A Rosarno gli italiani vanno in automobile, i caporali in pulmino e i
migranti africani in bicicletta. Il mezzo di trasporto è indice della
classe sociale a cui si appartiene e determina la libertà di movimento
di cui si può disporre in un territorio dove non esistono trasporti
pubblici. I migranti che sono arrivati in Italia negli ultimi mesi
occupano il gradino più basso della scala sociale: da novembre a marzo
si radunano in piccoli gruppi vicino agli incroci, aspettano lungo la
statale l’arrivo dei caporali, reclutatori che li portano nei campi a
raccogliere le arance. Si chiama “fare la piazza” ed è un metodo antico che non conosce crisi. Anzi, da quando nel 2011 è stata introdotta una legge
nell’ordinamento italiano che punisce con pene severe il reato di
“intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, è tornato in uso
“fare la piazza”, perché con il reclutamento dei lavoratori per strada è
più complicato dimostrare il legame di dipendenza che unisce i
braccianti agricoli agli uomini che li assoldano per conto dei
proprietari terrieri. Ogni mattina, d’inverno, alle prime luci dell’alba, decine di uomini
in bicicletta pedalano sul ciglio della strada, si fermano agli incroci,
dove aspettano che qualche pulmino si fermi per caricarli e portarli a
lavorare. Nelle giornate fredde alcuni accendono un fuoco con immondizia
e copertoni, mentre aspettano che arrivi il caporale a caricarli.
Djello ripete due parole in ogni discorso: lavoro e documenti
Djello ha una ventina d’anni, è da poco arrivato in Italia dal Mali,
dopo un lungo viaggio che, come per molti, è passato dalle carceri in
Libia e dalla traversata del Mediterraneo. “Sono venuto a Rosarno perché
è l’unico posto dove uno come me che è appena arrivato in Italia può
trovare un lavoro”, dice in francese. Ha sempre le cuffie alle orecchie
come qualsiasi suo coetaneo. Ascolta musica e scrive messaggi su
WhatsApp e su Viber. È appena arrivato e sembra spaesato. Ripete due
parole in ogni discorso: lavoro e documenti. Come un ritornello o un
programma politico: lavoro e documenti sono le sue ossessioni. Il ragazzo maliano vive in un casale abbandonato nella campagna, paga
trenta euro al mese al caporale per un materasso buttato per terra in
una stanza lurida insieme ad altri ragazzi. Gli scarichi dei bagni
sversano nel campo davanti alla casa, le fogne sono a cielo aperto. Topi
e ratti passeggiano su un rivolo di acqua sporca che si mescola alla
terra e al fango. Non si aspettava di vivere così quando sognava
l’Italia, ma ora non s’immagina di tornare indietro. Il caporale è un
uomo sulla cinquantina, è originario del Gambia, vive in una stanzetta
tutta sua nello stesso casale dove vivono i braccianti , ma ha una tv e
la moglie vive con lui.
Un migrante con la sua bicicletta sulla strada che porta alla tendopoli di San Ferdinando.
(Annalisa Camilli, Internazionale)
I caporali sono di origine straniera: si trovano in Italia da
diversi anni e hanno maturato rapporti di fiducia con i proprietari dei
terreni, e per questo fanno da intermediari tra i proprietari e la
manodopera. Mentre i caporali sono spesso stanziali, i braccianti si
spostano di regione in regione, seguendo le stagioni del raccolto nel
corso dell’anno. In inverno raccolgono le arance in Sicilia e in
Calabria, in estate sono in Puglia per i pomodori o in Campania per il
tabacco, in autunno in Piemonte per l’uva. A Rosarno un bracciante prende venticinque euro al giorno per
lavorare nei campi. Otto ore: dalle otto di mattina alle quattro del
pomeriggio. Secondo il contratto nazionale di categoria, un lavoratore
agricolo dovrebbe essere pagato circa 45 euro a giornata e invece qui
prendono la metà, spesso in nero. Alcuni lavoratori sono pagati a
cottimo: un euro a cassetta per le clementine o i mandarini, cinquanta
centesimi a cassetta per le arance. “A questo si deve aggiungere che i migranti danno al caporale circa
tre euro al giorno per il trasporto, e altrettanti per un panino e
dell’acqua”, spiega Celeste Logiacco, 33 anni, la segretaria locale
della Flai Cgil. Logiacco insieme a un mediatore culturale, Jacob Atta,
rifugiato del Ghana, ogni mattina gira per le strade della piana con un
pulmino. Incontra i braccianti e raccoglie le loro testimonianze.
