Fulvio Scaglione : "Terra Santa in fiamme"
17/05/2018 da FAMIGLIA CRISTIANA, a pag. 16,
Due cose si perdono con grande facilità in Medio Oriente: le occasioni e le lezioni. Sulla questione di Gerusalemme si incartarono, nel 2000, a Camp David, nei colloqui convocati da Bill Clinton, sia Yasser Arafat sia Ehud Barak. Né il leader palestinese né il premier israeliano, dopo mille mosse tattiche, ebbero il coraggio di accettare per la Città Santa quella "sovranità condivisa" che avrebbe potuto disinnescare tante tensioni e avviare un dialogo reale, concreto, quotidiano. Tutto andò a monte, all'insegna del motto "O accordo su tutto o nessun accordo" che rappresenta a perfezione la cancrena dei rapporti tra israeliani e palestinesi. L'occasione andò persa e non si è più ripresentata. Anzi: di strappo in strappo siamo arrivati alla strage, agli oltre cento palestinesi uccisi in queste settimane dai soldati di Tsahal, mentre i ministri della tanto celebrata "unica democrazia del Medio Oriente" lietamente proclamano che «chiunque si avvicini al confine con Israele sarà ucciso». Si badi bene: non arrivi o superi, si avvicini. Ovvero, i dimostranti di Gaza saranno uccisi anche mentre si trovano sul loro territorio. E qui c'è la seconda follia, non imparare mai le lezioni del passato. Gli atti d'imperio in Medio Oriente diventano con grande facilità tragedie. In Iraq, in Libia, in Siria, in Afghanistan, in Turchia. Perché la Palestina e Israele dovrebbero fare eccezione? Donald Trump, o chiunque governi gli Usa in questa fase, ha deciso di spostare l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Per compiacere la destra cristiana che tanto conta nel suo elettorato, ma soprattutto per invertire il possibile collasso dell'influenza Usa in Medio Oriente. I tragici pasticci in Afghanistan e Iraq, lo schiaffone preso in Siria (dove Washington aveva benedetto il tentativo dei Paesi del Golfo di liquidare Assad e il suo dominio attraverso l'Isis e Al Nusra e dove invece ora si trova non solo Assad, ma anche la Russia), il fallimento del piano per soffocare l'Iran degli ayatollah, che invece di giorno in giorno allarga la propria presenza, i difficili rapporti con l'ex vassallo turco Erdogan, richiedevano una reazione. Eccola. All'Arabia Saudita, amica di molti terrorismi, forniture di armi e copertura politica. A Israele in regalo la più clamorosa violazione del diritto internazionale che la storia ricordi. Secondo le Nazioni Unite (Risoluzioni del 1971,1980,1993,1997) e la Corte internazionale di Giustizia (2004), Gerusalemme Est è "territorio occupato" dove Israele è la "potenza occupante". Gerusalemme deve restare una città condivisa con un'amministrazione internazionale diretta dall'Onu. Con la sua mossa, Trump sdogana l'annessione israeliana di Gerusalemme Est e, per logica conseguenza, quella di tutti i Territori palestinesi occupati da Israele dal 1967 (Guerra dei Sei giorni) a oggi. Come le decine di morti dei giorni scorsi dimostrano, dopo aver cancellato ogni ipotesi di trattativa e ogni prospettiva di arrivare un giorno a uno Stato palestinese, Washington e Gerusalemme sembrano aver deciso che è arrivato il momento giusto per schiacciare i palestinesi, relegandoli in una serie di riserve indiane scollegate tra loro e in tutto dipendenti dalla buona volontà delle forze armate israeliane. Ha senso? Ovviamente no. Quattro milioni di palestinesi della Cisgiordania e di Gaza non possono sparire e nemmeno essere eliminati. Israele non vuole i due Stati e nemmeno vuole integrarli nell'unico Stato ebraico. Nel frattempo, regala al cinismo di Hamas, sempre pronto a mandare a morire i suoi giovani, l'esasperazione popolare e, tramite questo, prepara lo scontro assai più vasto con l'Iran, che di Hamas è tornato a farsi sponsor e protettore. Conviene a Israele? Agli Usa? Al Medio Oriente? Conviene ai 128 Paesi che all'Assemblea Generale Onu, condannarono la mossa di Trump e oggi preferiscono tacere? C'era anche l'Italia, nel gruppo. Ma a noi, forse, basta il Giro d'Italia.

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