Ugo Tramballi : profughi , Bombay ,Martin Luther King

PROFUGHI E MAGLIARI
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 I numeri dell’UNHCR, l’Agenzia Onu per i profughi, sono un dato statistico e matematico, non l’opinione di un circolo culturale liberal. I profughi solo 68,5 milioni, cioè l’1% della popolazione mondiale. Nella storia, da che si conta il problema con approssimazione scientifica, non ce ne sono mai stati così tanti.
Di questi, 40milioni sono sfollati all’interno del loro stesso paese; 25,4 sono profughi e 3,1 milioni richiedenti asilo. Circa la metà dei profughi vengono solo da tre paesi: Siria (6,3 milioni), Afghanistan (2,6), Sud Sudan (2,4).
L’Italia, compresi i buoni cattolici di Rocca di Papa, si è divisa per 130 eritrei. Ma la Giordania e l’Uganda ospitano più di un milione di profughi ciascuno. Facendo un calcolo sulla demografia nazionale però, il record è del Libano: i profughi sono il 25% della popolazione. E questo, secondo gli esperti, è il “punto di rottura” per la stabilità di un paese. Nel 2010, prima della guerra civile siriana, l’economia libanese cresceva dell’8%, ora del due.
Capendo che un paio di slogan elettorali non bastano per affrontare il problema, il CSIS, il Centro di studi strategici di Washington, ha cercato di fare qualcosa di più. Dan Runde, uno dei suoi vicepresidenti, ha messo insieme una squadra di 30 esperti – settore privato e pubblico, accademici, amministratori locali e ong – per studiare un anno intero il problema. Hanno visitato Bangladesh, Giordania, Senegal, Svezia, Turchia, Uganda, Dallas, Detroit, Los Angeles e San Diego.
Il risultato è “Confronting the Global Forced Migration”, un rapporto di 109 pagine. https://csis-prod.s3.amazonaws.com/s3fs-public/publication/180529_Ridge_ForcedMigrationCrisi.pdf?xG6zs9dOHsV2fr2oCxYTT6oar049iLfA. Runde ne ha sintetizzato il contenuto in un articolo per The Hill, il giornale web più letto da deputati e senatori sulla collina del Campidoglio, a Washington. “La migrazione forzata può essere ridotta (ha scritto ridotta, non eliminata, n.d.r.) attraverso lo sviluppo economico, la buona governance nei paesi poveri e la pace”, spiega il vicepresidente di CSIS che è un think tank moderato più vicino ai repubblicani che ai democratici: anche se ai repubblicani più simili a John McCain che a Donald Trump.
Noi italiani siamo convinti che i profughi ci costino più che in qualsiasi altro paese. Invece già nel 2016 la comunità internazionale stava investendo oltre 28 miliardi di dollari. Più o meno la stessa cifra che viene destinata per la lotta all’Aids o alla tubercolosi. Ma, dice Runde, quei 28 miliardi sono solo una risposta alle emergenze, non sono stati investiti per rispondere alle cause profonde delle migrazioni. L’84% di quella cifra è spesa nei paesi “shock absorbers”: Pakistan, Uganda, Turchia, Libano, Giordania, dove il primo impatto migratorio è uno tsunami.
Questa è la realtà dei fatti.
Poi c’è quella di Matteo Salvini. Anche se Runde non fa riferimento al caso italiano, il nostro vice-premier risponde a una definizione del rapporto del CSIS: “analysis paraysis”. La questione è così enorme e senza soluzioni chiare per un tempo determinabile, da provocare una paralisi ideativa nella valutazione del problema. Così Salvini, come molti altri ne approfitta, enfatizzando cifre ed effetti; dando per facili soluzioni inesistenti; trasformando gli sbarchi dal problema che è, in emergenza che non c’è: perché il suo obiettivo è ottenere il consenso di un elettorato già spaventato da una propaganda martellante e un razzismo strisciante.
Come il Washington Post con Donald Trump, anche un giornale italiano dovrebbe incominciare a tenere il conto delle bugie e delle verità distorte raccontate da Salvini. Per esempio i 45mila euro che costerebbero a ogni italiano i profughi che ospitiamo: a naso fanno 2mila e 700 miliardi di euro. O i 20 miliardi che minacciamo di non dare al bilancio Ue, che non sono proprio 20 e che se sottraiamo quello che l’Europa da a noi, diventano meno di tre.
Martedì al talk show “Radio Anch’io” della Rai, un autorevole rappresentante della Lega spiegava al conduttore Giorgio Zanchini che è falso pensare che il fenomeno migratorio non abbia una soluzione: tanto è vero che i flussi in Italia sono notevolmente diminuiti. Lo sono, in effetti, e più per merito del precedente governo. Ma sono palliativi, iniziative contingenti per un fenomeno che nel 2018 è sempre lontano da una soluzione. Elevare muri è emergenziale quanto accogliere: l’unica differenza importante è che la seconda scelta testimonia un grado di civiltà e umanità che in Occidente ancora resiste.
La visita a Salvini di Victor Orbàn a Milano ricorda quando Mahmud Ahmadinejad, l’ex presidente estremista iraniano, andava a Beirut a incontrare il capo di Hezbollah Hassan Nasrallah, ignorando il primo ministro del paese. E’ la lenta libanesizzazione dell’Italia. A Beirut il premier Sa’ad Hariri conta quanto Giuseppe Conte a Roma: molto poco. Quando Salvini sostiene che “60 milioni d’italiani vogliono il cambiamento”, già trasformando in plebiscito i sondaggi a lui favorevoli, forse è già peggio del Libano.