“Quando sono venuto in Italia dal Ghana non immaginavo che sarei vissuto
così, in queste condizioni”, racconta Atta. “In Africa, a casa mia, non
vivevo così. Sono dovuto scappare per ragioni religiose”.
Un bracciante agricolo in un campo di arance vicino a Rosarno.
(Annalisa Camilli, Internazionale)
“Proviamo a fare sindacato di strada, ma non è facile. Qualche mese
fa qualcuno ci ha vandalizzato il pulmino che usiamo per la nostre
attività”, spiega Logiacco. I migranti la chiamano per nome, Celeste, e
la riconoscono quando arriva con il contratto di categoria in mano, per
spiegare diritti e doveri. Logiacco racconta che è finita a fare la
sindacalista per caso, “avevo studiato storia dell’arte”, poi la storia
della famiglia, il padre sindacalista, l’hanno portata a occuparsi delle
condizioni di lavoro dei braccianti agricoli, che nella piana di Gioia
Tauro sono italiani, africani, ma anche dell’Europa dell’est, in
particolare bulgari. Il fenomeno più recente, spiega, è quello dei braccianti bulgari,
spesso si tratta di donne. Non hanno il problema del permesso di
soggiorno, perché sono cittadini comunitari, e anche per questo sono più
invisibili dei migranti di origine africana. Vivono nei paesi, non nei
ghetti e nelle tendopoli, sono organizzati da responsabili, capisquadra
che li portano per lavorare durante la stagione della raccolta e non
parlando la lingua sfuggono a qualsiasi tipo di controllo, anche da
parte delle associazioni. Negli ultimi tempi le denunce e l’intensificarsi dei controlli da
parte dell’ispettorato del lavoro e della prefettura hanno determinato
un fenomeno nuovo, secondo i sindacati. “I proprietari sottoscrivono il
contratto, ma non lo registrano, oppure se lo registrano, dichiarano
solo una parte delle giornate lavorative effettivamente compiute dal
bracciante”, spiega la sindacalista calabrese. Il fenomeno dello
sfruttamento è sempre più difficile da far emergere.
La nostra idea è stata quella di mettere insieme i deboli con i deboli
“Una volta ho lavorato quindici ore per quindici euro, l’ho fatto
per tre mesi. Ma che dovevo fare? Avevo bisogno di lavorare”, racconta
Ismaila Badjie, un migrante del Gambia. Oggi Badjie lavora per una
piccola associazione, Sos Rosarno, nata subito dopo le rivolte dei
braccianti africani nel 2010. L’associazione ha sei dipendenti e li ha assunti con un regolare
contratto. “Io sono stato fortunato, ma migliaia di ragazzi nella piana
di Gioia Tauro ancora vivono in condizioni disperate”, afferma Badjie
con un’espressione di dolcezza e di gratitudine stampata sugli occhi. È
molto religioso e vorrebbe studiare: “Mi ero informato per imparare a
fare l’elettricista”, ma frequentare un corso di formazione per adulti
costa troppo e ha dovuto rinunciare.
Pape Badje, un agricoltore che lavora per l’associazione Sos Rosarno.
(Annalisa Camilli, Internazionale)
Sos Rosarno è nata grazie
all’intuizione di un gruppo di piccoli agricoltori calabresi che
faticavano a gestire le coltivazioni a causa dei prezzi troppo bassi
stabiliti dai commercianti all’ingrosso, che arrivano a pagare un chilo
di arance anche sette centesimi. “La nostra idea è stata quella di
mettere insieme i deboli con i deboli”, dichiara Nino Quaranta, uno dei
fondatori di Sos Rosarno. Dopo le rivolte del 2010, Quaranta e gli altri
soci dell’organizzazione hanno deciso di uscire dal sistema della
grande distribuzione e di vendere le arance direttamente ai consumatori,
grazie alla rete dei gruppi d’acquisto solidali. “Abbiamo scomposto il prezzo di un chilo di arance e abbiamo visto
che era possibile per un produttore guadagnare circa quaranta centesimi
al chilo, vendendo le arance a 1,30 euro, invece di guadagnare solo
sette o otto centesimi al chilo, che è il prezzo fissato dalla grande
distribuzione organizzata”. La Sos Rosarno manda le arance direttamente
ai consumatori in tutta Italia e in questo modo taglia i costi e i mille
passaggi che impediscono di rendere tracciabile il viaggio delle arance
dai campi alla tavola.
