Curzio Maltese. La banalità di Bibi",

VENERDI' di REPUBBLICA  01/06/2018, a pag. 36


La banalità del male, la geniale intuizione di Hannah Arendt coniata in un tribunale di Gerusalemme, sembra oggi diventata la condanna di Israele. I soldati con la stella di David che fanno il tiro a segno su una folla di adolescenti inermi a Gaza perché questi sono gli ordini. L'esercito che ha ripreso a demolire case, scuole, villaggi in Israele e nei territori occupati, spingendo i palestinesi verso riserve indiane sempre più piccole e — miserabili. Bibi Netanyahu che inaugura la stagione di caccia al palestinese come ogni volta che ha rischiato di veder crollare il proprio potere sotto il peso degli scandali. Tutto questo orrore era in fondo prevedibile e previsto. Una banalità del male che è nello spirito dell'epoca e si manifesta ovunque, a ogni latitudine, nel declino delle democrazie occidentali prede del populismo, nell'affermarsi ai confini dell'impero di regimi sempre più autoritari, nel generale trionfante disprezzo per i diritti umani, nell'incrudelirsi dei massacri africani che non sembrano interessare mai a nessuno.
E allora, perché ci tocca tosi profondamente la violenza di Israele sui palestinesi? La risposta del governo israeliano e dei suoi alleati è che la sinistra e i difensori dei palestinesi non hanno mai fatto davvero i conti con l'antisemitismo. Un sentimento che certo esiste e rispunta, come quando Abu Mazen un mese fa ha detto che gli ebrei hanno provocato le persecuzioni con il loro «comportamento sociale», una dichiarazione vergognosa per la quale il presidente dell'Olp ha poi dovuto scusarsi. Ma nell'indignazione di tanta opinione pubblica democratica per i crimini di Israele c'è anche ed è prevalente un sentimento che è l'esatto contrario. Ed è l'ammirazione per la storia di un popolo che nei secoli ha rappresentato il simbolo della diversità, dell'Altro, del dubbio, e in questo modo ha arricchito in modo straordinario il patrimonio dell'intelligenza umana e al tempo stesso si è attirato feroci persecuzioni. E vedere ora quel popolo identificato con un regime che sta scivolando nell'apartheid è un paradosso doloroso. Per fortuna è lo stesso sentimento che ispira un pezzo di società israeliana, per quanto minoritario, e una larga parte di ebrei della Diaspora. L'opposizione israeliana lotta, fra mille difficoltà contro il trionfo dei fanatismi, accanto alla società civile araba. Com'è accaduto anche di recente, nella battaglia che ha visto ebrei e arabi schierati a difesa dei rifugiati eritrei. Avanza una nuova generazione stanca di guerra che lavora per cambiare la società israeliana, con progetti solidi e non soltanto ideali, per esempio spostando l'asse dell'economia dell'apparato militare industriale a quello tecnologico della piccola Silicon Valley di Tel Aviv. E' appena una fiammella nel buio generale della ragione, d'accordo. Ma forse vale la pena di affidarsi più a questa speranza che non agli appelli inutili alla mediazione dell'Onu, che non esiste più, o all'Europa che non è mai nata.

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