Umberto De Giovannangeli A Gaza il piano di al-Sisi per una tregua lunga 10 anni
A Gaza il piano di al-Sisi per una tregua lunga 10 anni
Mentre il "Sultano di Ankara" arringa la folla e sfida Israele, il presidente-generale lavora nell'ombra e dall'ombra definisce la "road map della tregua". Una tregua di lunga durata. Garantita dall'Egitto, finanziata dal Qatar, accettata da Hamas, non ostacolata a priori da Israele. È l'"hudna" (tregua) firmata Nabil Fattah al-Sisi, Presidente dell'Egitto. Un passaggio chiave, che HP può arricchire con informazioni provenienti da Gaza da fonti vicine ai leader di Hamas, è avvenuto nei giorni scorsi, subito dopo il bagno di sangue del 14 maggio. In Egitto si reca una delegazione del movimento islamico guidata da Yahya Sinwar, capo di Hamas, già comandante delle Brigate al-Qassam, il braccio militare del movimento. Su al-Sisi preme Israele perché provi a contenere la reazione di Hamas. Il presidente egiziano ha diverse carte da giocare. E le gioca. La prima, è riaprire il valico di Rafah, al confine tra la Striscia e l'Egitto, per ricoverare nel suo Paese i feriti più gravi. L'altra carta, non meno importante, riguarda l'"economia dei tunnel", quella che rende un po' meno drammatica, con i traffici sotterranei che da quei tunnel si dipanano, la condizione di vita dei due milioni di palestinesi ingabbiati nella Striscia.
Le Monde scrive che Ahmed Youssef, uno dei capi dell'ala "pragmatica" di Hamas in Cisgiordania, ha riconosciuto che l'Egitto ha messo esplicitamente in guardia il suo movimento: evitate qualsiasi escalation - questo il messaggio - o rischierete che Israele vi colpisca con durezza e metta nel suo mirino i vostri dirigenti. Ma gli uomini del presidente egiziano sanno che tutto questo resta nella congiuntura. È tempo di pensare ad una prospettiva più strutturata: quella di un cessate-il-fuoco a medio-lungo termine. Sinwar ascolta attentamente: il capo di Hamas ha trascorso vent'anni nelle carceri israeliane, da capo delle Brigate al-Qassam ha testato la potenza militare dell'Idf, le Forze di difesa israeliane, conosce la capacità dei servizi israeliani di infiltrarsi nei Territori per portare a termine eliminazioni mirate contro dirigenti e quadri militari di Hamas. Ma Sinwar sa soprattutto una cosa: la situazione a Gaza rischia di farsi incontrollabile per Hamas, perché le casse del movimento sono praticamente vuote e senza soldi è impossibile frenare la rabbia di una popolazione alla quale viene da mesi razionata la luce elettrica e senza più acqua potabile. Aver guidato le proteste ha permesso ad Hamas di riaffermare la sua centralità nella resistenza palestinese, ma ciò che i dirigenti di Hamas sanno bene, e nelle conversazioni private lo ammettono con preoccupazione, è che Gaza sta morendo non sotto i colpi dell'artiglieria israeliana, ma per ciò che è ormai da anni la sua "normalità": la Striscia di Gaza diventerà assolutamente invivibile entro il 2020.
Il cessate-il-fuoco va negoziato ma una volta raggiunto sulla carta, andrà poi realizzato sul campo. E qui si apre l'altro capitolo, non meno significativo, nella "road map della tregua": una forza d'interposizione schierata ai confini tra Gaza e Israele, un esperimento che, se funzionasse, potrebbe essere replicato nella West Bank. Una ipotesi che trova ascolto anche a Ramallah, versante Autorità nazionale palestinese. Cambia il nome, forza di protezione internazionale, ma non la sostanza: il modello evocato è quello di Unifil 2, la missione Onu, a guida italiana, schierata, dopo la guerra dell'estate 2006, ai confini tra Israele e il Libano. "Avevamo chiesto una protezione internazionale più e più volte in passato – dice ad HP Hanan Ashrawi, più volte ministra dell'Anp, oggi nella segreteria generale dell'Olp - quando alla Casa Bianca non c'era Trump. Una protezione che significa ripristinare nei Territori la legalità internazionale, ma questa richiesta è rimasta inevasa. Ciò è costato la vita di altre centinaia di civili palestinesi. È tempo di porre fine a questa mattanza".
Per l'Autorità Palestinese del presidente Abu Mazen, la realizzazione di una forza d'interposizione sarebbe vista o comunque gestita pubblicamente come una vittoria. Ad una condizione, però: che la ricostruzione di Gaza non sia sotto l'egida di Hamas. Ecco allora il terzo capitolo della "pax egiziana": dare realizzazione all'accordo di unione nazionale raggiunto qualche mese fa tra Hamas e al-Fatah (il movimento nazionalista palestinese di cui è leader lo stesso Abu Mazen) ma rimasto in gran parte ancora sulla carta. Quell'accordo prevedeva lo scioglimento del "governo" di Hamas nella Striscia e il passaggio dei poteri all'Anp. Tra i punti in discussione c'è quello di una progressiva smilitarizzazione di Hamas e un passaggio di una parte delle forze del movimento islamico nei servizi di sicurezza dell'Autorità palestinese. Agli uomini di Hamas rimaneva il controllo del valico di Rafah, oltre che la garanzia di essere parte del "consiglio della ricostruzione", l'organismo palestinese che dovrebbe gestire i finanziamenti internazionali per la ricostruzione.
Ricostruire Gaza significa investire 5,4 miliardi di euro, Israele ha presentato un piano da 800 milioni di euro per la ricostruzione di Gaza, nell'ambito di una riunione di emergenza dell'"Ad Hoc Liason Commettee", il gruppo di Paesi donatori che fornisce aiuti economici ai Paesi in via di sviluppo, che si è tenuta il 31 gennaio 2018 a Bruxelles. Secondo quanto riportato da Haaretz, la proposta di Israele, che dovrebbe essere finanziata in maggioranza proprio dai Paesi donatori, mira principalmente a ricostruire le infrastrutture della zona. Il piano prevede la realizzazione di impianti di desalinizzazione, una discarica, un gasdotto proveniente da Israele e linee elettriche ad alto voltaggio che raddoppierebbero le forniture a Gaza, dove l'energia manca per più di 20 ore al giorno e la quasi totalità dell'acqua non è più potabile. La presentazione di quel piano, concordano gli analisti politici a Gerusalemme, dimostrava la preoccupazione d'Israele per un collasso definitivo della Striscia. Preoccupazione solo in parte umanitaria. Perché la dirigenza israeliana sa bene, grazie a dettagliati rapporti dei servizi d'intelligence, che una disfatta totale di Hamas non consegnerebbe il controllo della Striscia alle forze di Abu Mazen, ma Gaza diventerebbe terra di nessuno, in balia del caos armato e possibile trincea avanzata di una Jihad globale. La "road map della tregua", vista da Israele, serve anche, soprattutto a questo: evitare che su Gaza sia issata la bandiera nera del "Califfato" islamico.
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