Un settore in crisi controllato dalla ‘ndrangheta
La statale che collega Rosarno a Gioia Tauro è piatta, una lingua
d’asfalto che attraversa la zona industriale di San Ferdinando e va
dritta verso il mare, verso il mostruoso porto, il quarto in Italia per
quantità di merci, considerato la principale porta d’accesso della
cocaina in Italia, feudo della ‘ndrangheta. A destra e a sinistra della carreggiata, sotto il livello della
strada, distese di aranceti. Alberi bassi, di un verde intenso,
puntellati di pomi arancioni. Su molti alberi a fine stagione ci sono
ancora i frutti, perché raccogliere non conviene più. I venditori
all’ingrosso pagano le arance 0,07 o 0,08 euro al chilo, e per questo
gli agricoltori negli ultimi anni hanno abbandonato i campi. Secondo Coldiretti, alla fine del 2009 nella piana di Gioia Tauro si
coltivavano circa novemila ettari di aranceti, mentre attualmente gli
ettari coltivati con gli agrumi sono tremila. In pochi anni si sono
persi seimila ettari di coltivazioni, circa due terzi della produzione
locale, spiega Pietro Molinaro, presidente della Coldiretti calabrese.
“Le arance sono sottopagate rispetto ai costi di produzione: produrre un
chilo di arance costa minimo 15 centesimi, ma viene pagato purtroppo
(agli agricoltori) ancora sette o otto centesimi”.
Questa filiera oltre a essere un po’ lunga non è equa
Per l’organizzazione degli agricoltori, la grande distribuzione
organizzata e le multinazionali delle aranciate sono in parte
responsabili della crisi del settore agrumicolo in Calabria, territorio
conosciuto per la produzione di una qualità di arance, il biondo di
Calabria, ideale per i succhi di frutta e le aranciate industriali. “Le
arance sono spremute nella piana e le multinazionali comprano
direttamente dai produttori calabresi il succo già spremuto”, continua
Molinaro. “Questa filiera oltre a essere un po’ lunga non è equa nella
distribuzione del valore aggiunto”. Molinaro entra nel dettaglio: “Se in
un litro di aranciata c’è un 12 per cento di succo, come previsto dalla
legge, e se si considera che le arance sono pagate ai coltivatori sette
o otto centesimi al chilo, si può calcolare che in un litro di
aranciata industriale ci sono tre centesimi di succo d’arancia. Se si
rapporta il prezzo della materia prima al prezzo di vendita di un litro
di aranciata al consumatore emerge un ricarico del 4.300 per cento”. Fabio Ciconte presidente della ong Terra!, tra gli autori del rapportoFiliera sporca,
conferma la diagnosi di Coldiretti, ma sottolinea il ruolo della
criminalità organizzata nella gestione del settore. Le arance, i
mandarini e le clementine che arrivano sulle nostre tavole sono prodotti
con un sistema ingiusto che implica lo sfruttamento del lavoro.
Per Ciconte, il principale problema è la mancanza di un sistema che
permetta la tracciabilità del prodotto dai campi fino al banco del
mercato: “Il percorso della filiera è lunghissimo, abbiamo fino a nove
passaggi, i produttori, i commercianti locali che sono i veri
intermediari tra i produttori e la grande distribuzione, sono coloro che
acquistano il prodotto dopo la raccolta e in qualche modo determinano
anche il prezzo al livello locale, inoltre i commercianti locali
trattano direttamente con le aziende dei trasporti che sono un altro
tassello importante, perché molte inchieste ci dicono che le aziende dei
trasporti in Calabria sono in mano alla mafia”. Fonti della polizia confermano che non solo i trasporti sono in mano
alla ‘ndrangheta, ma molte delle organizzazioni dei produttori che sono
nate negli ultimi anni nella piana di Gioia Tauro per intercettare i
sussidi pubblici all’agricoltura sono vicine all’organizzazione
criminale, in alcuni casi sono di proprietà delle famiglie dei boss, in
altri casi sono intestate a dei prestanome. Il giornalista del Quotidiano del Sud, Michele Albanese,
ha per lungo tempo denunciato il ruolo delle famiglie mafiose nella
fissazione del prezzo all’ingrosso delle arance. Albanese vive sotto
scorta e ha ricevuto minacce e intimidazioni per il suo lavoro.
