Ben White “Stato-Nazione ebraico”: come Israele introduce l’apartheid nel suo ordinamento
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La legge è solo il più recente tentativo di discriminare legalmente i palestinesi
Giovedì il governo israeliano ha
formalmente approvato la legge “Stato-Nazione ebraico”. Con le vacanze
estive della Knesset alle porte, il primo ministro israeliano Benjamin
Netanyahu ha cercato di far approvare la legge prima della pausa.
“Questo è un momento decisivo negli
annali del sionismo e nella storia dello Stato di Israele,” ha detto
Netanyahu alla Knesset dopo il voto.
L’iniziativa ha dominato il dibattito
pubblico in Israele, con interventi di alto profilo da parte di
oppositori e sostenitori. Lo scorso martedì in una lettera aperta il
presidente Reuven Rivlin ha messo in guardia in merito a quelli che
ritiene essere i pericoli insiti nella legge – soprattutto un articolo
destinato a proteggere e promuovere l’esistenza di comunità
esclusivamente ebraiche.
Tentativi di pressione
Prima del voto una serie di dirigenti
ebreo-americani ha sollecitato con forza Netanyahu a cambiare idea,
intensificando i tentativi di pressione per evitare l’approvazione della
legge.
Purtroppo, ma prevedibilmente, queste
reazioni sono state caratterizzate dalla mancata comprensione o dal
fatto di non aver preso sufficientemente in considerazione quanto lo
status di Israele come “Stato ebraico” si sia sempre tradotto in leggi e
in prassi e, soprattutto, quanto ciò abbia colpito i palestinesi fin
dal 1948.
Molte leggi discriminatorie sono già
nei codici e in Israele esistono già sistemi legali per creare comunità
segregate. Non c’è diritto all’uguaglianza, e Israele non è uno Stato di
tutti i suoi cittadini. La spesso citata “Dichiarazione di
Indipendenza” non è una legge costituzionale, e la “Legge Fondamentale”
[che ha valore di costituzione, ndtr.] privilegia già la protezione
dello “Stato ebraico” rispetto all’uguaglianza dei cittadini non ebrei.
Come ha spiegato nel 2012 una
relatrice speciale dell’ONU [Raquel Rolnik, architetta e urbanista
brasiliana, ndtr.], le autorità israeliane perseguono già “un modello di
sviluppo territoriale che esclude, discrimina ed espelle le minoranze.”
Allo stesso modo la commissione ONU sull’Eliminazione della
Discriminazione Razziale ha evidenziato “l’adozione di una serie di
leggi discriminatorie su questioni relative al territorio che colpiscono
in modo sproporzionato le comunità non ebraiche.”
In effetti il problema di comunità
solo ebraiche, che ha dominato le recenti critiche sulla legge approvata
giovedì, è spesso discusso senza riferimenti al fatto che Israele ha
già centinaia di tali comunità segregate, grazie al ruolo dei “comitati
di ammissione”.
Risalire fino alla Nakba
Un decennio fa Human Rights Watch ha
segnalato come questi comitati “siano formati da rappresentanti del
governo e della comunità locale, così come da importanti funzionari
dell’Agenzia Ebraica o dell’Organizzazione Sionista, e notoriamente
siano stati utilizzati per escludere arabi da comunità rurali ebraiche.”
Questa discriminazione
istituzionalizzata decenni fa, che può essere fatta risalire alla Nakba,
rende risibile l’affermazione da parte di Mordechai Kremnitzer,
dell’“Israel Democracy Institute” [istituto di ricerche israeliano
indipendente, ndtr.], secondo cui la nuova legge costituirebbe in
qualche modo “la fine di Israele come Stato ebraico e democratico.”
Tuttavia, come analizzato dal centro
per i diritti giuridici “Adalah” [centro israeliano/palestinese per la
difesa dei cittadini arabo-israeliani, ndtr.] in un nuovo documento di
sintesi pubblicato domenica, la nuova legge rappresenta un’innovazione,
sia dal punto di vista giuridico che politico; godendo dello status di
legge fondamentale, la legge dello Stato-Nazione ebraico inserirebbe
nella costituzione prassi razziste.
