Richard Falk Decodificare l’“accordo del secolo” di Pipes/Trump/Kushner
Decodificare l’“accordo del secolo” di Pipes/Trump/Kushner
11 settembre 2018
Non
occorreva essere dei fedeli alla linea “mai Trump” per nutrire dubbi
riguardo alla proposta di portare la pace tra i palestinesi e gli ebrei
creando le condizioni che avrebbero prodotto l’“accordo del secolo”. E,
siamo onesti, se la gara tra le Nazioni viene giocata oggi secondo le
regole di Madison Avenue [famosa strada dello shopping e pubblicità a
Manhattan, ndtr.], la frase sarebbe vincente invece che perdente, se
considerata da un punto di vista della risoluzione dei problemi. Persino
nell’attuale clima politico degradato, scommettere su uno slogan
pubblicitario come sostitutivo di idee risolutive può essere una formula
efficace per garantirsi un ampio pubblico per un episodio di un reality
televisivo, ma è una crudele scappatoia quando si tratta di affrontare
il quotidiano calvario del popolo palestinese destinato ad essere
vittima e a vivere sotto lo Stato israeliano di apartheid.
Ciò
che forse è ancor peggio delle pompose spacconerie di Trump, è che qui
sembra esserci una logica perversa che sorregge questo folle proposito
nato dall’immaginazione ultra-sionista di Daniel Pipes [giornalista e
storico statunitense ultraconservatore, ndtr.]. È stato Pipes, mesi fa,
usando il Forum sul Medio Oriente pensato come suo tramite, a lanciare
un appello per ciò che lui definiva “Victory Caucus” [“un comitato
elettorale della vittoria”]. Pipes, uno studioso intelligente ed
esperto, argomentava che il percorso diplomatico di Oslo era fallito
miseramente come strumento per porre fine al conflitto attraverso
negoziati. Accompagnava questa conclusione con la storica affermazione
che conflitti di lunga durata tra avversari etnici raramente si
concludono attraverso compromessi o accordi. Terminano con la vittoria
di una delle parti e il riconoscimento della sconfitta da parte
dell’altra.
Quindi
il trucco, così credeva Pipes, sta nel convincere i palestinesi ad
accettare il dato di fatto ed ammettere a sé stessi e al mondo di aver
perso la battaglia per impedire la creazione di uno Stato ebraico in
Palestina o per dare vita ad un proprio Stato sovrano. Pipes sostiene
che uno sguardo obiettivo ai rapporti di forza diplomatici e militari in
Palestina e Medio Oriente conferma questo giudizio sull’esito politico
anche senza contare sul solido appoggio geopolitico degli Stati Uniti,
che garantiscono un sostegno incondizionato alle priorità israeliane
rispetto a quelle palestinesi.
Con
questa consapevolezza, il puzzle politico da risolvere allora per Pipes
diventa duplice: come convincere il governo USA a passare dal
fallimentare tentativo di negoziare una soluzione a quello di aiutare
l’Israele di Netanyahu ad imporne una con successo e, oltre a ciò, come
esercitare un’ulteriore sufficiente pressione sulla situazione dei
palestinesi, sul campo e a livello internazionale, in modo che i loro
dirigenti affrontino la realtà e rinuncino una volta per tutte alle loro
rivendicazioni politiche e si accontentino di ciò che quindi gli si
offrirebbe – una promessa di miglioramento economico nella loro
situazione.
A
pensarci bene, non sembra così strano che dei sostenitori così
estremisti di Israele come il trio Kushner [genero e consigliere di
Trump per il Medio Oriente, ndtr.], Friedman [ambasciatore Usa in
Israele e colono, ndtr,] e Greenblatt [consigliere di Trump per Israele,
ndtr.] siano disponibili ad un simile approccio, e potrebbero essersi
mossi in una analoga direzione anche senza l’apporto di Pipes, che
fornisce un quadro logico coerente. Consideriamo le iniziative prese dal
governo USA negli ultimi otto mesi e ne risulterà un disegno che sembra
essere comprensibile solo come tentativo di mettere in pratica il
suggerimento del “Victory Caucus”: spostare l’ambasciata statunitense da
Tel Aviv a Gerusalemme, attaccare l’ONU – inclusa l’uscita dal
Consiglio per i Diritti Umani, a causa dei suoi pregiudizi anti
israeliani, congelare e poi eliminare l’indispensabile aiuto finanziario
alle operazioni dell’UNRWA a Gaza e in Cisgiordania, chiudere l’ufficio
di rappresentanza dell’OLP a Washington, chiudere gli occhi sui crimini
israeliani contro l’umanità commessi in risposta alla ‘Grande Marcia
del Ritorno’ alla barriera di Gaza, minacciare la Corte Penale
Internazionale e dare tacito assenso all’accelerata espansione delle
colonie illegali israeliane (che contano ormai più di 600.000 coloni).
