Chiunque sia stato in Israele, atterrando a Ben Gurion non ha mai pensato di arrivare in un luogo diverso dal paese degli ebrei. La Menorah e la stella di Davide
come simbolo dello stato; le strisce azzurre nella bandiera che
ricordano il tallit, il mantello di preghiera ebraico. La lingua. E
l’HaTikvah, la speranza, l’inno bellissimo e carico di tristezza,
scritto da Samuel Cohen.
Da oggi, passata in parlamento la legge “Israele Stato-Nazione degli Ebrei”,
il paese è lo stesso di ieri. Ma in un’epoca di nazionalismi,
sovranismi e tribù, la domanda è se Israele sia anche la stessa
democrazia di ieri. Adalah, il Centro legale per i diritti della minoranza araba, la definisce “una legge coloniale”.
GUARDA IL VIDEO / La legge su Israele Stato-Nazione del popolo ebraico provoca polemiche
Verificata la sua applicazione potrebbe essere anche peggio. Per ora è
quanto meno una legge onomatopeica: non se ne sentiva la ragione se non
per affermare l’aspetto etnico e nazionalistico di un paese e una
storia uniche al mondo.
Alla Knesset non è stato un passaggio facile: 62 favorevoli,
55 contrari, due astenuti. Fra questi e i contrari molti vecchi
rappresentanti della destra, come Benny Begin, figlio di Menahem, l’ex
premier del Likud: nazionalista si, ma convinto che anche la democrazia
sia un valore fondamentale per la sopravvivenza dello stato degli ebrei.
Il provvedimento aveva rischiato di non passare, dopo un dibattito
durato anni. Il risultato della legge che ha valore quasi-costituzionale
(nel paese non esiste una Costituzione) è questo: “Israele, patria del
popolo ebraico”; “La realizzazione del diritto di autodeterminazione
nazionale in Israele, è unica per il popolo ebraico”; “Gerusalemme unita
come capitale”; l’ebraico come lingua ufficiale (status speciale per
l’arabo, promette il premier Bibi Netanyahu”); “Lo stato guarda
allo sviluppo dell’insediamento ebraico come un valore nazionale e agirà
per incoraggiare e promuovere la sua realizzazione e consolidamento”).
Quale sarà il posto della minoranza araba, cioè di quei palestinesi
che nel 1947/48 non fuggirono o non furono cacciati quando nacque lo
stato d’Israele? Una minoranza cospicua: più di un milione e 600 mila
musulmani e cristiani, il 20,7% della popolazione d’Israele. Alla
Knesset ci sono più deputati arabi di quanti ne abbia il parlamento
della Giordania, dove i palestinesi sono più del 60%. Ma rispetto agli
ebrei, gli arabo-israeliani restano cittadini di seconda categoria sotto
tutti gli aspetti politici, sociali ed economici. Inoltre la legge non
indica quali siano i confini dello stato degli ebrei: fino a che non
nasce anche uno stato dei palestinesi, Israele non avrà frontiere
orientali certe. Il punto che riguarda l’ “incoraggiare l’insediamento
degli ebrei” solleva molte preoccupazioni riguardo al moltiplicarsi
delle colonie ebraiche in Cisgiordania, i territori palestinesi occupati
da 50 anni.
Gerusalemme, apre ambasciata Usa. Rivolta a Gaza, 55 uccisi
Se la legge sullo stato-nazione sembra non essere solo onomatopeica
ma qualcosa di peggio, le cose potevano essere anche peggiori. Nel corso
del dibattito era stato proposto di limitare i poteri della Corte
suprema, costringendola a far prevalere la natura ebraica sopra quella
democratica dello stato (l’idea era della ministra della Giustizia).
Inoltre si voleva legalizzare la segregazione nazionale o religiosa
delle minoranze. Il pericolo non è scampato: chi proponeva clausole così
liberticide è sempre al governo.
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