Un'Ambasciata divide, una cantante unisce. Per una città trasformata
in fortezza, Gerusalemme, un'altra, Tel Aviv, riempie Piazza Rabin per
festeggiare Neta Barzilai, orgoglio nazionale, vincitrice
dell'Eurovision Song Contest, che dice, commossa: "Amo il mio Paese,
l'anno prossimo a Gerusalemme". Ma visto che da quelle parti tutto è
politica, ecco il plaudente primo ministro Benjamin Netanyahu
complimentarsi in diretta tv con Neta, definendola "la più grande
ambasciatrice d'Israele". Israele è dentro questi due estremi. Il
tentativo di viversi come Paese normale e, al tempo stesso, impegnato in
trincea in un Medio Oriente in fiamme. È l'Israele dei due volti che si
appresta ad una due giorni ad alta tensione: il trasferimento ufficiale
lunedì dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, in
occasione del 70esimo anniversario della proclamazione dello Stato di
Israele; la commemorazione martedì della Nakba, la "catastrofe"
palestinese del 1948.
A Gaza e in Cisgiordania si annunciano manifestazioni di protesta,
mentre a Gerusalemme vengono schierati migliaia di agenti e soldati per
garantire la sicurezza. Ma nessuno si fa illusioni: le proteste potranno
essere contenute, ma i palestinesi, con la loro rabbia e le loro
speranze tradite non possono essere cancellati. La decisione di
trasferire l'ambasciata Usa a Gerusalemme, ha ribadito l'ambasciatore
Usa in Israele, David Friedman, non è stata presa come parte di un "dare
e avere" con Israele, ma piuttosto basata sugli "interessi degli Stati
Uniti". Gerusalemme è citata 650 volte nella Bibbia, per una semplice
ragione: "Da 3 mila anni, è la capitale del nostro popolo e solamente
del nostro popolo", rilancia Netanyahu.
Bibi è raggiante mentre parla dal palco. Ringrazia Donald Trump per
la svolta su Gerusalemme capitale e per l'uscita dall'accordo sul
nucleare con l'Iran - "il principale sostenitore dei terroristi" - si
sofferma sulla sua amicizia personale di lungo corso con Jared Kushner e
cita anche a Ivanka, presente alla cerimonia a rappresentanza del
padre. "Lo dico ai Paesi europei, trasferite qui la vostra Ambasciata,
perché questa è la nostra capitale" scandisce Netanyahu.
Le cose, al momento, sono un po' più complicate in Terrasanta, come
emerge anche dal "giallo della lista". La lista in questione è quella
degli 800 invitati all'inaugurazione dell'ambasciata. Degli 800 non
fanno parte diplomatici stranieri. La precisazione, da parte
statunitense, giunge dopo che il capo negoziatore palestinese, nonché
segretario generale dell'Olp, Saeb Erekat aveva esortato tutti i
dignitari stranieri a boicottare l'inaugurazione. "Avevamo chiesto ai
rappresentanti della comunità internazionale un atto di responsabilità –
dice Erekat, raggiunto telefonicamente da Huffpost nel suo ufficio a
Gerico – marcando una distanza da una scelta, quella americana, che non
aiuta certo il dialogo né favorisce una soluzione politica fondata sul
principio 'due popoli, due Stati' perché nessun dirigente palestinese,
neanche il più aperto ai compromessi, potrebbe mai firmare una pace che
escluda Gerusalemme Est come capitale dello Stato di Palestina".
Quanto alle "sedie vuote", Erekat ringrazia "i Paesi europei che
hanno resistito alle pressioni israelo-americane, dimostrando una
autonomia che rafforza il ruolo dell'Europa come mediatore super partes
in Medio Oriente". Nei Territori è scattata la mobilitazione generale,
si temono nuovi scontri e nuove vittime. "Nessuno – dice in proposito
Erekat – può chiedere ai Palestinesi di assistere passivamente a eventi
che mortificano le nostre legittime aspettative, mortificano la legalità
internazionale e alimentano rabbia e frustrazione". Quanto al pericolo
di scontri, il segretario dell'Olp è molto netto in proposito: "Quando
cecchini israeliani sparano a giovani palestinesi che manifestano a
Gaza, non in Israele, non si può parlare di 'scontri' ma di crimini, che
come tali andrebbero perseguiti". Sulla stessa lunghezza d'onda sono le
considerazioni di un'altra figura di primo piano della dirigenza
palestinese: Hanan Ashrawi, più volte ministra dell'Autorità nazionale
palestinese, paladina dei diritti umani nei Territori, oggi ai vertici
dell'Olp. Ashrawi è sempre stata fiera sostenitrice della resistenza
popolare non violenta e della disobbedienza civile. "Israele – dice
all'HuffPost Ashrawi – è rimasto spiazzato da quelle migliaia di giovani
che a Gaza hanno manifestato pacificamente rivendicando il proprio
diritto all'autodeterminazione nazionale. La risposta sono stati 45
morti, oltre 2500 feriti. Coloro che governano oggi Israele – prosegue
la leader palestinese – conoscono e praticano solo il linguaggio della
forza. Costoro sono espressione di una cultura militarista che non
riconosce avversari ma solo nemici da eliminare".
Nell'elenco degli 800 invitati alla cerimonia di inaugurazione, la
gran parte dei parlamentari dell'opposizione israeliana ha scoperto di
non essere stato inserito. Ahmed Tibi, parlamentare della Lista Araba
Unita (terzo forza alla Knesset, il Parlamento israeliano) ha confermato
all'HuffPost di non essere stato invitato, aggiungendo un "meglio così"
che la dice tutta. Yousef Jabareen, un altro parlamentare arabo, ha
affermato: "Non sono stato invitato e ovviamente non vi avrei
partecipato comunque. Lo spostamento dell'ambasciata è un qualcosa da
contestare, non da festeggiare. Domani protesterò".
