Il premio ha anche un
significato politico: esprime il sostegno alla volontà e alla lotta per
arrivare alla pace tra Israele e i palestinesi. Non posso tuttavia fare
una distinzione fra il me politico e il me scrittore, né tra il me
scrittore e il me uomo. Dirò qualche parola su un particolare tipo di
tolleranza e di accettazione degli altri insito nella letteratura e
rilevante anche nella sfera politica. Un tipo di tolleranza e
accettazione che consente allo scrittore - e di conseguenza anche al
lettore - di sperimentare il mondo tramite la coscienza, l'anima e il
corpo di un'altra persona, sconosciuta e talvolta nemica.
Vi racconterò una piccola storia. Poco più di dieci anni fa ero impegnato nella stesura del romanzo A un cerbiatto somiglia il mio amore
la cui protagonista, una donna israeliana di nome Orah, si allontana da
casa per sottrarsi alla notizia della morte del figlio in guerra. Dopo
avere scritto di Orah per circa due anni e avere lottato con lei, avevo
ancora la sensazione di non riuscire a capirla veramente. Di non
conoscerla come uno scrittore dovrebbe conoscere il personaggio di cui
scrive.
Non percepivo in lei quel fremito di autenticità, di verità e
di vita senza il quale non posso credere nel personaggio che narro,
essere quel personaggio. Alla fine, non avendo scelta, ho fatto quello
che ogni bravo cittadino nella mia situazione avrebbe fatto: mi sono
messo a tavolino e ho scritto una lettera a Orah. Una lettera semplice,
come si faceva una volta, con carta e penna, dal mio cuore al suo. E
nella lettera le ho chiesto: Orah, che succede? Perché mi respingi in
questo modo, perché non ti concedi a me? Ma ancor prima di completare la
prima pagina ho capito il mio grande errore: non era Orah che doveva
concedersi a me. Ero io che dovevo concedermi a lei. In altre parole,
dovevo smettere di opporre resistenza alla possibilità che Orah
esistesse dentro di me. Lasciarmi andare con tutto il cuore, con tutta
l'anima e con tutto il corpo alla possibilità che dentro di me ci fosse
una donna. Quella particolare donna. Dovevo lasciare che le particelle
del mio spirito fluissero liberamente, senza freni e senza paura, verso
la potente calamita di Orah e la femminilità che irradiava.
Da quel
momento in poi Orah ha quasi scritto se stessa da sola. La creazione è
la possibilità di toccare l'infinito. Non un infinito matematico o
filosofico: un infinito umano. Gli infiniti volti dell'uomo, le infinite
pieghe della sua anima, i suoi infiniti pareri, opinioni, istinti,
abbagli, piccolezze, grandezze, forze creative e distruttive, le sue
infinite combinazioni.
Quasi ogni mia idea su un personaggio di cui
scrivo mi apre innumerevoli possibilità, innumerevoli tratti del suo
carattere: un giardino di sentieri che si biforcano. È quasi banale
emozionarsi per qualcosa di tanto scontato, ma oggi concedetemi di
farlo: noi - noi tutti - siamo pieni di vita. In ognuno di noi ci sono
illimitate possibilità e modi di essere, di vivere. Ma forse questa non è
affatto una cosa scontata. Forse è qualcosa che dovremmo ricordare
continuamente a noi stessi. Guardate infatti quanto stiamo attenti a non
vivere la profusione che è in noi, tutto ciò che le nostre anime, i
nostri corpi e le circostanze della nostra vita ci offrono.
Molto in
fretta, già ai primissimi stadi della vita, ci raggrumiamo, ci
riduciamo a essere "uno": un solo corpo, una sola lingua (o al massimo
due) con la quale diamo un nome alle cose, un solo genere. Ognuno di noi
racconta una propria "storia ufficiale" tra le tante possibili, che
talvolta si trasforma in una prigione. E quello di trasformarci in
prigionieri della storia ufficiale che ci raccontiamo è un pericolo,
peraltro, in agguato non solo per gli individui ma per intere società,
stati e popoli. Scrivere è un movimento dell'anima contro quella
riduzione, contro la rinuncia alla profusione.
La creazione
letteraria è il movimento sovversivo dello scrittore, in primo luogo
contro se stesso. Più prosaicamente potrebbe essere paragonata a un
massaggio che lo scrittore fa di volta in volta, ostinatamente, alla
propria cauta, inibita e impaurita coscienza. Per me, scrivere significa
essere libero di muovermi con agilità e leggerezza lungo l'asse
immaginario tra il bambino che ero e il vecchio che sarò, tra l'uomo e
la donna che sono, tra sanità mentale e follia, tra il me israeliano e
il palestinese che sarei potuto essere se fossi nato 500 metri più a
est. E sono sicuro che dal momento in cui concederemo a noi stessi di
percepire questa libertà di movimento (e l'arte è un modo meraviglioso
per fado) toccheremo anche l'essenza della tolleranza politica in tutte
le sue declinazioni: nei conflitti tra i popoli come nella sfida posta
dai profughi che affluiscono in Europa.
La tolleranza nasce dalla
disponibilità di sentire e comprendere l'altro dentro di noi, anche
quando l'altro ci minaccia perché è diverso, e incomprensibile. Anche
quando l'altro è nostro nemico dichiarato. Vorrei ricordare le parole di
un grande filosofo politico del XX secolo, John Rawls, che si
ricollegano a quanto detto. Rawls disse che nello stabilire le leggi di
uno Stato che vorremmo giusto, dovremmo porci come dietro a un velo
d'ignoranza che ci impedisca di sapere cosa saremo quando quel velo sarà
sollevato. In altre parole quando ci diamo delle leggi o, in generale,
delle regole di condotta tra esseri umani, o decidiamo una linea
politica governativa su un tema fondamentale e cruciale, non sappiamo
chi saremo quando il velo d'ignoranza sarà sollevato: se osservanti o
laici, ricchi o poveri, parte della maggioranza o della minoranza,
uomini o donne, gay o etero, cittadini o rifugiati.
Provate a fare
questo esercizio mentale. È un modo meraviglioso per vedere, d'un
tratto, il mondo e la realtà delle nostre vite da una prospettiva
diversa. La tolleranza, in sostanza, è la disponibilità a leggere la
realtà (il conflitto tra israeliani e palestinesi, ad esempio, o i
cinquantun annidi occupazione dei territori palestinesi da parte di
Israele) non solo con gli occhi di noi israeliani ma anche con quelli
del nostro nemico. A concederci di sperimentare, anche se per poco, la
sua storia, la sua giustizia, la sua sofferenza, gli errori che
commette, i punti di cecità nei nostri confronti. Se così faremo il
nostro contatto con la realtà sarà molto più profondo e completo. La
realtà non sarà soltanto una proiezione delle nostre angosce profonde né
dei nostri desideri assurdi. Sarà qualcosa di molto più autentico. E a
quel punto potranno nascere comprensione, tolleranza e accettazione
dell'altro, della sua diversità, della sua differenza. E forse, a
distanza di anni, dopo che i veleni di una Iunga guerra si saranno
dissolti dall'apparato circolatorio dei due popoli ostili, potranno
emergere curiosità reciproca, apprezzamento e anche una certa empatia.
Più di questo è difficile sperare per ora ma se ciò avverrà, sarà la
realizzazione di un sogno.
(Traduzione di Alessandra Shomroni)
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