ISRAELE - PALESTINA Proteste a Gaza, l’esercito israeliano uccide un giovane palestinese
asianews.it
1 La vittima è Moamen Ibrahim Abu Eyada, di soli 15 anni. Egli è stato colpito da un proiettile nel settore orientale di Rafah, nella zona sud della Striscia. Da fine marzo sono morti almeno 184 manifestanti palestinesi. Israele parla di “facinorosi” che incendiano copertoni e lanciano pietre e bombe incendiarie. aza (AsiaNews/Agenzie) - Le forze di sicurezza israeliane hanno aperto il fuoco per sedare una manifestazione divampata nella serata di ieri nella Striscia di Gaza, uccidendo un giovane palestinese. La conferma arriva dal locale ministro della Sanità, mentre sul fronte opposto nell’esercito israeliano non vi sono finora conferme ufficiali “dell’incidente”.Proteste a Gaza, l’esercito israeliano uccide un giovane palestinese
Secondo quanto riferisce Ashraf Al-Qidra, portavoce del ministero della Sanità, la vittima si chiama Moamen Ibrahim Abu Eyada e ha 15 anni; egli è stato colpito da una pallottola esplosa da soldati israeliani, durante una protesta divampata nel settore orientale della cittadina di Rafah, situata nella parte meridionale della Striscia di Gaza, poco distante dal confine con l’Egitto.
Dal 30 marzo scorso in concomitanza con l’inizio della “Marcia del ritorno”, la frontiera che separa la Striscia da Israele è stata teatro di ripetute manifestazioni da parte dei palestinesi. In questi mesi si sono verificati numerosi episodi di violenza, definiti una “vergogna” da attivisti israeliani, nel contesto dei quali sono state uccisi almeno 184 palestinesi. La prospettiva di un cessate il fuoco appare improbabile e lo stesso parroco di Gaza definisce la situazione “disperata”.
Fonti dell’esercito israeliano affermano che nella giornata di ieri vi sono stati diversi episodi di violenza lungo il confine fra Israele e Palestina “con la partecipazione di centinaia di facinorosi”. I dimostranti avrebbero dato alle fiamme gomme e copertoni e lanciato pietre e bombe incendiarie verso i soldati, senza peraltro provocare vittime né feriti.
Il 18 settembre due palestinesi sono stati uccisi durante manifestazioni anti-israeliane che avevano assunto una deriva violenta, nei pressi della frontiera a Erez. L’esercito israeliano risponde affermando di proteggere i propri confini da aggressioni esterne.
Israele ha abbandonato Gaza nel 2005, ma mantiene un controllo serrato del territorio, dei confini e della costa adiacente. In questi anni ha combattuto tre guerre con Hamas, il movimento estremista palestinese che domina la Striscia.
2
Michele Giorgio
Gerusalemme, 15 settembre 2018, Nena News – Gaza dimenticata, di nuovo. Sono bastate un po’ di indiscrezioni su un accordo di tregua tra Israele e il movimento islamico Hamas
«ormai fatto» per far richiudere in un cassetto il voluminoso
dossier di Gaza e della condizione della sua gente: oltre due milioni
di palestinesi che vivono da prigionieri in meno di 400 chilometri
quadrati. Ma quell’accordo resta incerto, non se ne parla più.
Anzi, si sono complicati ancora una volta i rapporti tra i mediatori
egiziani e la leadership islamista e il Cairo ha richiuso il valico di
Rafah, l’unica porta di Gaza sul mondo arabo. In questo quadro i palestinesi uccisi continuano a non fare notizia. Eppure ogni venerdì proseguono le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno cominciata a fine marzo. E il bilancio anche ieri è stato drammatico.
Diecimila forse più palestinesi hanno raggiunto le linee di
demarcazione con Israele per chiedere la fine del blocco di Gaza e tre
dimostranti – Shadi Abdel Aal, 12 anni, Hani Afana, 21 e Mohammed Chakoura, 20 – sono stati uccisi dai colpi sparati dai tiratori scelti sulla folla a Jabaliya e Khan Yunis. I feriti sono stati almeno 248, 15 dei quali colpiti da proiettili.
Israele ha denunciato il lancio di due granate contro una jeep e il
ferimento di un soldato per lo scoppio di un ordigno. La sua
artiglieria ha fatto fuoco su presunte postazioni di Hamas in
particolare a Khouza.
