Visto da Aleppo, la città-martire della Siria che in quattro anni di assedio da parte dell’esercito islamista ha perso per emigrazione
(interna alla Siria o verso l’estero) più di metà dei 4,6 milioni di
abitanti che aveva prima della guerra, il dibattito europeo
sull’immigrazione pare al tempo stesso ingenuo, ipocrita e, ma questa
non è una novità, inconcludente.
Per quanta retorica si possa fare, infatti, i migranti non sono tutti
uguali, nemmeno agli occhi di coloro che sono più disposti ad
accoglierli. E questa dura legge sembra essere applicata, per quanto
paradossale possa sembrare, soprattutto ai richiedenti asilo e a coloro
che cercano una protezione internazionale. Ed è proprio il “caso Siria”
che porta a pensarlo.
Tra il 2011 e il 2016 (ovvero, tra l’inizio della guerra civile e lo
snodo fondamentale delle riconquista di Aleppo da parte dell’esercito
siriano), più di 11 milioni di siriani (sui 23 milioni di abitanti del
Paese) hanno dovuto abbandonare le loro case. La gran parte di loro è
rimasta in Siria (più di 6,5 milioni, secondo l’Unhcr) o nei Paesi
confinanti (poco meno di 5 milioni di Turchia. Libano, Iraq e Giordania,
stessa fonte). Ma più di un milione di siriani ha chiesto asilo politico e protezione in Europa. hi si è fatto un minimo di esperienza
di Siria in questi anni sa che ad andarsene all’estero non sono stati,
necessariamente, i siriani più colpiti dalle atrocità e dalle miserie
della guerra. Nella maggioranza dei casi sono riusciti ad arrivare in
Europa i siriani più istruiti e benestanti, e quelli che avevano buoni contatti con i Paesi europei.
La diaspora, infatti, era nutrita
anche prima di questa guerra, almeno una decina di milioni di persone
con comunità cospicue in Germania (500mila persone) e Svezia (150mila) ma folte anche in Austria e Grecia, e chi aveva parenti già residenti sul suolo europeo ha avuto ovviamente vita più facile.
A fronte di tutto questo, i dati
(elaborazione del Pew Research Center su cifre Eurostat) ci dicono che i
siriani hanno fatto domanda d’asilo e richiesta di protezione in misura
almeno doppia a quella di qualunque altra nazionalità. E che l’hanno
ottenuta in una misura molto superiore a quella di qualunque altra
nazionalità.
Nel 2015 e 2016 le richieste dei
siriani sono state accolte (nei diversi Paesi Ue più Svizzera e
Norvegia), nella misura dell’80%, assai più di quanto sia stato concesso
agli eritrei (68%), ai somali (38%), agli iracheni (36%), ai sudanesi
(36%) e agli afghani (22%). La media europea di concessione di una
qualche forma di protezione internazionale è del 40%, quindi assai
inferiore a quella già citata ottenuta dai siriani. Inoltre, il 52% dei
2,2 milioni di persone che in questi anni hanno chiesto asilo in Europa è
ancora in attesa di una risposta, mentre solo il 20% dei siriani sta
ancora aspettando. È davvero così stravagante ipotizzare che tutto
questo non sia frutto del caso ma di una precisa scelta? Che non sia
anche questa assai mirata “benevolenza” un’esca per svuotare la Siria,
che l’Europa sottopone a embargo e di tanto in tanto bombarda, delle sue
energie migliori? Che la solidarietà e la pietà delle organizzazioni di
base non sia sapientemente indirizzata per il raggiungimento di uno
scopo politico? È una domanda che tormenta, oggi, in primo luogo i
rappresentanti delle comunità cristiane. I quali ripetono, ovviamente
inascoltati, che la vera opera umanitaria, oggi, sarebbe aiutare i
siriani a tornare in patria, non a lasciarla.
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