Il processo di Dareen Tatour e l’insensatezza di essere Israele
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Kim Jensen e Yoav Haifawi
18 aprile 2018, The Electronic Intifada
Nel 1985, Mahmoud Darwish scrisse un saggio dal titolo “La follia di essere palestinese”.
Dopo
aver riflettuto sugli attacchi contro i campi profughi dei palestinesi
in Libano, concluse che un palestinese poteva fare una sola cosa:
“diventare più palestinese, un palestinese fino alla madre terra o alla
libertà, un palestinese fino alla morte.”
Trent’anni
dopo, quando la poetessa e fotografa Dareen Tatour fu sequestrata da
casa sua, interrogata, imprigionata e messa a processo per “incitamento
alla violenza” e “supporto ad un’organizzazione terroristica”, il suo
unico crimine era proprio questo: diventare più palestinese nelle parole
e nei versi.
Il 3 maggio è previsto che venga emesso il verdetto * in questa vuota farsa di processo da parte di Adi Bambiliya-Einstein, un giudice del tribunale di Nazareth.
Osservatori
dei diritti umani e attivisti per la libertà di parola in giro per il
mondo controlleranno per vedere se lo Stato di Israele metterà in
prigione un’innocente poetessa palestinese contro ogni evidenza e in
aperta violazione del diritto internazionale.
Jennifer
Clement, presidente di PEN International, che ha fatto visita a Tatour e
famiglia in Reineh – vicino a Nazareth – lo scorso ottobre, ha ribadito
la posizione irremovibile del gruppo a sostegno della libertà di
espressione.
“Dareen
Tatour è stata presa di mira per la sua poesia e per il suo attivismo
pacifista”, ha detto Clement. “Facciamo appello affinché vengano fatte
cadere tutte le accuse contro di lei, e venga rilasciata
immediatamente.”
Nonostante
tali illustri manifestazioni di solidarietà globale e locale, che hanno
incoraggiato l’animo di Tatour, le sue previsioni sul verdetto
rimangono cupe. Parlando dal confino della sua casa, dove rimane agli
arresti domiciliari, ha rilasciato un messaggio pessimista: “Non c’è
speranza né giustizia nelle corti israeliane.”
Il
procedimento degli ultimi mesi non ispira fiducia. Le affermazioni
conclusive del pubblico ministero Alina Hardak il 18 febbraio, così come
il testo di 43 pagine consegnato alla corte, dimostrano un’allarmante
impazienza di ottenere una condanna basata su manipolazione emotiva,
distorsione e calunnia.
Il
fatto che il giudice abbia consentito questa costante recita di falsità
e mezze verità per due anni e mezzo non fa presagire bene.
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Un caso costruito sulla distorsione
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La
pecca più evidente nel caso è la mancanza di qualsiasi prova che Tatour
abbia provocato un atto di violenza o che il suo lavoro contenga “un
appello diretto alla violenza.”
Invece
di presentare delle prove, Hardak si è piuttosto impegnato a denigrare
Tatour demonizzando sistematicamente tre parole chiave che lei utilizza
nei suoi lavori: qawim, intifada, e shahid.
Nonostante la parola qawim
– “resistere” – implichi molte forme di lotta, inclusa la lotta non
violenta, Hardak ha incorrettamente sostenuto che la parola costituisca
un appello diretto alla resistenza violenza. L’accusa ha anche
erroneamente sostenuto che la parola intifada, che significa “scuotere via” o “rivolta” possa implicare solamente violenza e terrorismo.
Nonostante queste due interpretazioni sbagliate facciano già abbastanza infuriare, è l’interpretazione errata della parola shahid, o “martire”, ad aver trasformato il lungo procedimento in una bizzarra dimostrazione di vendicativa incompetenza.
Nel contesto della letteratura, della cultura e della politica palestinesi, la parola shahid indica tutti coloro che sono morti nella lotta o in conseguenza dell’occupazione, sopratutto le vittime innocenti.
Ignorando
questo fatto incontestabile – come se Google non esistesse – il
pubblico ministero ha implacabilmente affermato il pregiudizio razzista
israeliano secondo cui la parola shahid sarebbe un nome in codice per terrorista o attentatore suicida.
Questa
interpretazione errata e calunniosa ha portato il pubblico ministero
fraintendere del tutto “Resisti, mio popolo, resisti loro” (Resist, My
People, Resist Them), l’infiammata poesia anti-occupazione scritta da
Tatour, in reazione all’esecuzione senza un processo della studentessa
palestinese Hadil Hashlamoun e al rogo di due bambini palestinesi,
Muhammad Abu Khudeir e Ali Dawabsha.
