Un
nuovo rapporto descrive in dettaglio i modi in cui il processo di
mappatura di Google Maps nei Territori Occupati serve gli interessi del
governo israeliano, mentre contraddice il dichiarato impegno
dell’azienda nei confronti dei diritti umani.
Henriette Chacar – 4 ottobre 2018
Foto di copertina: Soldati israeliani ispezionano auto palestinesi al
posto di blocco di Beit Furik, vicino a Nablus, in Cisgiordania, il 27
maggio 2015. (Ahmad Al-Bazz / Activestills.org)
Quando Tariq Asedih pianifica il
percorso dal suo villaggio vicino a Nablus a Ramallah, Google Maps “non
riesce a trovare un itinerario” per il viaggio di 36 chilometri. Deve
spostarsi nel vicino insediamento ebraico, e anche allora, le rotte
disponibili indirizzano Asedih verso strade che i Palestinesi non sono
autorizzati a usare.
Non solo Google Maps non riconosce la
Palestina (il browser naviga in un’area senza denominazione) – ma la sua
intera esperienza da utente ignora la realtà dell’occupazione. In tal
modo, secondo un nuovo rapporto di 7amleh, il Centro Arabo per
l’Avanzamento dei Social Media, Google sta violando il suo impegno nei
confronti dei diritti umani internazionali. Google sostiene che la sua
missione è “organizzare le informazioni del mondo” e renderle “utili”,
ma il rapporto ha rilevato che Google Maps promuove gli interessi del
governo israeliano e serve principalmente i cittadini israeliani.
Nel 2012, Lo Stato di Palestina è stato
riconosciuto da 138 membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite
(UNGA) su 193, ma non è mai stato classificato come tale su Google Maps.
Israele invece non solo è identificato come Paese , ma Gerusalemme,
che ha ottenuto lo status internazionale nella risoluzione 181 dell’UNGA
ma con uno status finale ancora da definire , è contrassegnata come
sua capitale. Mentre esiste una definizione di “West Bank”, gli
insediamenti appaiono come se fossero situati all’interno di Israele.
Nel frattempo, i villaggi palestinesi
non riconosciuti da Israele, sia nei Territori Occupati che all’interno
della Green Line, sono o travisati o del tutto esclusi, mentre i nomi e
le posizioni degli insediamenti israeliani sono chiaramente indicati.
Anche le comunità ebraico-israeliane relativamente piccole appaiono
sulla mappa, ma i villaggi palestinesi sono visibili solo quando la
mappa viene intenzionalmente di molto ingrandita.
A differenza di altre città o villaggi,
le comunità beduine del Negev, che esistevano prima della nascita di
Israele, sono contrassegnate con la loro designazione tribale, piuttosto
che con i nomi effettivi dei loro villaggi.
Considerando che questi villaggi sono
sotto la costante minaccia di demolizione da parte delle autorità
israeliane, la loro falsa rappresentazione o omissione dalla mappa
diventa “un metodo per rafforzare lo sradicamento di villaggi
palestinesi non riconosciuti”, sostiene il rapporto.
Un
colono israeliano usa il suo cellulare per scattare foto mentre
Palestinesi, Israeliani e attivisti internazionali bloccano la Road 60
durante una giornata di manifestazioni coordinate con il blocco delle
strade nei Territori Occupati . Ein Yabrud, Cisgiordania, 14
novembre2012. (foto: Keren Manor / Activestills.org)
Oltre alla mappatura distorta, Google
dà la priorità ai cittadini israeliani quando propone i percorsi. La
mappa ignora il sistema stradale separato presente in Israele-Palestina e
le conseguenti restrizioni di movimento, come i checkpoint e i blocchi
stradali, che colpiscono i Palestinesi. Ad esempio, per andare da
Betlemme a Ramallah, tutte le rotte suggerite da Google Maps richiedono
l’attraversamento dalla West Bank a Gerusalemme, per poi tornare nei
Territori Occupati. Questo è possibile solo per le persone con ID
israeliane o passaporti stranieri. È illegale per i Palestinesi accedere
a strade esclusivamente israeliane, che di solito collegano gli
insediamenti, e le conseguenze di ciò possono includere arresti,
ritardi, detenzioni e confische di automobili.
Nel 2016, un bug rimosse le etichette
“West Bank” e “Gaza Strip” da Google Maps, scatenando un dibattito
online e richiamando l’attenzione sul fatto che l’azienda aveva escluso
la Palestina dalle sue mappe fin da quando il servizio era stato
lanciato nel 2005. Il Forum di Giornalisti Palestinesi rilasciò una
dichiarazione, definendo l’omissione “un crimine” e chiedendo alla
compagnia di annullare la sua decisione e di scusarsi con il popolo
palestinese.
Si presume che le mappe siano
rappresentazioni accurate del mondo fisico, ma il pregiudizio politico è
inevitabile, anche nelle mappe che sono geograficamente oggettive, ha
affermato il professor Izhak Schnell, che insegna geografia
all’Università di Tel Aviv. Le mappe hanno un ruolo importante nello
sviluppo della coscienza nazionale, ha aggiunto, e più cartografi
ammettono che l’esistenza di standard internazionali non garantisce
l’obiettività nella mappatura.
Secondo il professor Schnell, ci sono
contemporaneamente due guerre cartografiche in atto in
Israele-Palestina: una tra Israele e i Palestinesi, e un’altra tra la
sinistra e la destra politica all’interno di Israele. È probabile che le
mappe palestinesi evidenzino l’espansione ebraica nel tempo, mentre le
mappe israeliane stanno sempre più rappresentando Israele e i Territori
Palestinesi Occupati come un’area contigua.
Dal 1997, l’emendamento Kyl-Bingaman
(KBA) alla Legge di autorizzazione alla Difesa Nazionale degli Stati
Uniti ha limitato l’accesso del pubblico alle immagini satellitari ad
alta risoluzione di Israele-Palestina, citando le preoccupazioni di
sicurezza nazionale israeliane. Questa limitazione non si applica al
resto del Medio Oriente e del Nord Africa, dove tali immagini,
disponibili su piattaforme come Google Earth, sono utilizzate per
supportare il lavoro di archeologi, geografi e operatori umanitari.
Sfocando deliberatamente le immagini aeree, il KBA “pone seri ostacoli,
non solo per la conservazione del patrimonio culturale, ma anche nel
tenere sotto controllo Israele riguardo alle appropriazioni di terra,
le demolizioni di case e le attività di insediamento”, secondo un
recente rapporto di Al-Shabaka.
Il rapporto di 7amleh suggerisce
diverse raccomandazioni che consentirebbero a Google di tener fede alle
sue responsabilità e di rispettare le norme internazionali e gli
standard sui diritti umani. Ad esempio, nei Territori Occupati Google
dovrebbe contrassegnare chiaramente le aree A, B e C e identificare gli
insediamenti israeliani illegali, in conformità con le Convenzioni di
Ginevra. Dovrebbe rappresentare i villaggi palestinesi con lo stesso
livello di dettagli che applica agli insediamenti israeliani.
Google dovrebbe rispettare la decisione
dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 2012 e riconoscere la
Palestina come un Paese, riconoscendo così anche lo status speciale di
Gerusalemme senza dichiararla capitale esclusiva di un’entità o di
un’altra. Nella pianificazione del percorso, l’applicazione delle mappe
dovrebbe identificare e mostrare chiaramente tutte le restrizioni di
movimento per i Palestinesi, distinguere quali strade sono disponibili
solo per i cittadini israeliani e offrire percorsi alternativi per i
Palestinesi.
Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invictapalestina.org
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