Non c’è altro modo di leggere questo elenco di manovre provocatorie se
non come una serie di segnali al popolo palestinese, e soprattutto ai
suoi leader, perché capiscano l’inutilità della loro sofferenza, che
peggiorerà sempre più se loro non agiranno assennatamente e si
piegheranno a qualunque cosa Israele proponga per portare a termine il
progetto sionista di dominio dell’intera Palestina storica, la
restituzione biblica della ‘terra promessa’ che spetta agli ebrei.
Chiamare
questo genere di diplomazia coercitiva su un popolo già oppresso col
termine di “accordo” è una mistificazione linguistica. È più un
arrogante trucco che non un accordo, che implica la parvenza di una
convergenza di idee. È ciò che io ho definito in questo ed altri
contesti un “crimine geopolitico” che merita sanzioni e condanne
internazionali, non l’attenta considerazione riservata ad un serio
tentativo di portare pace tra i due popoli. In futuro una simile
iniziativa sarà conosciuta probabilmente come ‘il tentato omicidio più
grave del secolo’.
Prescindendo
dal disgusto per l’immoralità e l’illegalità di questo approccio di
Pipes/Trump/Kushner, è importante porsi l’imbarazzante domanda:
‘funzionerà?’. Date le lotte e le sofferenze subite dal popolo
palestinese per più di un secolo, sembra che il ‘Victory Caucus’ di
Pipes, come l’‘accordo’ di Trump, incontrerà uno sprezzante rifiuto,
probabilmente accompagnato da una drastica ripresa della resistenza
palestinese, che affiancherà ulteriori espressioni militanti di attività
di solidarietà a livello mondiale. Se teniamo conto della continuazione
eroica della ‘Grande Marcia’ al confine di Gaza, nonostante le ripetute
atrocità compiute dall’esercito israeliano, e del crescente sostegno
mondiale alla campagna BDS, sembra ragionevole concludere che l’accordo
del secolo è stato respinto ancor prima che fosse esplicitato con tutta
la sua squallida messa in scena, compresa l’idea di ridisegnare i
confini con i Paesi vicini, frammentando in modo permanente il popolo
palestinese, al di là delle più fosche aspettative. Se, un grande se, il
trio dei consiglieri di Trump di ‘prima Israele” agisce con molta
astuzia, questo è un accordo la cui natura dettagliata non verrà mai
rivelata al giudizio del pubblico, e il cui anticipato rigetto verrà
nascosto dietro una valanga di denunce dell’atteggiamento di rifiuto
palestinese come responsabile di aver affossato il piano di pace di
Trump.
Sotto
questo tentativo di costringere i palestinesi a bere una simile miscela
tossica vi è un’errata lettura del corso della storia nei nostri tempi.
Il sole è tramontato sul colonialismo e, al di là di quanto si possano
mostrare i muscoli geopolitici, questa realtà non può essere trascurata.
Questo tipo di crimine geopolitico senza dubbio aumenterà le sofferenze
dei palestinesi, mentre contemporaneamente rafforzerà la loro
determinazione. In questo genere di lotte contro la colonizzazione vi
sono spostamenti negli equilibri del ‘potere persuasivo’,
che il più delle volte producono cambiamento e non il rovesciamento
dell’equilibrio geopolitico o della superiorità sul terreno di scontro. I
popoli, non gli Stati e le loro forze armate, sono i protagonisti e gli
attori della nostra epoca, con i governi lasciati in secondo piano a
lamentarsi dei risultati. Le potenze coloniali europee lo hanno imparato
nel modo più duro in una serie di guerre sanguinose, che hanno perso
nonostante la loro superiorità militare. Gli Stati Uniti, nonostante le
loro esperienze in Vietnam, Iraq e Afghanistan, devono ancora rendersi
conto dei limiti della potenza militare nel mondo post-coloniale e
quindi continuano a inventare armamenti, tattiche e dottrine senza
imparare questa imprescindibile lezione sul mutamento di natura del
potere.
È
vero, la diplomazia di Oslo è stata un fallimento che ha giocato a
favore di Israele ed è stata giustamente abbandonata. Ma la risposta di
Trump a questo fallimento si configura come la criminalizzazione della
diplomazia, che viola i più basilari precetti del diritto internazionale
sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. Arriva al punto di condurre
una guerra aggressiva contro un popolo vulnerabile e disperato. Se l’ONU
e i governi dominanti assistono a questo terribile spettacolo in
assordante silenzio, si può solo sperare ardentemente che i popoli del
mondo riconoscano la necessità di una riforma radicale per evitare una
futura catastrofe, non solo per i palestinesi, ma per l’intera umanità.
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