‘Non
possiamo essere vittime un’altra volta’: grazie a Trump, Netanyahu e
Putin, i tempi gloriosi della democrazia liberale sono finiti. La
bilancia della storia non pende dalla parte della giustizia. Da che parte staranno gli ebrei?
Martedì
mattina una parlamentare della Knesset è stata espulsa da una riunione
della commissione parlamentare per aver declamato una parte della
Dichiarazione di Indipendenza israeliana.
L’articolo
che ha letto sancisce che lo Stato di Israele “promuoverà lo sviluppo
del Paese a beneficio di tutti i suoi abitanti; si baserà sulla libertà,
la giustizia e la pace, come previsto dai profeti di Israele; garantirà
la completa eguaglianza dei diritti sociali e politici per tutti i suoi
abitanti, a prescindere dalla religione, dalla razza o dal sesso.”
Dubito
che la ‘Legge sullo Stato-Nazione’, che la commissione stava discutendo
e che cerca di vanificare formalmente quella “completa eguaglianza”,
verrà davvero approvata in tempi brevi.
Benjamin
Netanyahu la sta improvvisamente promuovendo per ciniche ragioni
elettorali. La legge, al centro di controversie, non ha bisogno di
percorrere tutto il suo iter perché i suoi detrattori – i partiti di
opposizione, i consiglieri legali dello stesso governo, i media,
potenzialmente l’Alta Corte – siano tacciati di essere traditori.
E comunque, al di là della sceneggiata parlamentare di Tzipi Livni (dirigente della coalizione di centro “Unione Sionista”, all’opposizione, ndtr], quegli articoli non sono stati mai applicati in 70 anni di esistenza di Israele. Ma è stato certamente un momento simbolico.
L’espulsione
di Livni, dopo che le è stato vietato di presentare una copia della
Dichiarazione d’Indipendenza in una tribuna nell’aula della commissione,
ha rappresentato un chiaro slittamento di Israele da ogni aspirazione a
costruire il proprio futuro in base a valori, verso un Israele
edificato esclusivamente sul nazionalismo ebraico.
Ciò
significa una scelta tra due tipi di democrazia e due tipi di stile di
vita ebraico. E non si tratta solo di Israele. Lo stesso slittamento sta
avvenendo dovunque.
Nel
1945, quando gli ebrei hanno incominciato a realizzare il fatto
devastante che un terzo del loro popolo era stato sterminato in pochi
anni, si è verificato un altro mutamento importante. Con la distruzione
di ciò che era stato il cuore della civiltà ebraica per 1000 anni, per
la prima volta gli ebrei che vivevano nelle democrazie vittoriose del
nord America e della Gran Bretagna stavano diventando la maggioranza [degli ebrei in Occidente, ndtr.].
Per
molti secoli il benessere degli ebrei, spesso la loro stessa
sopravvivenza, erano dipesi dalla benevolenza di monarchi e dittatori.
Questo aveva imposto un certo tipo di discreta ricerca di indulgenza. I
dirigenti delle comunità ebraiche dovevano valutare quale despota
ingraziarsi. Era una questione di sopravvivenza.
Con
lo spostamento del centro di gravità della vita ebraica verso le
Nazioni democratiche e con l’aumento del numero di ebrei che conducevano
una vita di cittadini liberi ed uguali – con l’emigrazione dei
sopravvissuti in Europa e degli ebrei Mizrahi [ detti anche sefarditi, ndtr.]
dai territori arabi verso l’Occidente ed Israele – l’attivismo ebraico
assunse un carattere molto differente. Venne allo scoperto, con campagne
pubbliche, pressioni politiche, uso dei media e attività di
sensibilizzazione. Infine gli ebrei ebbero eguali diritti e
parallelamente fiducia in sé stessi sufficiente per esigerli fino in
fondo e pubblicamente.
Gli
anni del dopoguerra annunciarono anche un nuovo tipo di coinvolgimento
degli ebrei nella società. Alcuni ebrei in precedenza erano stati
importanti in tutti i movimenti per l’eguaglianza e la giustizia, ma
questo avveniva normalmente a livello personale. Spesso, come nel caso
degli ebrei comunisti, era un passo verso l’assimilazione e la perdita
di identità religiosa e nazionale a favore di una più grande fratellanza
umana. Nelle situazioni in cui ebrei si univano tra loro per lottare
per cause sociali, si occupavano abitualmente delle questioni specifiche
dei lavoratori ebrei.
Ma
vivere in un ambiente più aperto e libero incoraggiò per la prima volta
l’ampia partecipazione degli ebrei nelle Nazioni democratiche a cause
più generali, per i diritti civili, identificandosi come ebrei, sia che
si trattasse di rabbini in quanto membri di intere comunità. Non vi era
più la preoccupazione che marciare per obbiettivi controversi e
contestati avrebbe provocato la collera delle autorità verso tutti gli
ebrei.