L’inchiesta della magistratura All clean ha svelato che la
‘ndrina dei Pesce, una delle due famiglie mafiose più potenti di Rosarno
e della Calabria insieme ai Bellocco, controllava il mercato delle
arance attraverso una specie di pizzo indiretto, imposto sui trasporti e
sulla rivendita delle cassette. L’ex sindaco di Rosarno Giuseppe Lavorato a proposito della filiera delle arance ha scritto:
Gli agricoltori devono aprire gli occhi e riconoscere che il loro
reddito è falcidiato e decurtato dall’imperio mafioso che parte dalle
campagne e arriva ai mercati. Negli anni settanta la ‘ndrangheta ha
allontanato dai nostri paesi i commercianti che pagavano il prodotto a
un prezzo remunerativo per rimanere sola acquirente e imporre il proprio
basso prezzo. Si è poi impadronita di tutti i passaggi intermedi, fino
ad arrivare nei mercati e controllare anche il prezzo al consumo. Questa
è la filiera perversa che deruba agricoltori, lavoratori e consumatori.
Niente cambia nel ghetto
“Non c’è lavoro, quest’anno non c’è lavoro”, è la litania dei
braccianti africani che dormono nella tendopoli di San Ferdinando, un
accampamento di tende blu costruite dal ministero dell’interno per
risolvere in maniera temporanea l’emergenza abitativa dei lavoratori
stagionali della piana. Una soluzione che ha portato i braccianti africani a essere
allontanati dal centro abitato che dista circa tre chilometri. Doveva
essere temporanea e invece è diventata permanente. Intorno alla
tendopoli sono sorte altre baracche: di legno, di plastica e di lamiera.
Alcuni abitano nel campo tutto l’anno, la maggior parte invece, finita
la stagione si sposta verso altre zone agricole in Italia: il casertano,
la provincia di Foggia, Saluzzo in Piemonte. Gioia è una delle poche donne del campo, è nigeriana, con suo marito
gestisce una rivendita di alimentari all’interno della tendopoli, e
nella sua tenda che è molto grande c’è la tv. Così la sera tutti gli
abitanti dell’accampamento vengono a vedere un film o la partita. Si
siedono sulle panche di legno, sotto la tenda. Sono tutti ragazzi. “Non
cambia niente qui a Rosarno, vengono giornalisti e politici, denunciano
la situazione, ma poi non cambia niente”, afferma Gioia.
Nel cinquanta per cento dei casi i migranti di Rosarno sono richiedenti asilo e rifugiati
La maggior parte dei braccianti di origine straniera di Rosarno ha i
documenti, un permesso di soggiorno nel 95 per cento dei casi,
addirittura il 50 per cento di loro è beneficiario della protezione
internazionale. Nella tendopoli, nel campo container e nella fabbrica
occupata di San Ferdinando la maggior parte dei migranti è costituita da
rifugiati o da richiedenti asilo. “Nel cinquanta per cento dei casi i migranti di Rosarno sono
richiedenti asilo e rifugiati”, spiega Giulia Anita Bari, la portavoce
di Medici per i diritti umani (Medu), che tutte le settimane arriva alla
tendopoli con un medico, un’altra donna, a bordo di un camper.
“Malgrado la maggior parte di loro sia regolare, l’86 per cento dei
lavoratori agricoli non ha un contratto di lavoro e i pochi che hanno
dichiarato di averlo non sanno se riceveranno una busta paga a fine
mese”, afferma Bari. Quando il camper arriva nel piazzale nel tardo pomeriggio c’è già la
fila: gli uomini aspettano, alcuni hanno dei fogli in mano. Vogliono
parlare con il medico, farsi curare la tosse, le ferite, il mal di
denti. C’è uno che ha fatto a botte con il datore di lavoro perché a
fine mese non gli ha versato la busta paga. In molti casi hanno bisogno
anche di un aiuto legale: hanno ricevuto un diniego dell’asilo, sono in
fase di appello e vogliono capire che cosa possono fare per non
diventare irregolari. Molti di loro non sanno di avere diritto alla
tessera sanitaria o di poter andare in ospedale in caso di infortunio.
