L'espresso artcoli su Gaza di Gigi Riva-Wlodek Goldkorn-Alberto Flores d'Arcais


L'Espresso
Data: 20 maggio 2018
Pagina: 8
Autore: Gigi Riva-Wlodek Goldkorn-Alberto Flores d'Arcais
Titolo: «Inferno Gaza-Quello che Netanyahu non vole capire-Dottrina Trump: addio ai due Stati»



1 Gaza brucia: le foto esclusive del massacro annunciato

 

Gigi Riva: " Inferno Gaza "Chi ha vinto? E chi ha perso? Sulla linea Gaza-Gerusalemme si è giocata, si gioca, si giocherà, una partita doppia che non finisce con la marcia del ritorno dei palestinesi nel ricordo della Nakba (catastrofe), cioè la nascita dello Stato di Israele e l'esodo di 700 mila persone del 1948, 70 anni fa. E nemmeno con lo spostamento dell'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme. Dunque si pub fissare un risultato parziale, modificabile, però ricco di indicazioni. Militarmente ha vinto, come al solito, Israele, grazie alla sua schiacciante superiorità bellica. Non tanto e non solo per aver impedito lo sfondamento del confine da parte dei manifestanti, obiettivo dichiarato però chiaramente teorico, ma anche perché contemporaneamente i suoi bombardamenti sulle postazioni iraniane in Siria, a ridosso delle alture del Golan, sono stati precisi ed efficaci. Un'ennesima prova di onnipotenza della propria forza nel quadro di un'area, il Medio Oriente, popolata da troppi nemici. Mediaticamente, e persino diplomaticamente, ha segnato un punto Hamas perché è riuscito a fornire l'immagine di un movimento che, accanto alla logica degli attentati e del lancio dei razzi, è capace di elaborare iniziative sul terreno più squisitamente politico. Un cambio di strategia attribuibile al nuovo leader nella Striscia, Yahya Sinwar, 55 anni, di cui 22 passati nelle carceri israeliane, condannato a quattro ergastoli ma liberato nel 2011 grazie all'accordo per lo scambio tra mille palestinesi e il soldato israeliano Gilad Shalit. IDopo la carneficina di lunedì 14 maggio (61 vittime) e nel timore di un nuovo massacro per l'indomani, ci sarebbero state, secondo fonti di intelligence, trattative segrete seppur mediate da interlocutori terzi, tra Sinwar, il Cairo e gli stessi israeliani. Per un accordo che suona grosso modo così: voi rinunciate alla marcia e in cambio l'Egitto apre il valico di Rafah per permettere alla gente di Gaza quattro entrare e uscite settimanali, in più concediamo il raddoppio degli aiuti per Gaza e un'estensione dell'area di pesca nel Mediterraneo: misure per dare un po' di sollievo a una popolazione stremata. Il 15 c'era poca gente al confine, i palestinesi seppellivano i loro morti e Abu Mazen per quelle vittime aveva annunciato tre giorni di lutto nazionale. Perché anche in Cisgiordania, dopo anni di calma e immobilità, la gente è tornata nelle strade a protestare contro l'occupazione. Sul fronte opposto, in uno dei pochi paesi al mondo dove i militari sono più ragionevoli dei politici, proprio nell'esercito crescono i dubbi sulla gestione sciagurata del problema Gaza, diretta conseguenza, per usare le parole di Gideon Levy, uno dei più noti giornalisti di Israele, «dell'ossessione per la propria sicurezza mentre nessuno si preoccupa della sicurezza dei palestinesi». si temeva una svolta ancora più radicale (se possibile) di Hamas, vista la biografia di Sinwar che lo colloca tra i terroristi più sanguinari e riottosi ai compromessi. Si è sottovalutata l'esperienza nelle prigioni israeliane che lo hanno educato a un approccio più pragmatico. Se solo per furbizia e cinico calcolo lo dirà il tempo. Di certo ha incassato i dividendi d'immagine di un corteo di popolo con decine di migliaia di persone che ha lanciato sassi e ha contato tra le sue file decine di morti, compresi minorenni e un'infante di otto mesi, Leila Ghandour, soffocata dai gas dei candelotti lacrimogeni e diventata l'emblema dei giorni di rivolta. Tra le file dei manifestanti c'erano sicuramente dei miliziani, come denunciato dalle autorità dello Stato ebraico. E tuttavia uno degli eserciti più potenti del mondo ha gli strumenti per calibrare l'uso della forza e bloccare un corteo senza ricorrere ai