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A proposito del Libano e dell’incombente clima razzista in Occidente, allego un racconto libanese e la rievocazione del discorso “I Have a Dream”, che Martin Luther King fece 55 anni fa a Washigton. Il primo è stato pubblicato sul Domenicale, il secondo nel sito del Sole 24 Ore.

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Quando Mukesh e Anil Ambani decisero di dividersi la conglomerata lasciata in eredità dal padre Dhirubhai, la madre Kolikaben chiese aiuto al guru di famiglia. Morari Bapu scese dal Gujarat a Mumbai, ma neanche lui riuscì a convincere i due giovani a lasciare le cose come le aveva lasciate il padre. Non fu una cosa da poco: quella divisione scuoteva le fondamenta morali e comportamentali di Corporate India, il sistema privato del Paese, 10mila imprenditori del quale vivevano e operavano a Mumbai, garantendo il 3% del Pil nazionale.
Quando il vecchio Dhirubhai presentava il bilancio della sua Reliance Industries, prenotava uno stadio della città per farci stare almeno una piccola parte dei suoi tre milioni di azionisti. Ma la spartizione ci fu, l’India e Mumbai sopportarono il trauma, e i due fratelli con le loro due conglomerate separate sono fra i 20 uomini più ricchi del mondo: anno buono, anno cattivo, il patrimonio di Mukesh viaggia attorno ai 20 miliardi di dollari, quello di Anil è di un paio di miliardi di meno. Perché Mumbai, nostalgicamente Bombay, continua a offrire ai suoi milionari la possibilità di diventare ancora più ricchi. Una volta, quando il mondo era meno avido e più equilibrato, la città offriva anche ai poveri di diventare qualcuno. Ora molto di meno. Ma se fra tutte le città indiane ce n’è una dove un povero ha più possibilità di farcela, quella resta Mumbai.
«Dehli e Mumbai sono come due repubbliche sovrane che devono ancora stabilire i rapporti diplomatici», spiega Shenkhar Gupta, editorialista del quotidiano «Business Standard». «La prima rappresenta la politica, la seconda il retaggio: la vecchia imprenditorialità indiana e la finanza ancora molto controllata da un piccolo ecosistema di amici e famiglie, interconnesso da legami matrimoniali, castali (e sotto-caste o clan)». A Delhi i regimi cambiano dopo le elezioni. A Mumbai l’establishment finanziario e capitalista è permanente.
L’origine del nome della città è disputato fra laici (sia sul piano religioso che politico) e nazional-religiosi. Bombay dovrebbe derivare dal portoghese bon bahia, datole nel XVI secolo dai navigatori lusitani che attraccarono in una delle sette isole con una baia ben protetta e dalle acque profonde. Il rapporto fra la città e il denaro è antico: 350anni fa, sposando Carlo II d’Inghilterra, Caterina di Braganza portò in dote la stazione commerciale portoghese. Qualche anno più tardi Carlo la diede in affitto alla East Indian Company. Il contratto prevedeva undici sterline l’anno, in cambio la Compagnia elargiva alla Corona un prestito da 50mila sterline al tasso d’interesse del 6 per cento. Bon Bahia fu trasformata nell’inglese Bombay.
