Fra Matteo Salvini e Unhcr è un dialogo che appare impossibile. Si
vedranno, ma l'Agenzia Onu mette in chiaro che quel che arriva da Roma
non piace.
Niente Ong nel Mediterraneo, più armi alla Guardia costiera (e alla
Marina militare) libica: è la strategia di esternalizzazione delle
frontiere che il ministro dell'Interno italiano ha messo a punto con
l'ammiraglio e vice premier libico Ahmed Maitig, l'uomo forte
dell'esecutivo guidato da Fayez al Serraj, ieri in missione a Roma.
L'Italia è pronta a dare tutti i mezzi necessari alla Libia per agire da
"gendarme" del Mediterraneo, al punto che Salvini si impegnato a
battersi, in sede Onu, addirittura per una revisione dell'embargo di
armi a tutti gli attori libici. Per l'Italia, stando al vice premier
leghista, in Libia c'è un governo riconosciuto internazionalmente,
quello guidato da al-Serraj, e se da esso viene la richiesta di un
sostegno militare, in armi, per contrastare organizzazioni criminali e
milizie Isis, questo sostegno va garantito perché "rientra nella guerra
al terrorismo".
La linea securista, per usare un eufemismo, non convince l'Agenzia
delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unchr). "Ad ogni imbarcazione con
la capacità di effettuare operazioni di salvataggio dovrebbe essere
consentito di sbarcare nel posto sicuro più vicino" è la posizione
espressa dall'Unhcr. "Per noi in questo momento la Libia non è un porto
sicuro di sbarco", afferma in conferenza stampa a Roma il rappresentante
per il sud Europa dell'agenzia Onu, Felipe Camargo. "Mi sembra
difficile pensare che la guardia costiera libica possa salvarli tutti",
aggiunge il rappresentante dell'Unhcr in Libia Roberto Mignone.
Qui c'è il punto sostanziale di divisione tra l'Agenzia Onu e la
strategia di Roma: affidare alla Guardia costiera libica il
coordinamento dei soccorsi in mare potrebbe rendere la situazione dei
migranti trattenuti nei centri libici ancora più difficile. I centri di
detenzione libici per i migranti, sottolinea Mignone, "sono già
sovraffollati, l'aumento degli sbarchi peggiora la situazione che
rischia di diventare esplosiva.
"C'è stato un aumento drammatico ed eccezionale del numero dei morti
nel Mediterraneo: da una vittima ogni 38 persone nel 2017 siamo arrivati
a una ogni sette", sottolinea Carlotta Sami, portavoce nel Sud Europa
dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati (Unhcr). "Rivolgiamo un
appello – prosegue - anche alle organizzazioni non governative affinché
contribuiscano ai salvataggi, perché la capacità di ricerca e soccorso è
stata ridotta drasticamente e questo sta avendo un impatto immediato
sulla vita delle persone".
L'Unhcr farà la sua parte, dalla parte dei più vulnerabili. Un centro
per il trasferimento in sicurezza di richiedenti asilo sarà inaugurato a
Tripoli tra due o tre settimane. La struttura sarà denominata Gathering and Departure Facility,
avrà una capacità di accogliere fino a mille persone e sarà gestita in
collaborazione con il ministero dell'Interno di Tripoli. "Vi porteremo –
anticipa Mignone – le persone più vulnerabili tra quelle riportate a
riva dalla Guardia costiera libica, in modo che non finiscano nei centri
di detenzione, sovraffollati e inadatti per le interviste necessarie ad
appurare l'esistenza dei requisiti per ottenere protezione
internazionale". Da Tripoli i migranti potrebbero essere trasferiti in
Niger e in seguito, una volta accolta la loro domanda, distribuiti in
Paesi terzi disposti ad accoglierli. Da novembre Unhcr ha trasferito
dalla Libia 1858 richiedenti asilo. Di queste persone 1536 sono giunte
in Niger, 312 in Italia e dieci in Romania. A oggi 11 Paesi si sono
impegnati ad accogliere 3.781 richiedenti asilo in arrivo dalla Libia e
dal Niger: tra questi figurano Italia, Malta, Olanda, Norvegia, Svezia,
Spagna, Finlandia, Francia, Germania e Canada.
Da Roma, i rappresentanti dell'Unhcr, chiamano in causa l'Europa. I
28 Paesi dell'Unione hanno offerto 4mila posti per accogliere rifugiati
in provenienza dal Niger nel 2018 ma a oggi, nei primi sei mesi
dell'anno, ne ha accolti appena 200. "L'aumento del numero delle persone
che viene riportato in Libia aggraverà' il sovraffollamento che c'è nei
centri di detenzione del Paese" risponde il responsabile dell'Agenzia
Onu in Libia a una domanda sulla stretta sui migranti annunciata dal
governo italiano. "Come Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati
possiamo incrementare la capacità di evacuarne in Niger o altrove -
spiega Mignone - ma i Paesi europei devono accelerare questo processo di
prenderli".
Sul tema, spinoso, dei rimpatri, valgono, sul fronte Unhcr, le
considerazioni svolte da Carlotta Sami in una recente intervista: "Il
rimpatrio è nelle prerogative di qualsiasi Stato ma anche i rimpatri
forzati devono avvenire nel rispetto dei diritti umani e della dignità
delle persone". Per poi aggiungere: "Il punto fondamentale per
promuovere l'inclusione sociale e combattere i trafficanti è aprire
meccanismi legali di immigrazione. Le vie esistono e serve una visione
di lungo respiro perché purtroppo questo fenomeno di persone in fuga è
globale e non si chiude. Del resto gli stranieri in Italia, non lo
diciamo mai abbastanza, sono solo l'8 per cento della popolazione e i
rifugiati sono ancora meno: tre ogni 1000 abitanti".
Altro tema scottante è quello del giro di vite da parte del Viminale
sul diritto all'asilo. Camargo ha annunciato che i funzionari
dell'agenzia delle Nazioni Unite vedranno la prossima settimana Salvini,
con cui discuteranno della situazione dei richiedenti asilo.
"Chiederemo di continuare a fare ciò che l'Italia ha fatto finora - ha
detto in conferenza stampa il rappresentante per il sud Europa
dell'agenzia Onu -. L'Italia è stata generosa, ha offerto l'opportunità
di protezione internazionale a chi lo ha richiesto. Chiederemo di
accelerare le procedure e di essere sicuri che ci sia un'integrazione
effettiva".
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