Ursula Spinelli Hirschmann : Gli ebrei davanti a Israele: Il nazionalismo minaccia di distruggere una tradizione millenaria di libertà
Nel 1972, all’indomani dell’attacco alla squadra olimpica israeliana a Monaco, in un lucido
articolo pubblicato sulla Stampa dal titolo “Gli Ebrei”, Natalia Ginzburg scriveva: “A
volte ho pensato che gli ebrei di Israele avevano diritti e superiorità sugli altri essendo
sopravvissuti a uno sterminio. Questa non era un’idea mostruosa, ma era un errore. Il
dolore e le stragi di innocenti che abbiamo contemplato e patito nella nostra vita non
ci danno nessun diritto sugli altri e nessuna specie di superiorità.”
Da quel testo prende le mosse Ursula Spinelli (1) per un lungo articolo pubblicato il 6
dicembre 1972 da “Il Globo”, quotidiano fondato nel 1945 da Luigi Barzini, in cui
dichiara di voler “aggiungere alcune considerazioni a quel che ha detto Natalia, perché sento e penso molte cose in modo simile al suo”. Di seguito l’ultima parte dell’articolo.
Il mio legame con l’ebraismo è diverso dal suo: non ho religione e non accetto la razza
come linea di divisione tra gli uomini. Ma quel che nel fatto di essere ebrea mi dà una
sottile fierezza e qualche volta un senso di calore umano è il sentirsi un tantino più
«randagia» — come dice Natalia —, si potrebbe anche dire un tantino più
«cosmopolita» o «irriverente» o «déracinée» degli altri, e di essere in tale condizione
un po’ imparentata ad alcuni grandi ebrei che si che si chiamano Spinoza, Marx,
Freud, Luxemburg e altri ancora.
Cercando di definire in termini meno personali questo tipo di legame, direi che ognuno
di noi, ebreo o non ebreo, se vuole guardare verso l'avvenire cercando un sostegno e
un incoraggiamento nel passato, decide in qualche momento della sua vita quali
motivi della sua tradizione vuole cogliere e coltivare. La tradizione cui può attingere un
ebreo è lunga e continua come quella di pochi altri popoli, ma anch’essa, come tutte le
tradizioni, è ambigua, e bisogna sapere cosa in essa si vuole scegliere e cosa lasciar
da parte. Per me, e non solo per me, quel che ha valore universale nella millenaria
esperienza ebraica è la loro difesa tenace della libertà di essere come volevano essere,
dì scegliersi ordini di valori, costumi e tradizioni senza lasciarsi sommergere dalle
maree di successivi conformismi. Questa storia comincia miticamente con Abramo che
abbandona Ur e diventa randagio per essere libero nella sua religiosità, e continua col
rifiuto di diventare egiziani, babilonesi, elleni, romani, cristiani. Ed è costellata dalla
lotta vigorosa di tanti intelletti ebraici, antichi e moderni, contro tutta una serie di
tabù, talvolta interni alla loro stessa comunità, talvolta propri della più grande
comunità in seno a cui vivevano.
Chi fa sua questa tradizione sa da sempre che all’angolo della strada lo può attendere
la necessità di esser di nuovo randagio, con le spalle curve, perseguitato ma convinto
che la sua forza risiede altrove. Ciò può capitare agli ebrei più spesso e più duramente
di quanto capiti ad altri, ma non per ragioni diverse. Alla famiglia di Abramo
appartengono infatti spiritualmente non solo i profeti perseguitati a Gerusalemme, gli
Spinoza scomunicati dalla Sinagoga, i Marc Bloch fucilati dalla Gestapo, ma anche i
Giordano Bruno, i von Ossietzky, i Soljenitzin, che non sono materialmente figli di
ebrei. Attenersi a questo filone della tradizione ebraica porta a un certo tipo di vittorie
e a un certo tipo di disfatte e fa incontrare un certo tipo di amici di cui non c’è da
vergognarsi e un certo numero di nemici che si può combattere con buona coscienza.