proiettili di piombo. Sinwar incita alla "resistenza popolare", fa notare che in tutti i cortei (uno a settimana) organizzati dal 30 marzo in poi «non un solo proiettile è stato esploso contro soldati israeliani, non un solo razzo è stato sparato contro il loro territorio». Per concludere: «Se c'è un solo modo per risolvere pacificamente il conflitto senza causare distruzioni, noi lo perseguiremo». Tra i suoi obiettivi anche la riconciliazione con Fatah, il movimento secolare fondato da Yasser Arafat, e il presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen dopo che solo falliti tutti i tentativi di formare un governo di unità nazionale. Un cambio di strategia dovuto, soprattutto, a motivi interni, per recuperare un consenso sempre più flebile. Hamas ha trionfato nelle elezioni legislative a Gaza nel 2006 e da allora nella Striscia si sono combattute quattro guerre con migliaia di morti, le condizioni Sotto: Mohammed AI Ajouri, 16 anni, colpito da un cecchino.  E l'indice viene puntato contro il ministro della Difesa Avigdor Lieberman, 60 anni, nato a Chisinau, nella • Moldavia sovietica, già buttafuori da discoteca, del partito di destra Israel Beytenu, popolare soprattutto tra gli immigrati russofoni, e il primo a occupare la delicata poltrona senza essere stato un generale, senza provenire dai ranghi di Tsahal. Il governo di cui fa parte, guidato da Bibi Netanyahu, con la complicità di Donald Trump è riuscito nella mirabolante impresa di legare, a causa della coincidenza temporale, due vicende assai diverse. Mentre nella Striscia scorreva sangue, a pochi chilometri di distanza, a Gerusalemme, erano brindisi per l'apertura dell'ambasciata americana. Gaza è questione nazionale, riguarda l'eterno conflitto israelo-palestinese, scivolato molto in basso nell'agenda delle emergenze internazionali, non era riuscito a risalire la graduatoria nemmeno dopo l'esordio delle marce del ritorno che pure erano state segnate da un copioso numero di morti e di feriti, permettendo a Netanyahu di navigare placidamente nelle acque che più gli sono consone, quelle dello status quo. Gerusalemme invece è problema del mondo intero, in particolare del mondo arabo. Qualunque decisione riguardi il suo status è potenzialmente incendiaria. Se Yasser Arafat è morto e non pub testimoniare, sono ancora vivi Bill Clinton ed Ehud Barak, rispettivamente presidente degli Stati Uniti e premier israeliano, nel 2000, quando a Camp David si arrivò a un passo da un accordo di pace che naufragb proprio attorno alla Città Santa. Arafat era quasi persuaso di accettare un piano che riconosceva ai palestinesi più del 90 per cento dei territori occupati e la divisione di Gerusalemme. La notte precedente la firma fu svegliato col telefono dall'allora re saudita Fahd che gli ricordb come la città non fosse sua, ma di tutti i musulmani (è il terzo luogo sacro per importanza dell'Islam) e che se avesse accettato la partizione sarebbe diventato un dead man walking, un morto che cammina. E Yasser, spaventato, mandò tutto all'aria. Proprio perché tema simbolico da maneggiare con estrema cura (in una terra dove per i simboli ci si scanna), sinora gli Stati hanno preferito mantenere le loro ambasciate a Tel Aviv in vista di una soluzione concordata con i palestinesi. Ma l'elefante Donald Trump rompe gli indugi, per un atto condannato da 128 nazioni, tra cui tutte le principali europee, mentre solo quattro rappresentanti di Paesi del Vecchio continente hanno raccolto l'invito a essere presenti: Austria, Ungheria, Romania, Repubblica Ceca. Tutti con qualche antico problema di antisemitismo, tutti pervasi oggi da correnti di populismo antisistema, capace di minare la coesione all'interno della Ue. Nel mondo arabo, tra l'unanime disapprovazione, spicca quella dell'Arabia Saudita del principe Mohammed bin Salman, campione delle aperture verso l'Occidente e principale sostenitore in Medio Oriente di un'alleanza sull'asse Washington-Gerusalemme-Ryad. Persino per lui, bisognoso di avere Trump dalla sua parte nel conflitto per l'egemonia contro l'Iran, evidentemente si è passato il segno.

