La quarta guerra di Gaza
è alle porte. L'interrogativo è se e come sarà "governata", se resterà a
bassa intensità o sarà ben più pervasiva e devastante. Ma una cosa è
certa: non saranno gli annunci a intermittenza di Hamas, l'ultimo in
ordine di tempo, sulla fine delle ostilità, a frenare Israele: gli oltre
180 razzi sparati dalla Striscia contro le città frontaliere, le scene
di panico mandate in onda dalle Tv israeliane, le sirene tornate a
suonare ripetutamente nelle città a ridosso di Gaza, sono già di per sé
scenario di guerra. Nessuno a Gerusalemme crede nell'annuncio di Hamas.
La discussione, nella riunione d'urgenza del Gabinetto di Sicurezza
convocata dal premier Netanyahu, con la partecipazione dei vertici
dell'Idf (Le Forze di difesa israeliane) e dei capi di tutti i servizi
d'intelligenze, civili e militari, ha avuto al suo centro, riferiscono
ad HuffPost fonti bene informate a Gerusalemme, un unico punto.
Operativo, non politico: quando e con quali dimensioni avviare
un'operazione di terra. Non "se" ma "quando".
La quarta guerra di Gaza è cominciata, la scorsa notte, quando le
forze armate israeliane hanno colpito "oltre 140 obiettivi di Hamas" e
si sono dette pronte "a un'operazione" terrestre nella Striscia di Gaza
dopo che ieri sera sei razzi hanno colpito la città di Sderot e ferito
11 persone. Nella notte c'è stata una battaglia di intensità mai vista
da anni. L'aviazione ha compiuto decine di raid, ondata dopo ondata,
mentre i miliziani palestinesi continuavano a lanciare razzi, 150 in
tutto, 25 intercettati dal sistema di difesa Iron Dome. Uno dei razzi
intercettati era indirizzato verso verso Be'er Sheva, a circa 40
chilometri di distanza. È la prima volta che la città è stata presa di
mira dalla guerra di Gaza del 2014. "Non vediamo la fine
dell'escalation, ci stiamo avvicinando a una operazione a Gaza", ha
commentato questa mattina un ufficiale israeliano: "Hamas capirà nelle
prossime ore, come negli scorsi mesi, che questa direzione non è quella
che gli conviene prendere". Nei raid sono stati colpiti "una fabbrica di
componenti per realizzare tunnel, una galleria di attacco lungo la
costa" e sono stati presi di mira leader delle Brigate Ezzedin al-Qassam
il braccio armato di Hamas. A Sderot nove degli undici feriti sono
ricoverati, altri 13 cittadini sono stati trattati per "choc
traumatico", mentre il ministero della Salute di Gaza ha detto che tre
palestinesi sono rimasti uccisi negli attacchi della notte, comprese una
donna incinta Enas Khammash, 23 anni, e sua figlia Bayan, 18 mesi, in
un raid che ha colpito Jafarawi, nel centro della Striscia di Gaza; il
marito della donna è rimasto ferito. Erano assieme al trentenne Ali
Alrandur, uno dei comandanti delle Brigate al-Qaasam. Quello che dà il
senso di una probabile azione in profondità è la concentrazione di mezzi
e uomini ai confini con la Striscia operata nelle ultime 24 ore da
Tsahal: dispiegamento di ulteriori batterie anti-razzo Iron Dome, una
mobilitazione, per ora limitata, di riservisti per rinforzare le
batterie, preparativi per l'invio di ulteriori forze di terra al Comando
Meridionale, istruzioni severe ai residenti delle comunità vicino a
Gaza per usare cautela e, se necessario, anche preparativi per evacuare le persone da queste comunità.
La battaglia è cominciata, come due settimane fa, dopo che alcuni
militanti palestinesi avevano sparato su una pattuglia israeliana al
confine. Un tank ha reagito e ucciso due combattenti dell'unità di élite
Al-Nukhba, le forze speciali delle Brigate Al-Qassam. Hamas ha risposto
con il bombardamento di Sderot e l'escalation sta diventando
incontrollabile. Egitto e Onu stanno cercando di mediare per evitare un
intervento di terra. L'inviato dell'Onu per il processo di pace Nickolay
Mladenov si è detto "profondamente preoccupato" per la situazione tra
Gaza e Israele e, in particolare, "per i multipli razzi lanciati contro
le comunità del sud" dello Stato ebraico. Ed ha fatto appello alle parti
di fermarsi e di riportare la calma. L'inviato in Medio Oriente del
presidente Donald Trump,
Jason Greenblatt, in un tweet ha condannato Hamas per il lancio di
razzi: "un'altra notte di terrore con famiglie accalcate nella paura
mentre Israele difende se stesso". E sull'escalation di violenza è
intervenuto anche il ministro dell'Interno italiano, Matteo Salvini, che
nel sostenere che la soluzione per il futuro di Gaza è il dialogo ha
ribadito il diritto dello stato guidato da Netanyahu a difendersi:
"Seguo con preoccupazione questa nuova fiammata di violenza partita da
Gaza e seguita dalla risposta difensiva di Israele, il cui diritto alla
sicurezza non può essere messo in discussione. L'esperienza di questi
anni insegna che per arrivare a soluzioni positive non serve la violenza
ma il dialogo, per cui lavorerò e lavoreremo con ogni nostra energia
per un futuro di pace", ha affermato.