Ma fra le tradizioni ebraiche si può anche scegliere quella di Mosè e Giosuè che
irrompono in Palestina – e si può allora leggere senza fremere la descrizione che la
Bibbia fa di tale conquista - la tradizione della piccola monarchia di David e dei suoi
successori che hanno tenuto su per qualche secolo lo stato ebraico, la tradizione della
chiusa comunità teocratica che rigettava dal suo seno tutti gli spiriti liberi e innovatori,
e che nell’epoca dei nazionalismi europei ha preso la forma del sionismo, cioè della
volontà di battersi duramente per ridiventare e restare uno stato-nazione, col suo
posto al sole, incurante se nel far ciò si infliggono cose ingiuste a chi si trova per caso
su questo fatale cammino. Chi sceglie questa strada sarà, fin che le cose gli vanno
bene, ben radicato, forte, dritto, più facile a colpire e più difficile a essere colpito,
capace anche a modo suo di un certo senso di giustizia formale, come ad esempio lo
sono stati, e in modo esemplare anche loro, i Prussiani. Avrà ugualmente fortune e
sventure, ma di natura diversa. E avrà amici, di cui talvolta bisognerà vergognarsi e
nemici di fronte ai quali la coscienza non sarà del tutto a posto. E' infatti evidente che
i costruttori e i difensori dello stato-nazione d'Israele possono sì contare sulla
solidarietà, sempre precaria, di altri paesi la cui ragion di stato coincide con la loro,
ma non possono più pensare di avere nello stesso tempo automaticamente la
solidarietà di tutti coloro che, ebrei e non ebrei, si sono levati da sempre contro tutti i
ghetti, compreso quello nazionale.
Ma anche a mettersi all’interno della logica del nazionalismo israeliano ci si può
chiedere se alla lunga questa esaltazione dello stato-nazione ebraico renderà in
sicurezza, in pace duratura, in convivenza civile. E’ lecito dubitarne Non sono
d’accordo con Natalia, quando dice che Golda Meir avrebbe dovuto lasciar liberi
duecento guerriglieri per il ricatto fatto dai fedayn, perché una volta in guerra valgono
le sue leggi.
Né penso che da parte araba ci siano solo poveri pastori e dall’altra solo soldati al
servizio del capitalismo. Sarebbe troppo semplice e in realtà la maggior parte degli
arabi è anch’essa in preda alla follia del nazionalismo che stravolge e falsa ogni
rivendicazione di giustizia. Ma chi ha meditato sui nefasti del nazionalismo passato e
presente, non può che predire con malinconica monotonia che anche in Israele e fra
gli arabi esso darà i frutti avvelenati che ha dato dappertutto: successi vistosi, ferite
profonde, odi, spirito di rivincita, vendette, e così via lungo un cammino alla fine del
quale c’è lo spettro di nuovi genocidi.
Sono possibili soluzioni non nazionaliste? A questa domanda si può solo rispondere
che se si prendono come dati immutabili le situazioni esistenti, a molti dei nostri
problemi e non solo a questo d’Israele non vi sono soluzioni. Non era stato insegnato
anche a tutti i popoli europei che la comunità nazionale è la suprema forma di unione
cui possa arrivare l’umanità? Poi questo mito è crollato ignominiosamente e oggi molti
si stanno convincendo della necessità di un salto qualitativo che ci porti fuori dalle
strutture nazionali. Lo stesso vale per Israele e per gli arabi. Da chi fra loro saprà
pensare queste cose e dirle sfidando lo scandalo nascerà la visione di una nuova
dimensione e di nuove soluzioni. Poi forse verrà la congiuntura politica in cui l’utopia
potrà diventare programma e azione politica. Anche i profeti ebrei antichi sono stati
considerati dai loro contemporanei utopisti e disfattisti, perché hanno parlato non solo
per il loro popolo ma per tutta l’umanità e messo cose come la giustizia al di sopra
della sorte del loro stato. Eppure sono stati essi a veder più lontano dei duri
condottieri, e il loro spirito è sopravvissuto alle gesta del piccolo regno che obbediva al
Dio degli eserciti.
1) sia Ursula Spinelli Hirschmann che Altiero Spinelli -che fu suo marito- che Natalia Ginzburg, erano di famiglia ebraica.
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