Questa è la versione laica della storia. La nazional-religiosa stabilisce invece che nel terzo secolo avanti Cristo un figlio dell’imperatore hindu Chandragupta Maurya aveva conquistato le isole, chiamandole Mumba in onore della dea Mumba Devi. Comunque sia, nel 1995 il partito dell’estrema destra nazional-religiosa hindu dello Shiv Sena, cambiò d’imperio il nome in Mumbai. «Abbiamo vissuto a Bombay e abbiamo vissuto a Mumbai e qualche volta ho vissuto in entrambi nello stesso momento», ha sintetizzato lo scrittore newyorkese Suketu Mehta, cresciuto nella città.
Facendo un sondaggio, oggi la maggioranza degli abitanti preferirebbe Bombay: molti continuano a chiamarla così. Ma nella sostanza, la città del denaro e delle opportunità è scarsamente interessata al problema. I 13 milioni di abitanti della più popolosa città indiana, sono chiamati mumbaikars. E a loro va bene così.
Il “Mumbai’s Spirit” è tante cose. È la Bollywood del cinema indiano (il business dell’entertainment ha preferito non cambiare brand: Mullywood non avrebbe avuto lo stesso effetto); è Dream House, la residenza di Mukesh Ambani, un grattacielo da 27 piani e un miliardo di dollari; è l’Oval Maidan circondato dal traffico, dove gli appassionati giocano interminabili partite di cricket, gridando «good shot, sir» al battitore; è Colaba Causeway, Marine Drive, Malabar Hill, Worli, Bandra, il caotico Manish Market, il mercato della telefonia più grande dell’India. È Sacred Games, la prima serie tv indiana prodotta da Netflix per raggiungere il mercato della tv in streaming che in tre anni è passata da zero a 100 milioni di abbonati. Tratto dal romanzo di Vikran Chandra, Sacred Games è la storia violenta e d’umorismo dark di un poliziotto onesto di origini sikh, ambientata a Mumbai.
Lo spirito della città è anche Dharavi, un milione di immigrati e profughi, lo slum di 175 ettari vicino all’aeroporto Santa Cruz, 27 templi hindu, 11 moschee, 6 chiese e nessun ospedale. Dharavi non è solo la baraccopoli più grande dell’Asia: è anche il suo più grande centro di produzione del pellame. Piena occupazione al cento per cento, sebbene in questo caso s’intenda anche lavoro infantile. È il gigantesco insediamento industriale della metropoli, nel quale la gente vive dove lavora. Non tanto perché non deve passare ore nel traffico o nella ressa dei treni pendolari, come i mumbaikars. Finito di lavorare per 15/18 ore nel laboratorio di pellame o di jeans, l’abitante di Dharavi tira fuori il materasso da sotto la macchina utensile e dorme. Per i rurbans, i contadini urbanizzati venuti a cercare fortuna, Dharavi è il passaggio obbligato per arrivare alle promesse di Mumbai.
Eppure, superato l’impatto del caos, dell’inimmaginabile folla e del traffico, dell’umidità nei mesi del monsone che trasforma gli esseri umani in anfibi, di Mumbai non si può fare a meno. Come scrive Salman Rushdie nei Figli della Mezzanotte, «puoi portare il ragazzo fuori da Bombay; non puoi portare Bombay fuori dal ragazzo. Lo sai». 