Qualche ora prima in Cisgiordania, alle porte di Gerusalemme Est, reparti della polizia israeliana avevano chiuso gli accessi per Khan al Ahmar scatenando le proteste degli abitanti e degli attivisti che provano a proteggere, con la loro presenza, il villaggio di cui la Corte suprema israeliana ha decretato la demolizione oltre allo sgombero della comunità beduina che vive in quella località da decine di anni. Almeno cinque manifestanti sono stati arrestati – tra i quali Frank Romani, un docente universitario ebreo americano -, diversi i contusi. Due giorni fa, poco prima dell’alba, la polizia aveva rimosso e smantellato cinque container portati dai palestinesi con l’intenzione di dare vita a un nuovo villaggio, Wadi al Ahmar, accanto a Khan al Ahmar.
Si aggrava lo scontro tra la leadership palestinese e l’Amministrazione Trump. Jared Kushner, inviato speciale in Medio oriente e genero del presidente americano, giovedì in un’intervista aveva affermato che il riconoscimento Usa di Gerusalemme come capitale di Israele, il taglio di finanziamenti americani per centinaia di milioni di dollari ai palestinesi e all’agenzia dell’Onu per i profughi Unrwa e la chiusura dell’ufficio dell’Olp a Washington, non hanno diminuito le possibilità di raggiungere un accordo, anzi, a suo dire le hanno accresciute. Ieri Nabil Abu Rudeinah, portavoce del presidente palestinese Abu Mazen ha replicato che Kushner conferma «la sua totale ignoranza» del Medio oriente. «Il popolo palestinese – ha avvertito Abu Rudeinah – non accetterà pressioni, sanzioni o politiche di ricatto…le mosse americane sono la prova di un pregiudizio cieco».
In queste ore si riaccendono anche i riflettori sulla salute precaria dell’83enne Abu Mazen. Il segretario generale dell’Olp, Saeb Erekat, ieri in un’intervista ha rivelato che a maggio il presidente palestinese si è trovato in condizioni molto critiche e durante il suo ricovero per una polmonite a Ramallah il suo entourage aveva perso ogni speranza. Nena News
Qualche ora prima in Cisgiordania, alle porte di Gerusalemme Est, reparti della polizia israeliana avevano chiuso gli accessi per Khan al Ahmar scatenando le proteste degli abitanti e degli attivisti che provano a proteggere, con la loro presenza, il villaggio di cui la Corte suprema israeliana ha decretato la demolizione oltre allo sgombero della comunità beduina che vive in quella località da decine di anni. Almeno cinque manifestanti sono stati arrestati – tra i quali Frank Romani, un docente universitario ebreo americano -, diversi i contusi. Due giorni fa, poco prima dell’alba, la polizia aveva rimosso e smantellato cinque container portati dai palestinesi con l’intenzione di dare vita a un nuovo villaggio, Wadi al Ahmar, accanto a Khan al Ahmar.
Si aggrava lo scontro tra la leadership palestinese e l’Amministrazione Trump. Jared Kushner, inviato speciale in Medio oriente e genero del presidente americano, giovedì in un’intervista aveva affermato che il riconoscimento Usa di Gerusalemme come capitale di Israele, il taglio di finanziamenti americani per centinaia di milioni di dollari ai palestinesi e all’agenzia dell’Onu per i profughi Unrwa e la chiusura dell’ufficio dell’Olp a Washington, non hanno diminuito le possibilità di raggiungere un accordo, anzi, a suo dire le hanno accresciute. Ieri Nabil Abu Rudeinah, portavoce del presidente palestinese Abu Mazen ha replicato che Kushner conferma «la sua totale ignoranza» del Medio oriente. «Il popolo palestinese – ha avvertito Abu Rudeinah – non accetterà pressioni, sanzioni o politiche di ricatto…le mosse americane sono la prova di un pregiudizio cieco».
In queste ore si riaccendono anche i riflettori sulla salute precaria dell’83enne Abu Mazen. Il segretario generale dell’Olp, Saeb Erekat, ieri in un’intervista ha rivelato che a maggio il presidente palestinese si è trovato in condizioni molto critiche e durante il suo ricovero per una polmonite a Ramallah il suo entourage aveva perso ogni speranza. Nena News

Commenti
Posta un commento