Una protesta che investe anche la segnaletica stradale. Per lo meno
tre indicazioni stradali "Ambasciata Usa" sono state collocate a
Gerusalemme in vista della cerimonia di inaugurazione. Le indicazioni,
in inglese, ebraico e arabo, sono state istallate da soldati israeliani
vicino all'edificio consolare che fungerà da sede pro tempore
dell'ambasciata statunitense: si tratta di un complesso
semi-militarizzato che si trova nel quartiere residenziale di Arnona, a
sud della parte ovest della città. Quella di Arnona non sarà la sede
definitiva: gli Stati Uniti stanno cercando uno spazio più grande che
possa ospitare le decine di persone che attualmente lavorano
all'ambasciata di Tel Aviv. "Questo non è un sogno, è una realtà! Questa
mattina sono orgoglioso ed entusiasta di installare la prima
indicazione dell'ambasciata USA che aprirà la prossima settimana a
Gerusalemme", aveva postato la scorsa settimana su Facebook il sindaco
Nir Barkat, aggiungendo: "Ringrazio il presidente Trump per aver fatto
sì che questo momento storico si verificasse".
Israele festeggia i suoi 70 anni. Un cammino irto di ostacoli, di
tragedie, di guerre, di dolori e di speranze. E si scopre più forte
militarmente ma al tempo stesso più vulnerabile in quella che è la
psicologia di una nazione. Israele, oggi, è un Paese che, sospinto dal
vivacissimo settore dell'alta tecnologia, ha un Pil pro capite di circa
40mila dollari, lo colloca a pieno titolo tra i Paesi più avanzati
economicamente, alla pari di Italia e Corea del Sud e non lontano da
potenze economiche come Francia e Gran Bretagna. Ma soffre anche di uno
dei più alti livelli di disuguaglianza nel mondo sviluppato. La povertà è
particolarmente diffusa tra i cittadini arabi-israeliani (1.050.000,
oltre il 20% della popolazione residente) e gli ebrei ultra-ortodossi.
Questi due gruppi rappresentano quasi un terzo della popolazione e sono
quelli in crescita dal punto di vista demografico e dunque rischiano, in
prospettiva, se le diseguaglianze non vengono affrontate di rallentare
l'economia. Settant'anni dopo, Israele fa ancora i conti con la propria
identità nazionale, con il suo senso nella storia e nel mondo. E più che
risposte, questa ricerca genera interrogativi che attendono ancora
risposta, riproponendo nel dibattito politico e culturale in Israele, e
nella diaspora ebraica, il tema cruciale del rapporto tra identità e
confini.
Questa è la riflessione in merito di Abraham Yehoshua, tra i più
affermati e impegnati scrittori israeliani: "Si tratta di un rapporto
strettissimo, decisivo e non solo per le ricadute che esso ha su un
ipotetico accordo di pace. Definire i propri confini non è solo
un'operazione geopolitica ma una elaborazione culturale collettiva. È
fare i conti con la propria storia e quello dell'altro da noi, il popolo
palestinese. Significa riconoscere che quella che per noi è una Festa,
la nascita dello Stato d'Israele, per i palestinesi è stata una 'Naqba'
(Catastrofe). Riconoscere questa verità storica è più doloroso che
restituire dei territori. Ma è un passaggio ineludibile. Se dovessi
definire in una parola il sionismo userei la parola 'confine' e se
dovessi aggiungerne un'altra sarebbe 'sovranità'. Questo è il senso del
sionismo, la realizzazione della sovranità all'interno di confini chiari
e duraturi, oltre i quali vive un altro Stato, indipendente e
smilitarizzato: quello palestinese. D'altro canto, la negazione del
diritto, l'ingiustizia finiranno per minare uno dei fondamenti della
nostra identità di Stato e di Nazione: la nostra democrazia.
L'occupazione dei Territori ha finito per deteriorare moralmente
Israele".
Ed è per questo, sottolinea Yael Dayan, scrittrice, più volte
parlamentare laburista, figlia del generale Moshe Dayan, che "non
considero la nascita di uno Stato palestinese come un sacrificio, tanto
meno come una concessione fatta al nemico e neanche come la
realizzazione di un astratto principio di giustizia. No, per me uno
Stato palestinese è il miglior regalo che Israele può fare a se stessa,
perché solo così potremo salvaguardare i due pilastri su cui si è
fondato lo Stato d'Israele e che sono alla base del pionierismo
sionista: la sua struttura democratica e la sua identità ebraica".
Settant'anni dopo, Israele continua a fare i conti con il tema,
irrisolto, della propria identità nazionale, e su di essa discute e si
divide. Ritrovando l'unità non attorno a un leader politico o a un
comandante militare, ma celebrando Neta, che ha portato in alto Israele
con la voce e non con le armi. Armi che rischiano di risuonare domani.
Le forze israeliane sono in stato di allerta alta. L'esercito ha
annunciato che raddoppierà i soldati dispiegati attorno alla Striscia di
Gaza, controllata da Hamas e sotto blocco israeliano da oltre 10 anni.
Oggi il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, si è recato al Cairo per
colloqui, secondo alcune voci perché l'Egitto starebbe tentando di
mediare per calmare la situazione. Ma sono in pochi, a Gerusalemme come a
Ramallah o a Gaza, a ritenere che le prossime 48 ore possano scorrere
pacificamente.
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