Alberto Negri [L’analisi] L’euro scotta ma il nuovo ministro degli Esteri è atteso al varco, al tavolo degli sconfitti
Un presidente del consiglio senza storia e che per ora nulla ha detto
perché forse nulla ha da dire, uno speaker dei due galletti del pollaio
che fanno i vice con dei ministeri-chiave; qualche ministro tecnico e un
drappello di esordienti con il professor Savona a tener su, con qualche battuta salace sull’euro, la compagine di un governicchio ibrido,
un pò politico e un pò tecnico, che non deve dispiacere troppo né i
suoi sostenitori né i suoi avversari. Ne potevamo fare a meno se non
fosse che c’è da votare provvedimenti essenziali come la finanziaria.
Ma in un Paese di esangui cantori
della politica come il nostro non si sa mai, potrebbe pure durare.
Questo è quello che passa il convento e con il quale chiediamo grazia ai
mercati, che però sono, di solito, impietosi. Quanto alla politica
estera, lasciando a parte la questione euro, si dovrebbe riflettere che
il Paese è al centro del Mediterraneo, il mare di profughi e delle
guerre, e con una proiezione politica ed economica verso Oriente oltre
che in Occidente.
Chi va agli Esteri deve avere ben
chiaro che l'Italia è l'unico Paese rimasto inchiodato al tavolo degli
sconfitti della seconda guerra mondiale (la Germania si è riunificata) e
si sono presi la libertà di destabilizzarlo facendo fuori Gheddafi,
il suo più importante alleato nel Mediterraneo. E’ quindi anche l’unico
Paese non arabo e non musulmano del Mediterraneo che insieme alla
Grecia ha subito i contraccolpi delle primavere arabe. Tutto questo ci è
costato miliardi di euro e centinaia di migliaia di profughi, con tutto
quello che ne è derivato anche sotto il profilo della politica interna.
L'euro è un'unità di misura
monetaria, sopravvalutata probabilmente, del nostro debito pubblico che
per altro noi abbiamo accettato volontariamente. L’attacco Libia nel 2011 è stato invece un atto deliberato
di guerra contro un regime con cui l'Italia il 30 agosto del 2010, sei
mesi prima dei bombardamenti francesi, inglesi e americani, firmava
trattati economici e accordi sui migranti. Non contenti del colpo di
maglio subito ci siamo accodati ai raid contro il Colonnello libico
sotto ricatto della Nato che minacciava colpire i terminali
Se l’Italia, oltre alla Libia, oggi è
destabilizzata lo dobbiamo a loro: i nostri partner sono anche i nostri
concorrenti più determinati e cinici. Non è un caso che, nel pieno
della nostra crisi politica, Parigi abbia appena convocato una
conferenza per soffiarci la Libia: non era presente neppure il nostro
ministro degli Esteri o qualche ectoplasma del passato governo. Il
problema non è l'euro ma chi siamo come Paese, come Stato.
Quindi è inutile perdersi in smancerie con Enzo Moavero Milanesi,
ottimo allievo del compianto professor Luigi Ferrari Bravo di cui anche
chi scrive apprezzò la competenza e saggezza (oltre che l’ironia
sottile), lui stesso docente di diritto comunitario, funzionario europeo
e già ministro per gli Affari europei nei governi di Mario Monti ed
Enrico Letta: conosce tutti i meccanismi dell’Unione ed è conosciuto in
tutte le principali cancellerie europee.
E’ un po’ il garante delle attese
sparate di Paolo Savona ma soprattutto è un buon negoziatore, come già
ampiamente dimostrato: in poche parole potrebbe essere ministro in
qualunque governo italiano ed europeo senza sollevare obiezioni. Ma
Bruxelles non basta: i nostri dossier scottanti e strategici stanno
tutti a Sud, nel Mediterraneo, in Medio Oriente e a Est con la Russia. E
qui ci vogliono coraggio e fantasia: i suoi sottosegretari avranno un
ruolo importante per coprirgli le spalle, come pure le commissioni
esteri parlamentari. Sulla sponda Sud lo attendono al varco.

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