Il
verso al centro dell’accusa – “seguite la carovana dei martiri” – vale
come un invito figurato ai lettori a tenere memoria delle vittime, non
come esplicito invito al martirio.
La
distorsione del concetto del martire è centrale anche nell’accusa
relativa a un meme che Dareen ha postato su Facebook, “Io sono la
prossima martire”, dopo che soldati e guardie israeliani avevano sparato
alla giovane palestinese Israa Abed, ad Afula – una città nell’odierno
Israele – nell’ottobre 2015.
Il
meme ampiamente diffuso è simile ai popolari “Je suis Charlie” o “I
can’t breathe” che esprimono solidarietà alle vittime di violenza.
Eppure il pubblico ministero sostiene, ridicolmente, che Tatour lo abbia
condiviso per incoraggiare attacchi suicidi.
Propaganda e delusione
Nonostante
le autorità israeliane abbiano rapidamente scagionato Israa Abed da
qualsiasi imputazione di attentato, i testimoni di polizia nelle udienze
di Tatour hanno ripetutamente chiamato Abed “la terrorista di Afula” in
modo da associare falsamente Tatour con il terrorismo.
Nel
testo scritto e nelle arringhe orali, Hardak, il pubblico ministero, ha
caluniosamente sostenuto che nel momento della condivisione del post
Tatour sapeva che “lei (Abed) era venuta a Afula per assalire gli
ebrei”, anche se Tatour, negli interrogatori, aveva chiarito di non
credere alle false accuse contro Abed.
Alla
fine delle udienze, non un singolo fatto era rimasto in piedi. Quando
la difesa e la campagna internazionale di solidarietà hanno cominciato a
concentrarsi sul diritto di Tatour alla libertà di espressione, Hardak
ha cambiato tattica e ha addirittura preso a negare che la poesia
“Resist, My People, Resist Them” sia una poesia, e che Tatour fosse una
poetessa.
In
tutto il dispositivo, Hardak evita con cura di riferirsi a Tatour come
poetessa, o di chiamare la poesia citata per intero nell’accusa
“poesia”, facendo riferimento ad essa solo come “testo” o “parole
selezionate”.
Continuando
a sostenere che Tatour era influente, e che le sue parole avevano “una
vera possibilità di legittimare e incoraggiare atti di violenza e di
terrorismo”, Hardak scrive che Tatour veniva invitata “a presenziare” a eventi pubblici, evitando diligentemente di dire che veniva invitata a recitare le sue poesie.
Mentre
riportiamo questi fatti di propaganda e delusione, è chiaro che il
processo di Dareen Tatour è dimostrazione non della follia di essere
palestinese, ma piuttosto della follia di essere Israele. Che è la
follia di uno Stato sistematicamente tollerante nei confronti di
terroristi israeliani giudicati colpevoli, e intenzionato, invece, a
perseguire espressioni non violente di protesta palestinesi.
Questa
è la follia di uno Stato che impiega cecchini per prendere di mira
manifestanti disarmati e sostiene che i cecchini stanno semplicemente
difendendo il “confine”.
Questa
è la follia di uno Stato basato sulla negazione fondamentale del popolo
indigeno che ha fatto punto centrale della propria identità il
resistere alla propria stessa cancellazione.
A prescindere da cosa dirà il verdetto del 3 maggio, possiamo essere certi che lo spettacolo dell’ingestibile follia finirà solo quando il popolo palestinese, che rifiuta di essere cancellato o messo a tacere, otterà pieni e uguali diritti.
Per parte sua, Dareen Tatour è occupata a scrivere un libro sulla sua disavventura, intitolato My Dangerous Poem [La mia pericolosa poesia] .
Se gli attivisti in giro per il mondo eserciteranno abbastanza
pressione, si può sperare che riuscirà a finirlo, pubblicarlo e
pubblicizzarlo da donna libera.
*Nota
redazionale: Dareen Tatour è stata condannata il 3 maggio per
incitamento alla violenza e per sostegno al terrorismo. Il 31 maggio si
saprà l’entità della condanna che può arrivare fino a 8 anni di galera.
Kim Jensen è una scrittrice, poetessa e attivista che abita a Baltimore. I suoi libri includono il romanzo, The Woman I Left Behind, e due collezioni di poesie, Bread Alone e The Only Thing that Matters.
È professoressa di Inglese e studi sulle donne alla Community College
di Baltimore County. Yoav Haifawi è un attivista anti-sionista e tiene i
blog Free Haifa e Free Haifa Extra.
(Traduzione di Tamara Taher)

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