Di Jonathan Cook Radendo al suolo Khan al-Ahmar, Israele demolirà le illusioni del processo di pace






luglio  2018
Israele, la settimana scorsa, ha finalmente costruito un strada di accesso al villaggio della Cisgiordania, Khan al-Ahmar, dopo un secolo di rinvii, ma i soli veicoli cui è permesso di percorrerla, sono le ruspe che si prevede leveranno di mezzo le case di 200 persone.
Se c’è una comunità che è arrivata a simboleggiare la fine della soluzione dei due stati, è Khan al-Ahmar.
E’ per questo motivo che un gruppo di diplomatici europei alla fine della scorsa settimana ha lasciato i loro uffici con l’aria condizionata per arrancare tra le caldissime, polverose colline fuori Gerusalemme ed essere loro stessi testimoni dei preparativi per la distruzione del villaggio. Tra le cose viste c’è stata anche la polizia israeliana che picchiava brutalmente i residenti e i loro sostenitori quando cercavano di bloccare l’avanzata di quei mezzi pesanti.
La Gran Bretagna, la Francia, l’Italia e la Spagna hanno presentato una protesta formale. Le loro denunce hanno fatto eco a quelle di più di 70 legislatori democratici a Washington, in maggio – un raro esempio di politici che mostrano solidarietà con la Palestina.
Sarebbe gratificante credere che i governi occidentali si preoccupino per gli abitanti di Khan al-Ahmar, o per le migliaia di altri Palestinesi che sono una sempre più oggetto di pulizia etnica da parte di Israele nelle terre vicine, ma le cui traversie attirano sempre minore attenzione.
Dopo tutto, radere al suolo Khan al-Ahmar, e trasferire con la forza la sua popolazione, sono crimini di guerra.
In verità, però, i politici occidentali si interessano di più a sostenere l’illusione di un processo di pace, finito molti anni fa, che la violenza di lunga durata verso i Palestinesi durante l’occupazione israeliana.
Le capitali occidentali comprendo che cosa c’è in ballo. Israele vuole che Khan al-Ahmar sparisca, in modo che gli insediamenti ebraici possano essere costruiti al suo posto, sulla terra che Israele ha designato come “E1”.
Questo porrebbe a posto il pezzo finale in modo che Israele costruisca un blocco sostanziale di case per i coloni, per tagliare in due la Cisgiordania. Quegli stessi insediamenti isolerebbero anche i Palestinesi della Cisgiordania da Gerusalemme Est, la prevista capitale di un futuro stato palestinese, facendosi beffe di qualsiasi accordo di pace.
La cancellazione di Khan al-Ahmar non è arrivata dal nulla. Per decenni Israele ha calpestato la legge internazionale per decenni, attuando una forma di annessione strisciante che ha provocato poco più di uno scomodo spostamento di sedie da parte dei politici occidentali.
Gli abitanti Beduini di Khan al-Ahmar, della tribù di Jahlin, in precedenza hanno subito due volte la pulizia etnica da parte di Israele, ma questi crimini di guerra sono passati inosservati.
La prima volta è stata negli anni ’50, pochi anni dopo la creazione di Israele, quando l’80% dei Palestinesi era stato mandato via dalle loro case per spianare la strada alla creazione di uno stato ebraico.
Anche se avrebbero goduto della protezione della cittadinanza di Israele, gli Jahalin sono stati costretti a lasciare il deserto del Negev e ad andare in Cisgiordania, allora controllata dalla Giordania, per fare posto ai nuovi immigrati ebrei.
Una generazione dopo, nel 1967, quando si erano appena risistemati, gli Jahalim sono stati di nuovo sotto attacco dei soldati israeliani che occupano la Cisgiordania. I pascoli dove gli Jahalin si erano trasferiti con le loro capre e pecore sono state prese per costruire un insediamento soltanto per gli ebrei, Kfar Adumin, in violazione delle leggi di guerra.
Da allora, gli Jahalin hanno abitato in una zona grigia di “illegalità”. Come ad altri Palestinesi nel 60%  della Cisgiordania, dichiarati sotto il controllo israeliano dal processo di pace di Oslo,  sono stati loro negati i permessi per costruire, costringendo tre generazioni a vivere in baracche di lamiera e in tende.