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Wlodek Goldkorn: " Quello che Netanyahu non vuole capire "

 
Cominciamo da Hamas. L'organizzazione fondamentalista islamica, che dal 2006 è al potere nella Striscia di Gaza, in conseguenza non solo del risultato delle elezioni ma anche di una mini-guerra civile contro i nazionalisti laici di Fatah, non ha ancora compreso che Israele non è destinato a sparire nel giro di pochi anni (o di una o due generazioni) dalla carta geografica del Medio Oriente. E allargando; tra i palestinesi ancora e spesso si sente parlare dello Stato degli ebrei come di un prodotto del colonialismo europeo, un'entità con cui (nel caso del Fatah) si può fare un accordo ma temporaneo, prowisorio, in attesa che gli ebrei se ne tornino da dove sono venuti. Non è così. Intanto perché ci sono ormai quattro o cinque generazioni di ebrei israeliani, nativi del luogo e desiderosi di vivere da israeliani. E poi, proprio perché Israele è parte dell'Occidente e dell'Europa in quanto conseguenza della catastrofe dell'Occidente e dell'Europa, l'Occidente e l'Europa non possono rinunciare a Israele, pena la rinuncia alla propria storia e identità. In concreto: illudere, come fa appunto Hamas, un popolo di profughi che un giorno torneranno nelle loro case, nelle città da settant'anni israeliane, significa o ignorare la storia oppure giocare cinicamente con le vite della propria gente. Poi c'è Israele. La sua leadership attuale ma anche una parte dell'opposizione e perfino dell'opinione pubblica contraria all'occupazione dei Territori palestinesi continua a non comprendere di aver a che fare, a Gaza, non con una massa di persone in preda al delirio fanatico indotto da Hamas, ma invece con un popolo di profughi. L'80 per cento degli abitanti della Striscia sono discendenti delle persone costrette all'esodo durante la guerra del 1948, e che rese possibile la nascita dello Stato degli ebrei. Se l'avessero capito, forse comprenderebbero che il blocco della Striscia è una strategia che non porta da nessuna parte. 0 anzi, conduce verso la crescita dell'odio da parte di una popolazione composta da gente che non ha nulla da perdere, convinta che la vita (loro e del nemico) abbia uno scarso valore. Continuiamo con Trump. Trasferire l'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme significava gettare benzina sul fuoco; tanto che nessuno degli awersari democratici del presidente (nemmeno gli uomini politici con solide credenziali filo-israeliane) ha voluto presenziare alla solenne cerimonia. La metafora della benzina sul fuoco, in questo caso, significa semplicemente contribuire a esaltare l'aspetto identitario, irrazionale e mitologico, a scapito del lato politico-militare e quindi per certi versi razionale, del conflitto israelo-palestinese (gli unici a capirlo sono i militari israeliani, che ogni tanto fanno trapelare la loro insofferenza verso i verbosi politici). E del resto, nei discorsi inaugurali della nuova sede diplomatica gli accenni di stampo messianico erano marcati; roba arcaica, post-politica, post-moderna e che evoca l'Apocalisse. C'è quindi da aver paura per il prossimo futuro, anche perché di solito le guerre scoppiano non per eroismo e coerenza dei leader, ma al contrario, a causa della mancanza di immaginazione e per la pavidità dei politicanti. Eppure, la soluzione, tante volte evocata da scrittori e intellettuali, soprattutto israeliani, spesso ospiti delle pagine di questo settimanale sarebbe semplice: confini certi, corrispondenti a quelli del 1967; due Stati e Gerusalemme capitale di ambedue. II compromesso questo significa: la rinuncia a una parte dei sogni, dei simboli, dei pezzi di terra. I vantaggi compenserebbero le perdite

 
Alberto Flores D'Arcais: " .Dottrina Trump: addio ai due Stati "