Un alto ufficiale palestinese ha detto ad al-Jazeera e alla Reuters
- ripresi dai media israeliani - che l'attuale fase di combattimenti è
finita e che la calma ora dipende da Israele. "L'attuale escalation a
Gaza è finita. La resistenza - ha aggiunto - ha risposto ai crimini del
nemico nella Striscia. Il prosieguo della calma a Gaza dipende dal
comportamento dell'occupazione". I media hanno sottolineato che le
affermazioni paiono "un tentativo di Hamas di riportare la calma mentre
le parti sembrano preparare la guerra". È così. I margini per la
diplomazia si fanno sempre più labili. Un primo ministro che cerca di
sopravvivere politicamente alle inchieste giudiziarie che lo chiamano in
causa direttamente, e alla rivolta interna esplosa a seguito
dell'approvazione della legge si Israele "Stato della nazione ebraica",
giocando l'unica carta a sua disposizione: la sicurezza minacciata di
Israele. Un movimento che ha fallito la prova di governo e che cerca una
nuova legittimazione cavalcando la rabbia e la sofferenza e cercando
nella resistenza all'"occupante sionista" il recupero di una sua
centralità. Una popolazione in gabbia, ostaggio di due nemici che si
sorreggono l'uno con l'altro, perché, da fronti opposti, conoscono e
praticano lo stesso linguaggio: quello della forza. Il sangue versato a
Gaza anche in queste ore racconta una storia che non nasce ieri ma che
si dipana nel corso di decenni e che ha nella Striscia uno dei suoi più
tragici luoghi di attuazione.
È la storia di tre guerre, di bombardamenti, razzi, invocazione al
diritto di difesa (Israele) e a quello della resistenza armata contro
l'"entità sionista" (Hamas). È la storia di punizioni collettive, di
undici anni di assedio. Ma è anche la storia di un movimento islamico
che, fallita l'esperienza di governo, cerca nuova legittimazione
nell'indirizzare contro l'occupante con la Stella di David, la rabbia e
la sofferenza di una popolazione ridotta allo stremo. Il sangue di Gaza
chiama in causa i due "Nemici" che, ognuno per il proprio tornaconto,
hanno lavorato assieme per recidere ogni filo di dialogo e per
distruggere ogni possibile compromesso. Perché "compromesso" è una
parola che non esiste sia nel vocabolario politico della destra
israeliana sia in quello di Hamas. Perché compromesso significa incontro
a metà strada, il riconoscere le ragioni dell'altro. Compromesso
significa rinuncia ai disegni della "Grande Israele" come della "Grande
Palestina". Compromesso è ammettere che non esiste né una scorciatoia
militare né una terroristica per veder riconosciuti due diritti
egualmente fondati: la sicurezza per Israele, uno Stato indipendente per
i Palestinesi. Combattere costa meno che fare la pace. Perché "fare la
pace", tra Israeliani e Palestinesi, non è solo ridisegnare confini,
cedere o acquisire territori. Significa molto di più: ripensare la
propria storia e confrontarla con quella degli altri. Significa
immedesimarsi nelle paure e nelle speranze dell'altro e, per quanto
riguarda Israele, guardare ai Palestinesi come un popolo e non come una
moltitudine ingombrante.
Nello schema di Hamas e in quello della destra israeliana non esiste
il "centro": chiunque si pone in questa ottica, altro non è che un
ostacolo da rimuovere, con ogni mezzo, anche il più estremo. La destra
israeliana ha bisogno di Hamas per coltivare l'insicurezza, per
alimentare nell'opinione pubblica la sindrome di accerchiamento,
divenuta psicologia nazionale. Quanto ad Hamas, portare ventimila
persone allo scontro con l'apparato militare israeliano nella Striscia, è
un esercizio di potenza, è riaffermare la propria leadership nel
variegato fronte della resistenza palestinese. Hamas può al massimo
contemplare una "hudna" (tregua) con Israele ma mai un riconoscimento
della sua esistenza. Annota su Haaretz Amos Harel, prima firma del
quotidiano di Tel Aviv: "Se l'Egitto e le Nazioni Unite non riescono a
raggiungere un 'piccolo accordo' vincolante - un completo cessate il
fuoco in cambio di concessioni sul movimento di merci nella Striscia
insieme all'ampliamento della zona di pesca di Gaza e forse l'inizio
delle concessioni economiche - Israele intraprenderà ulteriori azioni
militari per forzare Hamas a un accordo. Non è ancora la guerra a Gaza,
ma potremmo andare a passi rapidi in quella direzione".
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