Al Shabaka Australia e Palestina-Israele: la minaccia dell’estrema destra
Recentemente
il governo australiano, insieme a Israele e USA, ha votato contro la
risoluzione ONU per eleggere la Palestina alla presidenza del “Gruppo
dei 77”, che le consente di agire nel 2019 come Stato membro [dell’ONU] a
tutti gli effetti. Durante la stessa settimana il primo ministro
australiano Scott Morrison ha annunciato che sta prendendo in
considerazione il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele
e lo spostamento là dell’ambasciata australiana.
Per
molti aspetti simili iniziative ed annunci non rappresentano una
sorpresa: la politica estera australiana su Palestina e Israele è sempre
stata assolutamente filo-israeliana e anti-palestinese. Ciò deriva da
due ragioni principali.
In
primo luogo, entrambi i Paesi rappresentano progetti di colonialismo di
insediamento fondati sulla supremazia bianca. In effetti, in
un’intervista del 2006 ad “Haaretz” [giornale israeliano di
centro-sinistra, ndtr.], l’ex-ambasciatore israeliano in Australia
Naftali Tamir ha definito Israele e Australia come “due sorelle bianche
in Asia,” e ha parlato di come condividano la stessa razza – diversa
dagli “asiatici gialli e con gli occhi a mandorla.” La retorica
colonialista del partito Liberale che attualmente governa l’Australia
ripete queste opinioni. Alcuni dei suoi membri sostengono che la
colonizzazione abbia portato molti vantaggi alle popolazioni native
dell’Australia, mentre altri arrivano fino al punto di negare che
l’Australia sia mai stata colonizzata – proprio come i sionisti negano
che la Palestina sia stata occupata e soggetta a pulizia etnica,
affermando che ci fosse “una terra senza popolo per un popolo senza
terra.”
Secondo,
la politica estera australiana è in gran parte un riflesso della
politica estera e interna degli USA. Ciò si vede non solo nelle sue
politiche su Palestina-Israele, ma anche nell’ascesa di movimenti
politici di estrema destra in seguito all’elezione di Donald Trump. Più
di recente, ministri del partito Liberale hanno votato in appoggio a una
mozione palesemente suprematista bianca – denominata “Va bene essere
bianchi” –, portata avanti dalla senatrice estremista di destra e
anti-immigrati Pauline Hanson, che invitava il senato australiano a
riconoscere “la deplorevole ascesa di un razzismo anti-bianco e di
attacchi alla civiltà occidentale”. Ovviamente tale appoggio non
dovrebbe sorprendere in un Paese che nega cure mediche a richiedenti
asilo, tenuti per anni in campi di detenzione all’estero, che tentano il
suicidio, o che attribuisce visti speciali per coltivatori sudafricani
bianchi perché, proprio come gli australiani, “amano il cricket, le
spiagge e le grigliate.”
Quindi,
nonostante il fatto che la dichiarazione di Morrison in merito
all’ambasciata sia coerente con il quadro su delineato, si tratta di uno
spostamento ancora più a destra rispetto alla posizione dei suoi
predecessori. All’inizio di quest’anno l’ex-primo ministro Malcolm
Turnbull e l’ex-ministra degli Esteri Julie Bishop [entrambi del partito
Liberale, ndtr.] si sono opposti alla decisione del consiglio federale
del Partito Liberale di seguire l’esempio di Trump e di spostare
l’ambasciata.
Paesi
vicini come l’Indonesia e la Malaysia hanno manifestato il proprio
disappunto riguardo all’affermazione di Morrison, e l’iniziativa rischia
di compromettere le relazioni e lo status dell’Australia nella regione.
L’Indonesia ha persino diffuso un comunicato secondo cui avrebbe
sospeso un importantissimo accordo commerciale con l’Australia se
Morrison avesse proceduto a spostare l’ambasciata.
Inoltre
i media australiani hanno descritto la dichiarazione del primo ministro
come avventata, sciocca e un disperato tentativo sia di far appello
alla propria base di estrema destra che di vincere le elezioni
suppletive a Wentworth, comune della periferia orientale di Sidney,
rivolgendosi agli elettori ebrei, che rappresentano circa il 13% della
popolazione della zona. Ciò presuppone che tutti gli ebrei che abitano a
Wentworth siano sionisti e accolgano positivamente queste politiche di
estrema destra – un presupposto che si è dimostrato falso, in quanto
Wentworth ha votato contro il partito Liberale. Ciò lascia il partito
con un seggio in meno rispetto alla maggioranza nella Camera dei
Rappresentanti, benché il governo federale rimanga invariato.
Consigli politici
-
Il dibattito riguardante lo spostamento dell’ambasciata ha ignorato due importanti aspetti –giuridici ed etici – che dovrebbero essere messi in luce nelle discussioni sulle politiche filo-israeliane dell’Australia. I discorsi riguardanti lo spostamento dovrebbero sottolinearne l’illegalità in base alle leggi internazionali, così come la sua immoralità, soprattutto il fatto che vada contro valori universali e valori nazionali australiani di democrazia ed impegno per i diritti umani.
2.
Le organizzazioni della società civile e i gruppi filo-palestinesi
devono organizzare manifestazioni e proteste, così come fare pressione e
presentare petizioni per mandare un messaggio a Morrison che la sua
politica non sarà ben accolta e sostenuta dal popolo australiano. Dato
che si tratta di un punto critico, l’impulso ora deve essere sostenuto,
indipendentemente dai risultati delle elezioni suppletive e dalla
sconfitta del candidato del partito Liberale, per continuare a fare
pressione su un governo che storicamente ha danneggiato i diritti dei
palestinesi.
3. L’Australia
dovrebbe ridefinire la propria politica estera per metterla più in
sintonia con il contesto geopolitico del Paese e con gli interessi
nazionali, piuttosto che continuare con le proprie politiche basate
sulla razza e con l’importazione di politiche dagli USA
indipendentemente dal fatto che siano adatte al contesto australiano.
L’Australia deve riconoscere il proprio ruolo in quanto Nazione asiatica
con relazioni commerciali fondamentali con Paesi come la Malaysia e
l’Indonesia, le cui politiche filo-palestinesi differiscono notevolmente
da quelle degli USA. Pressioni dell’opinione pubblica, dei media e dei
gruppi della società civile sui partiti più di sinistra, Laburista e
Verde, potrebbero contribuire a cambiare la retorica e il discorso in
questo senso e, in ultima istanza, rafforzare un cambiamento nella
politica relativa a Palestina-Israele.
Noura Mansour
Esperta
di politica di Al-Shabaka, Noura Mansour è un’insegnante, scrittrice,
attivista e organizzatrice di comunità palestinese originaria della
città di Acri [in Israele, ndtr.]. Ha studiato scienze politiche ed
educazione ed ha conseguito un master in Relazioni Internazionali
all’università di Haifa [in Israele, ndtr.]. Noura ha partecipato al
lavoro di sviluppo e di comunità con Ong a Gerusalemme, in Cisgiordania e
nella Palestina del ’48 [cioè in Israele, ndtr.]. Ha lavorato con Ong e
con movimenti di solidarietà internazionali in Corea e in Australia,
dove ora vive e lavora nel settore educativo. Noura è anche una
moderatrice di dibattiti ed ha istruito e gestito molti incontri
internazionali in Asia, Medio Oriente, Europa ed Australia.
(traduzione di Amedeo Rossi)
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