New York- Big day for Israel. Congratulations!». Così Donald Trump ha cantato vittoria via Twitter, fiero di aver mantenuto la promessa fatta al suo elettorato portando l'ambasciata Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Ha cantato vittoria, Trump, e ha liquidato le dozzine di morti lungo il confine con Gaza come «sfortunata propaganda» palestinese. Non è solo cinismo, ma la convinzione di aver portato a termine quello che aveva in mente in merito al conflitto in Medio Oriente: affossare per sempre l'illusione dei "due Stati", l'idea di una Palestina indipendente accanto a un Israele sicuro. Ufficialmente non è così, s'intende: la Casa Bianca non ha ancora rinnegato formalmente quello che per tre decenni è stato il mantra degli Stati Uniti per mettere fine al più lungo conflitto dell'era contemporanea. Ma non c'è dubbio che The Donald ha posto le basi per una nuova strategia che ha un fine ben preciso: smantellare la politica estera mediorientale dei suoi predecessori. L'uomo che dietro le quinte ha ridisegnato la mappa dell'intervento Usa (nel senso di aiuti economici e militari e di sostegno "senza se e senza ma" nelle tribune internazionali tipo Onu) si chiama Jared Kushner ed è il genero - marito di Ivanka - del presidente. È stato lui, insieme alla moglie, a guidare la delegazione americana a Gerusalemme il 14 maggio, giorno dell'apertura della nuova ambasciata. Ed è lui - figlio di una potente famiglia democratica del New Jersey - che per un anno e mezzo ha lavorato sotto traccia contribuendo più di ogni altro a creare il nuovo asse Trump-Netanyahu. Che tra il presidente americano e il premier israeliano ci sia un ottimo feeling è cosa nota: il loro è stato un abbraccio quasi naturale per mettere in naftalina il recente passato di burrascosi rapporti Usa-Israele. Per "Bibi" una bella rivincita dopo gli scontri con Obama, per The Donald un colpo di spugna su quanto fatto dal suo predecessore. Kushner ha guidato questo abbraccio - lui grande amico di Israele anche per motivi religiosi - nella convinzione che la pace ci potrà essere solo e quando Israele avrà la certezza di confini sicuri e senza minacce da parte dei suoi vicini. Con quanto sta accadendo in Siria (Assad sempre più saldo al potere grazie a Putin, militari iraniani all'interno del paese, Hezbollah armati sempre meglio e quindi più pericolosi) Netanyahu chiede agli americani mano libera (anche militarmente, vedi i diversi raid aerei in Siria delle ultime settimane) e l'abbandono di una politica come quella dei "due Stati" che in trent'anni non ha portato quasi a nulla. «Crediamo che sia possibile per entrambe le parti guadagnare più di quanto danno, in modo che tutte le persone possano vivere in pace, al riparo dal pericolo. Gerusalemme deve rimanere una città che riunisce persone di tutte le fedi», ha detto Jared Kushner davanti alla nuova ambasciata Usa: ma in che modo israeliani e palestinesi possano "vivere in pace" non sembra averlo chiaro neanche lui.  Nei giorni turbolenti in cui nel marzo scorso The Donald ha fatto fuori il Segretario di Stato Rex Tillerson mettendo al suo posto il capo della Cia Mike Pompeo, l'attenzione dei media era focalizzata sulle armi atomiche di Kim e su come fosse possibile ridurre a più miti consigli il dittatore di Pyongyang. Poi, in quei momenti di interregno della diplomazia americana, ci fu una inusuale conferenza organizzata dalla Casa Bianca che aveva come argomento la crisi umanitaria a Gaza. A presiederla era Kushner; tra i partecipanti c'erano funzionari di Israele seduti accanto a quelli di Stati arabi con cui Gerusalemme non ha relazioni diplomatiche (Arabia Saudita, Bahrain, Qatar). Mancavano i palestinesi, in rotta con Trump fin da quando aveva annunciato il trasferimento dell'ambasciata Usa nella capitale dello Stato ebraico. È stata in quell'occasione che il genero-consigliere del presidente ha affrontato a suo modo la questione del conflitto israelo-palestinese, inserendola in un contesto più ampio: quello del riallineamento nella intera regione mediorientale degli Stati a guida sunnita (più Israele) in chiave anti-ayatollah, contro l'Iran sciita. L'Arabia Saudita, con il suo nuovo uomo forte Mohammed bin Salman sta stringendo legami sempre più stretti con Israele. Secondo Kushner (e Trump) i palestinesi sono solo una delle pedine - e non la più importante - di un gioco molto più grande che ha come scacchiera l'intero Medio Oriente. L'importante, per la Casa Bianca è spazzare via quell'illusione che dura da un quarto di secolo, da quegli Accordi di Oslo firmati il 20 agosto 1993 tra il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e il leader dell'Olp Yasser Arafat, sponsor il presidente Usa Bill Clinton. Si pensava, allora, che i due Stati sarebbero divenuti presto realtà. Lo si pensava sia a Washington sia nelle Cancellerie europee. E questo veniva scritto sui grandi media internazionali. Purtroppo non era vero. E nel giro di pochi anni - con la scomparsa di Rabin, la crescita di Hamas e le troppe marce indietro di Arafat - l'arrivo del nuovo secolo avrebbe sancito la fine di quella speranza. Poi è morto anche Arafat e c'è stata la svolta militare-terrorista di Hamas, mentre in Israele dal 2009 governa il falco Netanyahu. A credere ai "due Stati" rimasero soprattutto l'Europa e i presidenti americani che si sono succeduti alla Casa Bianca fino al gennaio dell'anno scorso. Il 14 maggio 2018, settanta anni dopo la fondazione dello Stato di Israele, l'illusione dei due Stati sembra morta e sepolta. Almeno fino a quando gli attori sulla drammatica scena del conflitto saranno quelli di oggi: Trump, Netanyahu e i leader palestinesi privi di alcuna visione.

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