Amos Harel : Israele contro Iran: Venti di guerra a Gerusalemme – con il sostegno di Washington
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- Il sentore di antisemitismo nel discorso di Abbas non cambia il suo appoggio alla soluzione dei due Stati
- Israele contro Iran: Venti di guerra a Gerusalemme – con il sostegno di Washington
- L’obbedienza è la massima forma di patriottismo
- Rapporto OCHA del periodo 10 – 23 aprile 2018 (due settimane)
- Comunicato di Amnesty International per l’embargo delle armi dirette a Israele
1 maggio 2018, Haaretz
Israele
è determinato a estromettere l’Iran dalla Siria, ma se sbaglia i
calcoli, Hezbollah e Hamas potrebbero accettare la sfida. Netanyahu è
pronto a correre dei rischi – a un passo dal gioco d’azzardo.
Dopo
l’attacco alla Siria attribuito a Israele nella notte di domenica,
perlomeno il quinto da settembre, sembra che non ci sia spazio al
dubbio. Israele è determinato a sradicare la presenza militare iraniana
dalla Siria.
Dopo
il precedente attacco alla base aerea T4 vicino a Homs il 9 aprile, in
cui morirono 14 persone inclusi sette membri del Corpo delle guardie
rivoluzionarie iraniane, l’Iran minacciò gravi ritorsioni. Lo stato
maggiore di difesa israeliano si preparò di conseguenza, ma finora non
era successo nulla. Invece, ora è stato inflitto un altro attacco agli
interessi iraniani in Siria.
In
base ai rapporti siriani, il raid [israeliano] sugli obiettivi militari
tra Hama e Aleppo nel nord della Siria ha causato forti esplosioni –
una fonte ha riferito che sembrava ci fosse un piccolo terremoto. Alcuni
furono uccisi, apparentemente soldati siriani e miliziani sciiti
pro-iraniani.
La
scorsa settimana la rete televisiva CNN ha riferito che lo spionaggio
americano e israeliano sta controllando i movimenti in Siria delle armi
iraniane che potrebbero essere utilizzate per “chiudere i conti” con
Israele. L’attacco di domenica notte – questa volta, con tanta forza –
potrebbe rivelare che è stato colpito un grosso deposito di armi. E ciò
potrebbe confermare il tentativo di sventare una potenziale reazione
iraniana.
Con
l’Iran a nord di Israele lo scontro è diretto: Israele ha tracciato un
limite ed è pronto a farlo rispettare con la forza. Poiché gli iraniani
si oppongono sia alla proibizione di Israele alla sua presenza che ai
mezzi che Israele sta usando, in assenza di un mediatore tra le parti,
questo conflitto potrebbe ancora intensificarsi. La settimana è appena
all’inizio.
Paura di provocare Trump
Nell’ultimo
anno, due tendenze sono diventate evidenti in Medio Oriente: il
presidente siriano Bashar Assad ha vinto la sanguinosa guerra civile in
Siria e gli Stati Uniti stanno ridimensionando la propria presenza nella
regione. Anche il loro recente attacco punitivo contro il regime di
Assad è stato percepito come un gesto simbolico di addio. Nel frattempo,
stanno prendendo forma altre due tendenze: lo sforzo di Israele di
espellere l’Iran dalla Siria e Washington che si prepara a una
risoluzione per abbandonare l’accordo nucleare tra l’Iran e le potenze
[occidentali], che dovrebbe avvenire intorno al 12 maggio.
Il
governo del primo ministro Benjamin Netanyahu sembra stabilire una
relazione fra le ultime due tendenze. L’idea è che l’Iran si stia
trattenendo dal reagire contro Israele per le ultime presunte mosse in
Siria perché ha paura di commettere un errore che provocherebbe la
rabbia degli Stati Uniti. Secondo questo punto di vista, il presidente
degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe rispondere all’escalation tra
Iran e Israele abbandonando l’accordo nucleare ancora prima, e in
seguito potrebbe persino attaccare i siti nucleari iraniani (il che
sarebbe incalcolabilmente più grave di un ipotetico attacco israeliano).
Le autorità di Teheran sono anche preoccupate per le varie minacce
interne, dalla crisi finanziaria alle accese manifestazioni di protesta.