Israele ha anche rifiutato di collegare il villaggio alla rete idrica, elettrica e delle fogne, nel tentativo di rendere la vita così insopportabile, che gli Jahalin sceglierebbero di andarsene.
Quando un’organizzazione benefica italiana ha aiutato a creare la prima scuola di Khan al-Ahmar – fatta di fango e di pneumatici, Israele ha accelerato la sua battaglia legale per demolire il villaggio.
Ora gli Jahalin stanno per essere cacciati di nuovo dalle loro terre, come se fossero nulla di più che bestiame ribelle. Questa volta devono essere trasferiti con la forza vicino a una discarica di spazzatura presso la città palestinese di Abu Dis, circondata su tutti i lati da muri e insediamenti israeliani.
Nel nuovo sito saranno costretti ad abbandonare il loro modo di vivere da pastori. Come ha osservato uno dei residenti, Ibrahim Abu Dawoud: “Per noi, lasciare il deserto è la morte.”
Come altra indicazione della fosca, difficile situazione dei Palestinesi, si ipotizza che l’amministrazione Trump proponga, nel suo piano di pace atteso da lungo tempo, che Abu Dis, simile a un quartiere povero, invece che Gerusalemme Est, serva come capitale di un futuro stato pseudo palestinese – se mai Israele sceglierà di riconoscerne uno.
La distruzione di Khan al-Ahmar sarebbe la prima demolizione di un’intera comunità
palestinese fin dagli anni ’90, quando Israele si impegnò nel processo di Oslo.
Rincuorato ora dall’appoggio generoso di Washington, il governo di Benjamin Netanyahu sta correndo avanti per attuare la sua visione di un Israele più Grande. Vuole annettersi le terre dove sorgono i villaggi come Khan al-Ahmar e rimuovere le loro popolazioni palestinesi.
Questo è un ostacolo minore. Giovedì scorso, la Corte Suprema di Israele ha cercato di calmare le nuvole tempestose che si ammassano in Europa, emanando un’ingiunzione temporanea per i lavori di demolizione.
La tregua è probabile che sia di breve durata. Poche settimane fa, la stessa Corte – in un comitato dominato da giudici che si identificano con il movimento dei coloni – hanno appoggiato la distruzione di Khan al-Ahmar.
La Corte Suprema è anche andata spostandosi verso l’accettazione dell’argomento del governo israeliano, che decenni di accaparramento delle terre da parte dei coloni, dovrebbe essere sancito – in maniera retroattiva, anche se loro violano la legge israeliana e quella internazionale – se viene attuato in “buona fede”.
Qualunque cosa possano credere i giudici, non c’è nessuna “buona fede” nel comportamento dei coloni né nel governo di Israele verso le comunità come Khan al-Ahmar.
Saeb Erekat, l’esperto negoziatore di pace  dei Palestinesi, di recente ha avvertito che Israele e gli Stati Uniti erano vicino a “liquidare” il progetto della condizione di essere stato della Palestina.
L’Unione Europea che sembra più disperata del solito, questo mese ha riaffermato il suo impegno per una soluzione dei due stati, mentre insiste che gli “ostacoli” alla sua realizzazione vengano identificati più chiaramente.
Il problema di cui nessuno vuole discutere è Israele stesso, e la sua malafede  duratura. Come dimostra fin troppo chiaramente Khan al-Ahmar, non ci sarà nessuna fine della eliminazione al rallentatore delle comunità palestinesi, fino a quando i governi occidentali non troveranno il coraggio di imporre sanzioni assillanti a Israele.
Nella foto: Israele inizia la demolizione del villaggio di Khan al-Ahmar.
Una  versione di  questo articolo è apparsa per la prima volta  su The National, di Abu Dhabi.
Jonathan Cook ha vinto il  Premio Speciale  Martha Gellhorn Prize per il  giornalismo. I suoi libri più recenti sono “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per rifare il Medio Oriente]  (Pluto Press) e Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [La Palestina che sparisce: gli esperimenti di Israele nella disperazione umana](Zed Books). Il suo nuovo sito web  è: www.jonathan-cook.net.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/by-razing-khan-al-ahmar-israel-will-bulldoze-illusions-of-peace-process
Originale : Informed Comment
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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