Amira Hass : A Gaza non è una “Marcia di Hamas”. Sono decine di migliaia di persone disposte a morire
15 maggio 2018, Haaretz
La
definizione delle manifestazioni da parte dell’esercito israeliano ne
riduce la gravità, ma involontariamente assegna anche ad Hamas la parte
di un’organizzazione politica responsabile e articolata
Di
recente in una serie di occasioni rappresentanti di Fatah hanno detto,
riguardo alla “Marcia per il Ritorno” di Gaza: “Siamo lieti che i nostri
confratelli di Hamas abbiano compreso che il modo corretto sia una
lotta popolare disarmata.” La scorsa settimana il presidente palestinese
Mahmoud Abbas ha affermato qualcosa del genere durante il suo discorso
al Consiglio Nazionale Palestinese.
Ciò
ha indicato sia cinismo che invidia. Cinismo perché la posizione
ufficiale di Fatah è che la lotta armata guidata da Hamas ha danneggiato
la causa palestinese in generale e la Striscia di Gaza in particolare. E
invidia perché ciò implica che, come ha ribadito la dichiarazione
dell’esercito israeliano, un appello di Hamas è sufficiente a portare
decine di migliaia di manifestanti disarmati ad affrontare i cecchini
israeliani sul confine.
Invece
appelli di Fatah e dell’OLP in Cisgiordania, compresa Gerusalemme, non
portano più di poche migliaia di persone nelle strade e scaramucce con
la polizia e l’esercito. È successo di nuovo lunedì, quando l’ambasciata
degli USA è stata spostata a Gerusalemme. Il numero di manifestanti
palestinesi a Gaza è stato molto maggiore di quello in Cisgiordania.
La
decisione delle manifestazioni della “Marcia per il Ritorno” è stata
presa insieme da tutti i gruppi politici di Gaza, compreso Fatah. Ma il
gruppo più organizzato – quello che ha fornito la logistica necessaria,
equipaggiato i “campi del ritorno” (punti di incontro e di attività che
sono stati sistemati a poche centinaia di metri dal confine con Gaza),
controllato le informazioni, mantenuto i contatti con i manifestanti e
dichiarato uno sciopero generale per protestare contro lo spostamento
dell’ambasciata – è Hamas. Persino un membro di Fatah lo ha tristemente
ammesso ad Haaretz.
Ciò
non vuol dire che tutti i manifestanti siano dei sostenitori di Hamas o
simpatizzanti del movimento che hanno obbedito ai suoi ordini. Per
niente. I dimostranti vengono da ogni settore della popolazione, gente
che ha un’affiliazione politica e quelli che non ce l’hanno.
“Chiunque
ha paura rimane a casa, perché l’esercito [israeliano] spara a tutti. I
pazzi sono quelli che si avvicinano al confine, e sono di tutte le
organizzazioni o di nessuna di loro,” ha detto un partecipante alla
manifestazione.
Le
affermazioni dell’esercito ai giornalisti secondo cui è una “marcia di
Hamas” stanno riducendo il peso di questi avvenimenti e l’importanza di
decine di migliaia di gazawi che sono disposti ad essere feriti,
rafforzando al contempo ironicamente lo status di Hamas come
organizzazione politica responsabile che sa come cambiare la tattica
della sua lotta, che inoltre sa giocare il proprio ruolo.
Lunedì,
con l’uccisione alle 19 di non meno di 53 abitanti di Gaza, non c’era
posto per il cinismo o l’invidia. Abbas ha dichiarato un periodo di
lutto ed ha ordinato le bandiere a mezz’asta per tre giorni, insieme ad
uno sciopero generale martedì. È lo stesso Abbas che stava pianificando
una serie di sanzioni economiche contro la Striscia nell’ennesimo
tentativo di reprimere Hamas.
