Mazal Mualem Israele accoglierà i rifugiati siriani?



Will Israel welcome Syrian refugees?


 Sintesi personale


 Dopo una settimana di combattimenti, con migliaia di profughi siriani che si riversavano verso Israele sulle alture del Golan meridionalee,  nonostante la tragedia umana, il primo ministro Benjamin Netanyahu non ha cambiato la sua politica escludendo l'ingresso ai rifugiati, salvo casi di urgenza medica.
"Continueremo a difendere i nostri confini ", ha detto Netanyahu alla stampa all'inizio della riunione settimanale del governo il 1 ° luglio. "Estenderemo l'assistenza umanitaria nella misura delle nostre capacità. Non consentiremo l'ingresso nel nostro territorio e chiederemo che l'Accordo sulla separazione delle forze del 1974 con l'esercito siriano sia rigorosamente rispettato. "Ha aggiunto che è continuamente in contatto con la Casa Bianca e il Cremlino e che il ministro della Difesa e il capo dello staff sono in costante contatto con le loro controparti.
Il 29 giugno il ministro della Difesa Avigdor Liberman ha rilasciato un messaggio simile . "Come sempre, saremo pronti a fornire aiuti umanitari a civili, donne e bambini, ma non accetteremo alcun rifugiato siriano nel nostro territorio".
Mentre 'esercito del presidente siriano Bashar al-Assad ha continuato ad assalire la città di Daraa, nel sud, fonti ufficiali in Israele hanno fatto ogni sforzo per evidenziare l' aiuto umanitario che Israele offre ai rifugiati in fuga dai combattimenti. Gli ufficiali delle Forze di Difesa Israeliane sono stati inviati per rilasciare interviste e briefing sugli aiuti che Israele fornisce a questi rifugiati. Attualmente Israele fornisce centinaia di tende, cibo per bambini, vestiti, carburante e, naturalmente, assistenza medica, incluso il trasferimento di numerosi rifugiati negli ospedali in Israele. Non c'è dubbio che Israele approfitta delle circostanze per mostrare al mondo il volto umanitario di un meraviglioso Israele. Allo stesso tempo  mantiene anche il confine chiuso, in coordinamento con Stati Uniti, Russia e Giordania.
Per quanto riguarda l'opinione pubblica israeliana, l'aiuto ai rifugiati siriani è visto come un atto di bontà umana. Non vi è stata alcuna opposizione ad essa, nemmeno dalla destra politica, finché rimane limitata e non implica l'accettazione di rifugiati in Israele. Il fatto è che da molto tempo ormai, Israele non considera  questi rifugiati come nemici. Invece sono visti come le vittime del regime di Assad.
Alcuni di questi rifugiati hanno una famiglia in Israele, tra gli abitanti dei villaggi drusi nelle alture del Golan e tra la popolazione araba israeliana. Negli ultimi anni, i parenti sul lato israeliano del confine hanno chiesto al governo di fornire protezione e assistenza umanitaria ai loro parenti in Siria. Nell'ultimo anno, membri anziani della comunità drusa in Israele, come Akram Hasson , membro di Kulanu Knesset, hanno spinto per  assorbire i rifugiati siriani in Israele.
La grande domanda ora è che cosa accadrà se e quando un massiccio afflusso di rifugiati arriverà al confine e le immagini di coloro che invocano la protezione verranno trasmesse in tutto il mondo. Questo dilemma ha tenuto occupati politici e funzionari della difesa, mentre il flusso di rifugiati verso il confine si intensifica.
Secondo le stime delle Nazioni Unite, circa 160.000 persone sono fuggite da zone di combattimenti in corso, con circa 11.000 di loro ora lungo il confine con Israele e la Giordania al Sud del Golan . Il lusso di rifugiati continua a crescere e c'è una seria paura di un disastro umanitario in atto.
I media israeliani hanno mostrato un notevole interesse per questi eventi, con una copertura approfondita delle ondate di rifugiati verso il confine e della loro situazione. Per esempio, il 1 ° luglio, Haaretz ha pubblicato un articolo che includeva interviste con i rifugiati , che descrivevano il timore per le loro vita . Alcuni di loro hanno persino detto che si aspettano che Israele li protegga e aumenti gli aiuti che già ricevono. L'articolo descrive  il caos, il terrore e il senso di incombente crisi umanitaria.
La linea ufficiale israeliana, presentata da Netanyahu e Liberman, ha un consenso quasi completo in tutto lo spettro politico. L'unica eccezione è Meretz Chair Tamar Zandberg. Il 30 giugno, ha invitato Israele ad accettare i rifugiati , sostenendo che "se qualcuno che sta correndo per la sua vita  e bussa alla nostra porta per sfuggire al genocidio mentre un capo brutale massacra il suo stesso popolo, è nostro dovere morale aiutarli come stato ebraico. "Nessun altro leader di un partito sionista ha espresso dichiarazioni simili.
Netanyahu mostrerà maggiore flessibilità se le ondate di rifugiati si intensificheranno? "Non è una possibilità", ha detto ad Al-Monitor un anziano ministro del Likud, soprattutto perché la vicina Giordania ha annunciato inequivocabilmente che non accetterà i rifugiati di Daraa. Il ministro, parlando a condizione di anonimato, ha spiegato, "Netanyahu non può aprire il confine. Non è allineato con la sua visione del mondo e non gli  serve politicamente ".
  Che dire di altri tipi di aiuti, come uno sforzo congiunto internazionale per fornire protezione militare ai rifugiati intrappolati lungo il confine, in particolare se il confine subisce una pressione crescente?
Ad esempio, Haim Tomer, ex alto funzionario del Mossad, sostiene che questi nuovi rifugiati dai combattimenti nel sud della Siria offrono a Israele un'eccezionale opportunità per aumentare la cooperazione. con gli stati del Golfo sunnita e salvaguardare la propria  morale . Dice che il modo per farlo sarebbe quello di creare un campo di transito per loro in Israele e poi trasferirli nel Golfo, a condizione che sia stato concordato in anticipo.