E
vi era anche un senso del dovere. Gli ebrei conducevano una vita
tranquilla. Nella diaspora ogni grave minaccia fisica di antisemitismo
stava scomparendo. Per coloro che lo scegliessero, vi era uno Stato
ebraico sovrano dove vivere. Per gli altri, una vita come membri di una
minoranza rispettata e ben integrata.
Per
molti ebrei una nuova era di sicurezza e prosperità significava che noi
ora dovevamo garantire che altre, meno fortunate, minoranze, come anche
i rifugiati e gli immigrati, avrebbero ricevuto il nostro
incondizionato appoggio: un grande senso etico di ‘tikkun olam’ [riparare
il mondo, ndtr.], che ha animato molti ebrei negli ultimi 60 anni. E
quando nei primi anni ’90 l’impero sovietico crollò, rendendo liberi
ancor più ebrei sia di emigrare in Occidente e in Israele, sia di
restare nelle loro patrie di nuova democrazia, la tendenza sembrò
irreversibile.
Un
quarto di secolo fa, per la prima volta nella storia, quasi l’intero
popolo ebraico viveva in società libere. Con l’eccezione dell’Iran e di
poche piccole e isolate sacche, tutti gli ebrei, dovunque vivessero,
sono stati liberi e uguali ormai da una generazione.
Non
abbiamo ancora cominciato a comprendere il vero significato di quel
fenomeno storico – e stiamo ormai affrontando un enorme problema
riguardo a quale sia il tipo di libertà in cui vogliamo vivere.
Non
avviene solo in Israele, dove siamo in un limbo tra la costruzione di
una società basata sui valori ed una che considera la preservazione
della nazionalità ebraica superiore ad ogni considerazione morale. Lo
stesso divario si sta aprendo nell’America di Trump ed in tutta Europa,
dove un Paese dopo l’altro soccombe alla nuova ondata di politiche
populiste.
La
grande maggioranza degli ebrei americani può in questo momento mostrare
tendenze progressiste, ma vi è una sostanziale, forse crescente,
minoranza tra loro che crede fermamente che una stabile sicurezza si
possa trovare soltanto nell’alleanza con un establishment conservatore, e
sì, bianco.
E
se si parla con gli ebrei in Europa si troveranno molti con un
approccio sfrontatamente illiberale. Non solo tra le comunità ebraiche
in Francia e Belgio, dove gli ebrei sono stati uccisi in anni recenti
per il fatto di essere ebrei. Questa mentalità si rafforza più si va
verso est.
Come
mi ha detto il capo di una comunità regionale in Russia: “Quando
Israele bombarda Gaza ed uccide gli arabi è una buona cosa per gli
ebrei. È ciò che fa sì che i nostri vicini qui ci rispettino molto di
più. È il miglior antidoto all’antisemitismo.”
Questa
settimana un rabbino in Ungheria mi ha detto: “Gli ebrei progressisti
sono attori di un dramma storico in cui loro rappresentano le vittime,
tutte le vittime. Perché questo è ciò che apprendono dall’esperienza
storica ebraica. Ma questo è solo un sacco di buoni propositi.
Il
mondo adesso sta diventando un posto meno liberale, un posto in cui i
non ebrei stanno dimenticando l’olocausto. Gli ebrei hanno bisogno di
una strategia di sopravvivenza, perché non diventiamo vittime un’altra
volta. Questo significa essere una Nazione forte, alleata con altre
Nazioni forti. Non con le vittime.”
È una strategia di sopravvivenza nel mondo di Trump, Putin e Netanyahu.
In
Europa, non più un importante centro di vita ebraica, ma ancora una
patria per ben due milioni di ebrei sparsi nel continente, ho incontrato
sempre più ebrei alle prese con i valori liberali del dopoguerra con
cui sono stati educati.
Istintivamente
rifiutano la retorica anti-immigrati e islamofobica che li circonda.
Non gli appare soltanto sbagliata. È troppo simile a ciò che i loro
genitori e nonni sentivano non molto tempo fa.
Ma
poi portano i figli nelle sinagoghe e nelle scuole ebraiche circondate
da guardie armate e temono di dover scegliere da che parte stare.
Potrebbe
essere terminato il breve periodo nella storia ebraica in cui è
sembrato che il mondo intorno a noi stesse allineandosi con ciò che
volevamo credere fossero valori sia ebraici che liberali, che la
bilancia pendesse dalla parte opposta al razzismo e all’odio, non solo
verso gli ebrei, ma verso chiunque, ed in cui pensavamo che fosse solo
questione di tempo perché potessimo costruire società migliori e più
giuste, in Israele ed in ogni altro Paese dove vivono gli ebrei.
Di sicuro non può più essere dato per scontato. Prepariamoci a dover mettere alla prova quei valori.
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