L’informazione dei media occidentali
ha, nel suo complesso, riproposto le lacune delle critiche israeliane
alla legge. Inoltre l’omissione dell’esperienza dei cittadini
palestinesi in questo Stato “ebraico e democratico” è aggravata da
un’analisi che non indaga affatto in profondità sul perché questa legge
sia stata proposta.
La legge dello “Stato-Nazione
ebraico” non è il prodotto di uno scontro interno alla destra tra il
“Likud” [partito di destra e di maggioranza del governo, ndtr.] e “Casa
Ebraica” [partito di estrema destra dei coloni, anch’esso al governo,
ndtr.], o tra Netanyahu [capo del governo e del “Likud”, ndtr.] e
Naftali Bennett [ministro dell’Educazione e leader di “Casa Ebraica”,
ndtr.]. Al contrario, seguire le origini di questa proposta di legge
rivela che, nella sua essenza, si tratta di una reazione ai tentativi
dei cittadini palestinesi negli ultimi due decenni di affermare la
propria identità nazionale e di chiedere uno Stato per tutti i
cittadini.
Raddoppiare
Poco dopo che l’ex-capo dello Shin
Bet [servizio di spionaggio interno di Israele, ndtr.] Avi Dichter ha
iniziato i tentativi di far approvare una legge per lo “Stato-Nazione
ebraico” nel 2011, il giornalista israeliano Lahav Harkov – ora
caporedattore del “Jerusalem Post” [giornale israeliano di centro-destra
in inglese, ndtr.] – ha lodato l’iniziativa citando “campagne per
delegittimare Israele in aumento sia all’interno che fuori dal Paese.”
Quindi la risposta dal mondo politico
israeliano ai cittadini palestinesi mobilitati per chiedere una vera
eguaglianza è stata raddoppiare la discriminazione, affermare
provocatoriamente in modo ancora più esplicito l’esistenza dello “Stato
ebraico” e proteggerla dal punto di vista giuridico.
Ma ciò presenta i suoi vantaggi, come
evidenziato dallo scalpore in merito alla nuova legge. Perché quello
che la proposta di legge minaccia non è l’esistenza di un Israele
‘democratico’, ma piuttosto l’idea problematica di uno Stato “ebraico e
democratico” (o almeno la plausibilità di sostenere quest’idea).
Con la sua rozzezza, la legge
minaccia la possibilità da parte di Israele di perpetuare una
discriminazione di lunga durata, istituzionalizzata, senza costi a
livello internazionale, una prospettiva segnalata dagli avvertimenti
della procura generale di Israele e dal leader degli ebrei americani, il
rabbino Rick Jacobs.
Guerra demografica
“La vera faccia del sionismo in
Israele” ha scritto la scorsa settimana sulla rivista +972 [sito di
notizie israeliano, ndtr.] Orly Noy, è “una intrinseca, continua guerra
demografica contro i cittadini palestinesi. Se Israele vuole essere
ebraico e democratico, deve garantire concretamente una maggioranza
ebraica.”
La legge dello “Stato-Nazione
ebraico” è parte di questa storica e continua guerra demografica,
testimoniata dall’attivismo dei cittadini palestinesi, e un tentativo di
reprimerlo.
Poiché Israele consolida lo Stato unico de facto
tra il fiume [Giordano] e il mare, questo non sarà l’ultimo tentativo
di vedere ulteriormente riflessa nella legislazione la realtà
dell’apartheid sul terreno.
– Ben White è autore del nuovo libro “Cracks
in the Wall: Beyond Apartheid in Palestine/Israel” [Crepe nel muro:
oltre l’apartheid in Israele/Palestina]. E’ un giornalista e scrittore
freelance e i suoi articoli sono stati pubblicati da Al Jazeera, al-Araby, Huffington Post, the Electronic Intifada, the Guardian’s Comment is Free ed altri.
Le opinioni esposte in questo
articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica
editoriale di Middle East Eye.
(traduzione di Amedeo Rossi)

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