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SIRIA. Nessuno apre le frontiere ai 270mila sfollati di Deraa

Campi improvvisati ai confini con Israele e Giordania. Damasco riprende il 60% del sud. Il 2018 l’anno con il più alto numero di profughi siriani. E ad Afrin la Turchia distribuisce nuove carte d’identità ai residenti che tornano: Ankara li classifica come «immigrati»
Un campo improvvisato al confine sud siriano (Foto: Syria-Daraa) 

 i Chiara Cruciati – Il Manifesto
Roma, 3 luglio 2018, Nena News – Nel sud della Siria è in corso un esodo, l’ennesimo. La guerra non è finita e a raccontarlo sono le immagini che arrivano dalle province meridionali di Deraa e Quneitra: 270mila civili, più di un terzo della popolazione totale della zona, è scappata dai combattimenti tra esercito governativo e opposizioni islamiste e qaediste.
A due settimane dal lancio della pesante controffensiva di Damasco sul sud della Siria, penultima enclave jihadista insieme a Idlib, a nord-ovest, il governo ha ripreso il 60% della provincia di Deraa. Raid aerei e avanzata terrestre a cui i gruppi islamisti rispondono con missili e artiglieria pesante: sono 130 i morti civili dal 18 giugno.
A nulla è finora valso il negoziato imbastito da Mosca, sponsor governativo: le opposizioni non intendono cedere le armi, requisito russo al cessate il fuoco. E la gente scappa: file interminabili di auto, motorini e camion lasciano Deraa e Quneitra per il confine meridionale e orientale. Di fronte, le frontiere israeliane e giordane, serrate. Nascono così campi improvvisati, qualche tenda, coperte a fare ombra nel caldo torrido di inizio estate.
Il governo israeliano ha inviato aiuti umanitari, ma la linea resta la stessa degli ultimi sette anni: nessun rifugiato viene accolto, mentre il resto del Medio Oriente esplode (domenica il primo ministro Netanyahu definiva «difesa dei confini» la chiusura ai profughi). Anche Amman ha mandato tende e medicine ma dopo aver accolto 660mila rifugiati ha chiuso le porte due anni fa.
Eppure sono 70mila gli sfollati ammassati al valico di Nassib con la Giordania, con accesso quasi nullo ad acqua e cibo: «Abbiamo perso i nostri figli, le nostre case. Siamo seduti qui, a terra, senza nemmeno dell’acqua per lavarci le mani», dice una donna all’Afp. E così, con i suoi 920mila rifugiati in sei mesi, il 2018 è l’anno peggiore – secondo i dati Onu – in termini di sfollamento interno in Siria.
Con i confini ormai chiusi da ogni lato, i siriani cercano riparo all’interno, spesso senza aiuti. Solo tre mesi fa era toccato al cantone a maggioranza curda di Afrin, nell’estremo ovest siriano: oltre 300mila sfollati dall’occupazione delle truppe turche e le milizie islamiste fedeli ad Ankara. Una crisi che non ha mai trovato soluzione, con centinaia di migliaia di persone bloccate nel deserto di Shehba.
Per chi è rimasto la situazione non è molto migliore: secondo quanto denunciato ieri dall’agenzia curda Anf, la nuova amministrazione del cantone, con cui la Turchia ha soppiantato la rappresentanza nata con il confederalismo democratico di Rojava, starebbe distribuendo nuove carte d’identità in cui i residenti che tentano di rientrare vengono classificati come «immigrati».
Se confermato, si tratta solo dell’ultima misura assunta per stravolgere la demografia della zona. Mentre a sud si fugge, a nord rientrano i rifugiati dalla Turchia che Ankara ammassa ad Afrin. Ma non ci sono solo loro: buona parte delle case del cantone è stata occupata dai miliziani islamisti e le loro famiglie e da quelli evacuati a marzo da Ghouta est, dopo l’accordo con Damasco. Miliziani di Jaysh al-Islam, non «ricollocabili» a Idlib per le tensioni con il gruppo leader, l’ex al-Nusra.
Ieri l’esercito turco ha annunciato la cessione dei propri poteri di controllo a un nuovo corpo di polizia, 2mila uomini addestrati e armati e fedeli ad Ankara. E se i media filo-governativi raccontano delle attività umanitarie turche (Yeni Safakriporta della distribuzione di cibo a 4mila famiglie di Afrin, l’agenzia di Stato Anadolu dell’assistenza sanitaria disponibile 24 ore su 24), i locali dipingono un’altra realtà: chi è accusato di legami con le unità di difesa Ypg/Ypj non viene fatto rientrare; case, fattorie e negozi sono stati confiscati dai miliziani (che hanno scritto alle pareti i loro nomi con lo spray, denuncia Human Rights Watch); nuove regole vengono imposte, tra cui un codice di vestiario per le donne, passate dalla gestione paritaria della città al velo «suggerito» dai cartelli appesi da Ahrar al-Sharqiya, milizia islamista dell’Esercito libero siriano.

