Il conto alla rovescia è iniziato. Le
tappe scandite. 12 maggio, Trump annuncia ufficialmente l'uscita degli
Usa dall'accordo sul nucleare. 14 maggio: inaugurazione dell'ambasciata
Usa a Gerusalemme. Fiamme nei Territori, Hamas e Hezbollah entrano sul
piede di guerra. 15 maggio: nel settantesimo dello Stato d'Israele,
Netanyahu ordina nuovi raid contro basi iraniane in Siria. E' l'inizio
della guerra diretta tra Israele e Iran, combattuta in Siria, ma col
rischio, altamente probabile, che il conflitto possa estendersi nel
vicino Libano. L'Iran "risponderà a tempo debito" alla presunta
"aggressione israeliana" contro le sue basi militari in Siria. Lo ha
detto il presidente della commissione parlamentare per gli Affari esteri
iraniano, Allaeddine Boroujerdi, nel corso di una conferenza stampa al
termine della sua visita a Damasco.
Secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani, organizzazione
non governativa con sede a Londra, almeno 26 combattenti iraniani
sarebbero morti nei bombardamenti contro due basi usate da militari in
Siria, una ad Hama (40 chilometri a nord di Homs) e l'altra Aleppo
(roccaforte ribelle situata a 50 chilometri dal confine con la Turchia)
nella notte fra il 29 e il 30 aprile. Nessuno ha rivendicato
l'operazione, ma i sospetti sono ricaduti sugli israeliani. Le perdite
sono state prima smentite da Teheran e ora confermate da Boroujerdi.
"L'aggressione dell'entità sionista contro i nostri consulenti in Siria
ci garantisce il diritto di rispondere", ha detto il parlamentare
iraniano, citato dalla stampa internazionale. "Ci rivarremo a tempo
debito", ha aggiunto Boroujerdi, ribadendo che la presenza militare
iraniana in Siria avviene "su richiesta del governo siriano". Nei giorni
scorsi, ufficiali americani, rimasti anonimi, hanno confermato a media
statunitensi e israeliani che il raid nella notte tra il 29 e il 30 di
aprile, è stato condotto da "F-15 israeliani".
I jet hanno sorvolato la Giordania e l'Iraq e sono entrati nello
spazio aereo siriano da Est, nella zona controllata dagli americani. Nel
raid sono stati distrutti "200 missili anti-aerei" appena arrivati
dall'Iran, che dovevano rafforzare le difese delle basi utilizzate anche
dai Pasdaran e già colpite più volte da Israele. Tra un raid e l'altro,
c'è tempo per gli avvertimenti a mezzo stampa. Non potrà che essere
gravido delle peggiori conseguenze l'attacco sulla Siria degli Usa,
della Francia e della Gran Bretagna. Così il ministro degli Esteri russo
Sergey Lavrov in una lunga intervista con il settimanale Panorama.
"Chiara manifestazione" di una "linea distruttiva sono stati gli
attacchi missilistici al territorio della Repubblica araba siriana,
inflitti il 14 aprile con un pretesto assolutamente inventato".
Secondo Lavrov "un tale comportamento irresponsabile è gravido delle
più gravi conseguenze per la sicurezza globale. E quelli che oggi
giocano con il fuoco in varie regioni, cercando di foraggiare i
terroristi per sfruttarli nei loro giochi geopolitici, domani dovranno
pagarne il prezzo in casa propria". "Israele dovrebbe trasferire le
informazioni sul programma nucleare dell'Iran all'Agenzia internazionale
per l'energia atomica (AIEA)", insiste il capo della diplomazia russa.
"Gli specialisti che hanno partecipato ai colloqui sulla stesura
dell'accordo indicano che è abbastanza probabile che questi documenti si
trattino di attività precedenti, già registrate dalle ispezioni
dell'Aiea", rimarca ancora Lavrov. Tempi di minacce e di appelli. Il
segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, ha rivolto un appello al
presidente americano, Donald Trump, perché non denunci l'accordo sul
nucleare con l'Iran, evocando il pericolo di una guerra. Guterres,
parlando alla Bbc, ha definito il trattato del 2015 una "importante
vittoria della diplomazia" e ha detto che dovrebbe essere salvaguardato.
"Non dovremmo cancellarlo, a meno che non abbiamo una valida
alternativa ad esso", ha detto, aggiungendo che "ci spettano tempi molto
pericolosi".
Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha affermato
in un intervento video che l'Iran non "rinegozierà o integrerà"
l'accordo nucleare internazionale sottoscritto nel 2015. Zarif ha
risposto così, ribadendo la posizione iraniana degli ultimi giorni, alle
minacce degli americani di ritirarsi dall'accordo nucleare. Il ministro
iraniano ha sottolineato che il programma missilistico di Teheran non
può essere oggetto di negoziato internazionale, come chiedono invece
alcuni occidentali, ad integrazione dell'intesa nucleare, perché è una
questione interna che riguarda la sicurezza dell'Iran. In precedenza,
Ali Akbar Velayati, consigliere del Capo supremo per gli affari
internazionali, aveva affermato che Teheran "non resterà" nell'accordo
sul nucleare iraniano del 2015 se gli Stati Uniti ne usciranno. "L'Iran
ha conservato tutti i suoi piani", rilancia il premier israeliano
Benjamin Netanyahu, in occasione del suo incontro con il suo omologo
giapponese, Shinzo Abe, riferendosi ai documenti di cui di recente i
servizi segreti israeliani sono entrati in possesso. "Chi non è
interessato ad armi atomiche – ha aggiunto – non li avrebbe né
preparati, né conservati. L'accordo sul nucleare – ha insistito – è
cattivo, si basa sulle menzogne e sugli inganni dell'Iran". Secondo gli
analisti israeliani, Hezbollah e gli sponsor iraniani vogliono
combattere la prossima guerra con attacchi a saturazione, una
moltitudine di missili lanciati assieme dalla Siria e dal Libano verso
bersagli dentro Israele in quantità così elevata da sopraffare le
contromisure missilistiche. Secondo una notizia apparsa sul sito
francese Intelligence Online a luglio, Hezbollah ha anche due fabbriche
militari in Libano, una nella Beqaa libanese per produrre il razzo al
Fatah 110 e l'altra per produrre munizioni tra Tiro e Sidone. Il
problema è che prima Hezbollah aveva a disposizione soltanto il sud del
Libano per fare la guerra, ora ha quasi tutta la Siria. Prima il terreno
di gioco era quel pezzo di Libano a sud che s'incunea verso Israele,
ora è tutta la linea di confine del Golan.
Il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha avvertito
che "se qualcuno pensa di poter lanciare missili, attaccare Israele o
anche i nostri aerei, non c'è dubbio che risponderemo e risponderemo con
molta forza, anche se non vogliano interferire con la politica interna
siriana o attaccare la Russia". Resta il fatto che agire militarmente in
Siria senza mettere in conto possibili coinvolgimenti russi, è qualcosa
di altamente improbabile, concordano analisti e fonti governative a
Gerusalemme. Voli diretti fra Damasco e una base militare nel Sud della
Russia, dove è di stanza una brigata delle forze speciali russe. E'
l'ultimo indizio, rivelato dalla Reuters e media israeliani, sul
coinvolgimento dei militari russi nei combattimenti in Siria. Mosca ha
sempre negato un'azione diretta sul campo e sostiene che le sue truppe
sono nel Paese soltanto per proteggere le basi aeronavali a Tartus e
Lattakia e i sistemi anti-aerei sparsi sul territorio, oppure impegnati
in missioni di addestramento. L'aviazione russa ha appoggiato invece fin
dal settembre 2015 i militari siriani gli alleati sciiti. I russi hanno
però smentito finora l'impiego di forze di terra. I voli fra Damasco e
la base di Molkino, che ospita la Decima brigata delle forze speciali,
sembrano indicare il contrario. Nella base ci sono probabilmente anche
contractors.
Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, il 14 febbraio scorso, aveva
ribadito che in Siria ci possono essere "combattenti russi", ma non
delle "forze regolari". A ciò si aggiunge la notizia che la Russia
potrebbe presto dislocare in Siria i missili di difesa aerea S-300, in
grado di contrastare efficacemente attacchi aerei o missilistici. La
notizia, riportata dal quotidiano russo Kommersant, mette in allarme
Israele. Anche perché le fonti militari di Mosca citate dal quotidiano
avvertono che se Israele reagirà militarmente le conseguenze sarebbero
"catastrofiche per tutte le parti. Ma in Israele non ci si interroga più
sul se ma solo sul come, dove e quando la guerra diretta deflagrerà.
Amos Yadlin, già capo dell'intelligence militare e attualmente direttore
dell'Institute for National Security Studies all'università di Tel
Aviv, invoca un intervento "ufficiale". L'ex capo dell'intelligence
militare non usa solo argomentazioni geomilitari, ma va al di là,
toccando corde sensibili nella coscienza del popolo ebraico: E'
importante – afferma – che Israele espliciti la sua posizione morale, a
pochi giorni dal momento in cui commemoriamo la Shoah, e colpisca un
assassino che non esita a usare armi di distruzione di massa contro la
sua gente. In questo caso – conclude Yadlin – gli interessi strategici
coincidono con un obbligo etico".
Ma più che l'etica, è la geopolitica a motivare la guerra diretta.
l'Iran con le sue milizie controlla militarmente, senza soluzione di
continuità, tutto l'Iraq, buona parte della Siria e il Libano. Il
rafforzamento della mezzaluna sciita sulla direttrice Baghdad-Damasco-
Beirut non è avvertita come una minaccia mortale solo da Israele, ma
anche dall'Arabia Saudita e dall'insieme dei regimi sunniti
mediorientali. Da tempo, Riyadh e Gerusalemme hanno aperto canali di
comunicazione diretti tra le rispettive intelligence. Il tutto in
funzione anti-iraniana. Deciso fautore dell'uscita degli Usa
dall'accordo sul nucleare, è il principe ereditario saudita, Mohammed
bin Salman. Una richiesta in tal senso, l'erede al trono Saud l'ha
reiterata nel suo recente incontro a Washington con Trump, ricordando
all'inquilino della Casa Bianca i contratti da oltre 300 miliardi di
dollari stipulati dai governanti sauditi con gli Usa in campo militare. E
altri affari di questa portata potrebbero essere chiusi a breve, se
Riyadh entrerà in guerra contro i "Persiani".
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