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«I have a dream» compie 55 anni: che cosa resta del sogno di Martin Luther King

 

«Parla del sogno, Martin. Parla del sogno!», continuava a gridare Mahalia Jackson sotto il palco, lungo la scalinata del Lincoln Memorial. Era difficile sovrastare il rumore delle 250mila persone che affollavano il Mall di Washington. Ma la «Regina del Gospel» riuscì a farsi sentire: il reverendo King mise da parte il discorso originale preparato con i suoi collaboratori, «Normalcy, Never Again», e andò a braccio. È così che accadde «I Have a Dream»; che la «Marcia per il lavoro e la libertà» entrò nella storia; che il mondo intero si commosse; che la «Great Society» di Jack Kennedy e Lyndon Johnson finalmente incluse anche i neri; che gli americani si trovarono di fronte all’ineludibile vergogna della persistente segregazione razziale, cento anni dopo la guerra civile. Era il 28 agosto del 1963, 55 anni fa.

Le «citazioni» del Reverendo
Non casualmente, in «I Have a Dream» Martin Luther King aveva inserito delle frasi che richiamavano il Proclama di Emancipazione del 1862 e il Discorso di Gettysburg, tanto breve quanto intenso, che l’anno successivo Abraham Lincoln fece poco dopo la fine della battaglia decisiva della Guerra di Secessione. Cinquantacinque anni dopo quel giorno e a cento dal tragico conflitto che aveva diviso in due l’America, la questione nera dovrebbe ormai essere superata. Così almeno si pensava, dopo che gli Stati Uniti avevano eletto il loro primo presidente nero. I dati sulla povertà, la scolarizzazione, la disoccupazione, le percentuali per etnia della popolazione carceraria, lo smentivano. Ma Barack Obama dava fiducia, sembrava essere la prova che la realizzazione del sogno del Dottor King fosse a un passo.




Nel settembre 2016, pochi mesi prima della fine del secondo mandato Obama, venne finalmente aperto il Natonal Museum of African American History and Culture. Sul Mall di Washington, accanto ai monumenti e ai musei più importanti della storia del paese. Accadeva 23 anni dopo l’inaugurazione del Museo ebraico di un Olocausto del quale gli americani non avevano colpe, come invece ne avevano del genocidio degli indiani, della schiavitù e della segregazione dei neri. Ma l’importante era che anche questa fondamentale parte della società americana fosse riconosciuta col suo magnifico museo.
Obama e il museo sono stati un inganno. Di più, la duplice elezione di un presidente nero è stata come una nuova chiamata alle armi per quella vasta parte di America bianca che aveva continuato a essere razzista e a praticare silenziosamente una segregazione razziale nella sua vita quotidiana. Nell’inaspettata elezione di Donald Trump, un presidente ignorante, sovranista e razzista, più della mediocrità di Hillary Clinton, ha contato l’immotivata paura di essere sovrastati dai diversi. Sentimenti che stiamo imparando a conoscere anche noi, in It

Proiettili contro la libertà
Molti altri discorsi di Martin Luther King hanno la medesima profondità di «I Have a Dream». Soprattutto, forse, «I’ve Been to the Mountaintop», nella quale il reverendo esortava a manifestare pacificamente e a rifiutare la violenza. Da tempo King era minacciato di morte e in quel discorso disse di non avere paura di essere ucciso: «Davvero, questo non mi interessa perché sono stato in cima alla montagna». Era il 3 aprile 1968, a Memphis, Tennessee. Il giorno dopo, nella stessa città, Martin Luther King fu assassinato da un bianco. Due mesi dopo, a Los Angeles, fu ucciso anche Bobby Kennedy. Ancora oggi quell’idea civile di America che i due uomini avevano in mente, continua a marciare con grande fatica, imponendosi solo di tanto in tanto.
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