionale” come parte del cosiddetto
“Accordo del Secolo” di Trump.
Questa
penosa realtà ha indebolito la posizione palestinese in Cina, che,
almeno finora, valuta i propri rapporti con Israele più importanti dei
legami storici con la Palestina e con il popolo arabo.
– Ramzy Baroud è giornalista, autore e editore di Palestine Chronicle. Il suo prossimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story
(Pluto Press, Londra). Baroud ha conseguito il dottorato di ricerca in
Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è studioso non
residente presso il Centro Orfalea per gli Studi Globali e
Internazionali, Università della California a Santa Barbara. Il suo sito
web è www.ramzybaroud.net.
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