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Israele chiude le porte davanti ai profughi di Deraa

 Michele Giorgio –  Il Manifesto

Gerusalemme, 30 giugno 2018, Nena News – Aiutiamoli a casa loro. Israele segue le orme di Matteo Salvini e fa sapere che mandarà altri aiuti agli sfollati di Deraa e di altri centri abitati del sud della Siria coinvolti nei combattimenti tra l’esercito siriano e le formazioni jihadiste, ma non ne accoglierà alcuno nel proprio territorio. E a metterlo in chiaro è stato il ministro della difesa Lieberman.
«Seguiamo da vicino la situazione nella Siria meridionale» ha scritto ieri Lieberman in un tweet «saremo disposti ad offrire ogni aiuto umanitario per i civili, le donne e i bambini. Ma non accoglieremo alcun profugo nel nostro territorio». Parole che mettono a tacere le poche voci che si erano levate a sostegno dell’accoglienza, in particolare quella del deputato druso Saleh Salah che aveva chiesto l’allestimento di un campo di tende sulle Alture del Golan, che, peraltro, è un territorio siriano che Israele ha occupato nel 1967 e che poi si è annesso unilateralmente.
 Sarebbero 120mila i civili siriani in fuga dai bombardamenti e dai combattimenti tra governativi e jihadisti che si concentrano soprattutto intorno a Deraa, capoluogo della Siria meridionale e roccaforte dell’opposizione islamista.
Giovedì notte l’esercito israeliano ha inviato da quattro punti diversi delle linee di demarcazione con la Siria 300 tende, 13 tonnellate di cibo, 15 tonnellate di alimenti per l’infanzia, attrezzature mediche, medicinali, vestiti e scarpe. Aiuti che poi sono stati trasferiti – non si è capito bene da chi – nei campi profughi siriani a ridosso del Golan che ospitano migliaia di siriani in condizioni precarie, senza accesso ad acqua, elettricità, cibo. Ma gli aiuti umanitari non bastano a chi scappa da combattimenti violenti. L’unico modo per garantire protezione ai civili in fuga è quello di farli entrare almeno sul versante del Golan controllato da Israele. E il popolo ebraico, in ragione della sua storia, dovrebbe sapere meglio di altri quanto è importante che sia offerto un rifugio sicuro a chi fugge dalla guerra e dalla morte.
Invece un portavoce dell’esercito israeliano ha subito chiarito che non sarà consentito ai siriani di oltrepassare le linee tra i due paesi. Posizione poi confermata dal tweet di Lieberman, sostenitore peraltro delle politiche del governo di espulsione dei migranti e richiedenti asilo africani nel paese.
Israele che, come hanno documentato in passato anche gli osservatori dell’Onu, ha avuto contatti con le formazioni islamiste che operano nel sud della Siria, ha scelto la stessa linea della Giordania che qualche giorno fa ha annunciato la chiusura della sua frontiera nord dove si sono ammassati migliaia di siriani.
Il ministro degli esteri giordano, Ayman Safadi, è stato perentorio quando ha affermato che ‎«la Giordania non è in grado di ospitare altri rifugiati‎» perché il suo paese già «ospita 1,3 milioni di profughi siriani‎». Sui social tuttavia tanti giordani hanno contestato le sue parole e lanciato la campagna ‎«Aprite i confini‎» per dare accoglienza ai siriani nonostante le difficoltà economiche del Paese attraversato questo mese da proteste popolari contro il governo.
Intanto è entrata in vigore a Deraa una tregua di 12 ore dopo che i gruppi jihadisti hanno raggiunto un accordo con i russi che  l’aviazione appoggiano l’offensiva dell’esercito siriano. Mosca ha imposto all’opposizione siriana una serie di condizioni da accettare tra cui quella di consegnare le armi pesanti e rinunciare al controllo del valico di confine con la Giordania. I miliziani di Taiba, Saida, Umm al Mayazan e Naseib, nella parte orientale e sud-orientale del governatorato di Deraa, hanno accettato di consegnare le armi.
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