Lo spunto per questa riflessione, l’incipit di un articolo sul
ebraismo di Philip Roth pubblicato sull’ultimo numero del settimanale
statunitense The Nation a firma di Eric Alterman.
Queste le sue parole: «I media hanno avuto recentemente un risveglio
riguardo ad un fenomeno spesso argomento di discussione sulle pagine di
questa rivista: che la cultura ebraica americana mainstream e la cultura
israeliana mainstream sono nel corso di una separazione permanente dei
loro cammini…Una recente indagine promossa da un comitato
ebraico-americano, secondo quanto riportato da William Galstone sul Wall Street Journal,
dice che Israele è uno stato rosso (repubblicano) e l’ebraismo
americano è uno stato blu (democratico). Loro odiano Obama e amano
Trump; noi il contrario. Loro vogliono mantenere i loro insediamenti e
occupare il West Bank per sempre, si fotta la democrazia; noi siamo
ancora democratici. Loro non sono per nulla disturbati dagli orrori di
ciò che avviene a Gaza; noi ne siamo turbati. Loro permettono a Rabbini
fondamentalisti di dire chi possono sposare, chi può essere sepolto e
dove e persino chi è e chi non è un vero ebreo. Noi chiamiamo tutto ciò
una porcheria!».
Mi scuso per questa lunga citazione ma la ritengo necessaria per il
lettore italiano che è tendenzialmente disinformato su ciò che si muove
nel mondo ebraico e in particolare nella più grande comunità ebraica
della diaspora riguardo alla realtà israeliana, al netto della retorica e
della propaganda sionista e soi- disant «filo-semita».
È bene ricordare almeno che il sostegno delle organizzazioni sioniste
e pro governo israeliano a Trump, fingono artatamente di ignorare che
il tycoon repubblicano è stato votato da nazisti, suprematisti bianchi,
razzisti e antisemiti a vario titolo.
Ma per riportare la questione al piccolo e rigido microcosmo delle
principali istituzioni ebraiche del nostro paese, esse perseguono con
miope accanimento la trasformazione dell’ebraismo italiano organizzato
in legazioni diplomatiche del governo di Bibi Netanyahu.
I dirigenti delle nostre comunità probabilmente ricevono ordini precisi e li eseguono con zelo.
Il primo «comandamento» da seguire è: Il governo e l’esercito di Israele hanno sempre ragione.
Il secondo è: gli israeliani sono sempre vittime anche se muoiono i palestinesi.
Terzo chi difende i diritti autentici del popolo palestinese è un agente di Hamas.
Quarto, chi denuncia ingiustizie, sadismi, stillicidi perversi contro i civili palestinesi è un antisemita e così via.
Per servire in modo non rischioso lo scopo di assolvere sempre e
comunque il governo israeliano c’è la tecnica del silenzio omertoso o
quello di contrastare ogni iniziativa di confronto sul tema dei diritti
violati del popolo palestinese da parte dei militari o dei coloni
israeliani.
E, nel caso che qualche associazione o qualche gruppo riesca
egualmente ad organizzare incontri e confronti sul tema, la immancabile
reazione delle comunità ebraiche è quella di intervenire sulla stampa o
sui media criminalizzando gli organizzatori.
Il lettore si domandi se ha mai visto affrontare il tema della
ultracinquantennale occupazione e colonizzazione israeliana della
Palestina in uno dei principali talk show politici? Impossibile.
In questo quadro si inserisce il recentissimo episodio accaduto a
Torino dove il consiglio comunale del capoluogo piemontese ha approvato
un ordine del giorno in cui si esprime una condanna nei confronti
dell’uso spropositato della forza da parte di Israele contro
manifestanti disarmati di Gaza che legittimamente manifestavano contro
la sciagurata decisione presa da parte del governo Trump in accordo con
il plaudente Netanyahu di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme, in
violazione delle risoluzioni dell’Onu.
L’ordine del giorno chiedeva anche di chiamare Israele alle sue responsabilità verso i civili come potenza occupante.
Subito si è levata la canea della Comunità ebraica torinese al grido di «antisemiti» e di «offesa agli ebrei».
Di questo si occupano invece di prendere coscienza della catastrofe incombente sull’ebraismo e sui suoi valori.
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