“Il dato in aumento è quello dei richiedenti asilo che sono in attesa
dell’appello, quelli cioè che sono arrivati in Italia negli ultimi due
anni e a cui è stato negato l’asilo. Hanno fatto ricorso e ora aspettano
che il loro caso sia esaminato dalla commissione”, spiega Giulia Anita
Bari.
La tendopoli di San Ferdinando.
(Annalisa Camilli, Internazionale)
Nella tendopoli dovrebbero vivere quattrocento persone, e invece nel
2016 nell’accampamento hanno vissuto 1.200 persone nei periodi di
massimo afflusso. Quelli che non hanno trovato posto hanno occupato una
fabbrica, a qualche chilometro dalla tendopoli. I bagni sono nei
container, l’acqua è scaldata in enormi tini di ferro, sotto ai quali
arde il fuoco tutto il giorno. Qualcuno li custodisce. L’elettricità va e
viene. Per cucinare si accendono i fuochi, si cucina per terra, appoggiando
le pentole sulla brace. Nella fabbrica abbandonata il rischio di incendi
o di incidenti è altissimo: duecento persone dormono ammassate in una
stanza, cumuli di vestiti e bombole del gas o stufe elettriche a fianco
ai sacchi a pelo. Chi non trova posto nella tendopoli e nella fabbrica
occupata vive in decine di casolari abbandonati nelle campagne. Rosarno sporge da una collina all’orizzonte, case che spuntano senza
ordine sulla statale, senza piano regolatore. Scheletri abbandonati di
fabbriche costruite con gli incentivi dello stato o dell’Unione europea
che non sono mai entrate in funzione. Per andare dalla tendopoli di San Ferdinando alla città ci vogliono
venti minuti in bici, e sulle vecchie biciclette i ragazzi africani
caricano le bombole del gas, la spesa. Le prostitute aspettano agli incroci. Si tratta di una decina di
ragazze, alcune sono donne più adulte. Ragazze dell’est. Si siedono sul
ciglio della strada, su vecchie poltrone abbandonate. Sulla strada che
dalla tendopoli di San Ferdinando porta a Rosarno tra dicembre e
febbraio di quest’anno ci sono stati nuovi episodi
di violenza contro i migranti, simili a quelli che scatenarono le
rivolte nel 2010. Allora il ferimento di due braccianti africani da
parte di ignoti scatenò la rivolta della comunità africana di Rosarno. Quest’inverno di nuovo alcuni ragazzi che tornavano alla tendopoli in
bicicletta sono stati aggrediti con dei bastoni di ferro da uomini a
bordo di un’auto bianca, senza targa. In seguito alle nuove violenze, il
prefetto di Reggio Calabria, Claudio Sammartino, ha disposto maggiori
controlli da parte delle forze dell’ordine. Tuttavia, le aggressioni
sono andate avanti. Secondo alcuni, erano strumentali a creare un clima
di ostilità e di paura verso gli africani in vista delle elezioni
amministrative previste nei prossimi mesi. Episodi di violenza gratuita contro i migranti a Rosarno sono stati
documentati almeno dal 1992, e si potrebbe definire un atto di “razzismo
mafioso”, con le parole del giornalista Antonello Mangano, autore del
libro Gli africani salveranno Rosarno.
I migranti sono criminalizzati e strumentalizzati a scopo politico
dalla mafia locale. Ma mentre i locali sono abituati a sopportare i
soprusi delle cosche, è successo in passato che i braccianti di origine
africana siano stati capaci di reagire e di animare rivolte,
d’identificare i responsabili, di alzare la testa.
Nel suo libro Antonello Mangano scrive:
Ci voleva in Campania, come a Rosarno, un pugno di africani per
segnare la differenza tra il consueto e l’inaccettabile. Per un crudele
paradosso le uniche rivolte contro le mafie più feroci d’Italia le hanno
fatte persone senza diritti, senza documenti, né identità.
Sei anni fa le rivolte dei migranti africani che chiedevano
condizioni di vita e di lavoro più degne fecero ben sperare: in tutto il
paese si aprì una discussione sul sistema di sfruttamento che regge una
vasta parte dell’agricoltura in Italia. Purtroppo sei anni dopo, poco o
niente è cambiato.
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