Che
ne siano consapevoli o meno, volontariamente o meno, gli abitanti della
Striscia di Gaza, con i loro morti e feriti, stanno influendo sulla
politica interna palestinese. Nessuno oserebbe ora imporre queste
sanzioni. Il tempo dirà se qualcuno arriverà alla conclusione che, se
Israele sta uccidendo così tante persone durante manifestazioni
disarmate, essi possano tornare ad attacchi armati da parte di singoli –
come vendetta o come una strategia che porterà a minori vittime
palestinesi.
Secondo
gli operatori sul campo del centro per i diritti umani “Al Mezan” nelle
prime ore di lunedì mattina bulldozer dell’esercito sono entrati nella
Striscia di Gaza ed hanno spianato i banchi di sabbia costruiti dai
palestinesi per proteggersi dai cecchini.
Circa
alle 6,30 del mattino l’esercito ha sparato anche contro le tende dei
“campi del ritorno”, e molte di queste sono andate in fiamme. Secondo
“Al Mezan”, alcune delle tende bruciato erano utilizzate per il pronto
soccorso.
Il
sito web “Samaa” ha informato che cani della polizia sono stati mandati
nei “campi del ritorno” e che l’esercito ha spruzzato acqua puzzolente
nelle zone di confine. Le frenetiche convocazioni di importanti
personaggi di Hamas nella Striscia di Gaza perché si incontrassero con
l’intelligence egiziana al Cairo sono stati comprese anche prima che si
sapesse che gli egiziani hanno trasmesso minacciosi messaggi israeliani a
Ismail Haniyeh e Khalil al-Hayya, vice del leader di Hamas nella
Striscia di Gaza, Yahya Sinwar.
Tutti
nella Striscia di Gaza sanno che gli ospedali sono oltre il limite
della capienza e che le equipe mediche sono impossibilitate a curare
tutti i feriti. “Al Mezan” ha fatto sapere di una delegazione di medici
che avrebbe dovuto arrivare dalla Cisgiordania ma a cui è stato impedito
di entrare da parte di Israele.
Tutti
sanno che le persone ferite che sono state operate sono state dimesse
troppo presto e che c’è carenza di medicine indispensabili per i feriti,
compresi gli antibiotici. Anche quando ci sono medicine, molti dei
feriti non possono pagare neppure il minimo richiesto per ottenerle, e
quindi tornano pochi giorni dopo dal dottore con un’infezione. Tutto ciò
si basa su informazioni di fonti mediche internazionali.
Tutti
i segnali, gli avvertimenti, le molte vittime nelle ultime settimane e
le informazioni inquietanti dagli ospedali non hanno tenuto lontano le
decine di migliaia di manifestanti di lunedì. Il diritto al ritorno e
l’opposizione allo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme sono
obiettivi e ragioni validi, accettabili da tutti.
Ma
non fino al punto che masse di abitanti della Cisgiordania e
Gerusalemme est si unissero ai loro fratelli della Striscia di Gaza. Là
l’obiettivo più auspicabile per cui manifestare è l’ovvia richiesta e
quella più facile da mettere subito in atto – restituire ai gazawi la
loro libertà di movimento e il loro diritto di mettersi in contatto con
il mondo esterno, soprattutto con i membri del loro stesso popolo al di
là del filo spinato che li circonda. Questa è la richiesta della gente
qualunque e non una questione privata di Hamas, dato che i suoi
dirigenti e militanti sanno molto bene che una volta entrati nel valico
di Erez tra Israele e la Striscia verrebbero arrestati.
(traduzione di Amedeo Rossi)
- GAZA: dolore, orrore, indignazione, memoria
- A Gaza non è una “Marcia di Hamas”. Sono decine di migliaia di persone disposte a morire
- Israele ripropone i miti sulla Nakba per giustificare gli odierni massacri a Gaza
- ‘Bruciateli, sparategli, uccideteli’: gli israeliani esultano a Gerusalemme mentre i palestinesi vengono uccisi a Gaza
- Rapporto OCHA del periodo 24 aprile – 7 maggio (due settimane)

Commenti
Posta un commento