Apparentemente la conclusione logica è che Israele possa continuare a
colpire gli iraniani in Siria a suo piacimento.
In
effetti, gli Stati Uniti agiscono in modo molto diverso rispetto ai
giorni di Obama. Il Segretario di Stato Mike Pompeo è venuto in Israele
dopo aver assunto l’incarico ed è partito per la Giordania poco prima
che arrivassero le prime notizie degli attacchi israeliani in Siria.
Contemporaneamente, Trump e Netanyahu si sono parlati per telefono,
discutendo, come riferito, anche dell’Iran. Si tratta chiaramente di un
riconoscimento da parte di Washington dei venti di guerra che soffiano a
Gerusalemme. Si potrebbe pensare che se Pompeo avesse potuto rimanere
in Israele qualche ora in più, gli avrebbero suggerito di saltare in una
cabina di pilotaggio e sparare lui stesso alcuni missili.
Nel
frattempo, Netanyahu, come abbiamo scritto alcune settimane fa, è di un
umore particolarmente trumpiano, molto diverso dal suo comportamento
normale. L’attenzione agli incidenti riguardo alla sicurezza ha superato
anche la preoccupazione per le lotte politiche all’interno della
coalizione. È pronto ad affrontare rischi inediti, al limite del gioco
d’azzardo. Stranamente, lo stato maggiore della difesa è con lui.
Contrariamente all’acceso contrasto dell’inizio del decennio [2010] sul
bombardamento dei siti nucleari in Iran, questa volta i capi della
difesa israeliana portano avanti una linea dura e aggressiva riguardo
alla presenza dell’Iran in Siria.
La seccante ma necessaria domanda di questa mattina è cosa succede se Israele sbaglia una mossa.
È
vero, l’Iran adesso non vuole importunare gli Stati Uniti. È piuttosto
occupato a proteggere il suo programma nucleare da ulteriori pressioni
ed è interessato a esibire la sua capacità di colpire in Siria. Un
combattimento in Siria non andrebbe bene nemmeno ai russi che sono
intenzionati a ristabilire il regime di Assad.
Ma
i calcoli di Israele potrebbero saltare se le fiamme in Siria
divampassero fuori controllo, e se l’Iran decidesse, smentendo le
ipotesi, di trascinare Hezbollah nel conflitto, per esempio dopo le
elezioni libanesi del 6 maggio. Hezbollah ha acquisito in Siria
un’esperienza largamente operativa. Ha un arsenale di oltre 100.000 fra
missili e razzi. Hezbollah non è certamente più forte delle Forze di
Difesa Israeliane, ma in caso di guerra, potrebbe provocare danni reali
sul fronte interno israeliano, e i combattimenti a terra in Libano
potrebbero costare cari all’esercito israeliano.
Un
conflitto del genere potrebbe coinvolgere Hamas a Gaza, come il
ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha ripetutamente segnalato
(sembra esserci una discrepanza tra i toni sicuri espressi da
Gerusalemme, tra cui quelli di Lieberman, in pubblico, e le loro reali
paure). Finora Israele è riuscito a stabilire e mantenere un
coordinamento con l’aviazione russa per prevenire qualsiasi attrito nei
cieli siriani. Ma, a un certo punto, non potrebbe Mosca decidere che è
stufa di ricevere diktat da Gerusalemme?
Israele ha uno scopo
comprensibile in Siria. La presenza dell’Iran sta diventando
potenzialmente pericolosa e potrebbe in futuro bloccare l’esercito
israeliano. Eppure, stamattina, bisogna farsi alcune domande.
L’obiettivo di espellere tutte le forze iraniane dalla Siria è davvero
raggiungibile, come sembrano pensare il primo ministro, il ministro
della Difesa e il capo dello stato maggiore? Stanno considerando che le
cose possano andare storte, sfociando in un conflitto più vasto dal
costo molto più alto? Finora non c’è stata alcuna vera discussione in
merito, né è emerso alcun dibattito sulla politica che sta prendendo
forma al nord – non nel governo né tra i vertici della sicurezza.
( Traduzione di Luciana Galliano)

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