AMIRA HASS : articoli del 2009 sulla famiglia Samouni


Noi invidiamo i morti, di Hamira Hass [21 - 10 - 2009]







A fine giugno, Richard Goldstone ha visitato il quartiere di Zaytoun nella città di Gaza, per fare un giro nel complesso dove viveva la famiglia allargata Samouni, oggetto di servizi su queste pagine nelle settimane passate (“L’ho nutrito come un uccellino”, del 17 settembre; “Morte nel complesso Samouni”, del 25 settembre). 29 membri della famiglia, tutti civili, furono uccisi nell’assalto invernale delle Forze Armate Israeliane (IDF) – 21 dei quali a seguito del bombardamento di una casa in cui nel giorno precedente i soldati avevano radunato circa 100 membri della famigliaSalah Samouni e il padrone della casa bombardata – Wael Samouni – hanno portato Goldstone in giro per le fattorie della zona, mostrandogli le case devastate e i frutteti sradicati. Nel corso di una conversazione telefonica questa settimana, Salah ha raccontato di aver mostrato a Goldstone una foto di suo padre, Talal, una delle 21 vittime della casa. Ha riferito al giudice – un ebreo sudafricano a capo del team di indagine delle Nazioni Unite sull’Operazione Piombo Fuso – che suo padre “era stato impiegato da ebrei” per quasi 40 anni e che ogni volta che stava male, “il datore di lavoro chiamava, si informava sulla sua salute, e gli vietava di tornare a lavoro finché non si fosse rimesso”.I Samouni erano sempre stati sicuri che, in caso di un’invasione militare a Gaza, sarebbero riusciti a convivere con l’esercito israeliano. Fino al 2005, prima del disimpegno di Israele dalla Striscia, l’insediamento ebreo di Netzarim si trovava proprio lì a fianco, e diversi famigliari vi lavoravano di tanto in tanto. Quando le pattuglie congiunte israelo-palestinesi erano in attività, i soldati israeliani e gli ufficiali di sicurezza palestinesi ogni tanto domandavano ai Samouni di “prestargli” un trattore per spianare un pezzo di terra o rimettere a posto la Salah al-Din Road (ad esempio quando doveva passarci un convoglio diplomatico). Mentre i Samouni lavoravano sui loro trattori, e raccoglievano sabbia, i soldati li sorvegliavano.“Quando i soldati volevano che ce ne andassimo, sparavano sopra le nostre teste. Questo è quanto mi ha insegnato l’esperienza”, ricorda Salah Samouni, che ha perso una figlia di 2 anni nell’attacco delle IDF, insieme ad alcuni zii ed entrambi i genitori. Gli uomini più anziani della famiglia, tra cui suo padre e due zii che furono uccisi il 4 e 5 gennaio da soldati delle IDF, lavoravano in Israele fino agli anni 90 in varie località, incluse Bat Yam, Moshav Asseret (nei pressi di Gedera) e la “Glicksman Plant”. Loro tutti credevano che l’ebraico appreso li avrebbe aiutati ed eventualmente salvati negli incontri con i soldati.Come è stato riferito su queste pagine il mese scorso, 4 gennaio, su ordine dell’esercito, Salah Samouni e il resto della sua famiglia lasciarono la loro casa, ormai trasformata in una postazione militare, e si trasferirono nella casa di Wael, posizionata sul lato sud della strada. Il fatto che a trasferirli erano stati i soldati, dopo aver visto i volti di bambini e donne anziane, e che questi circondavano la casa soltanto a poche decine di metri di distanza, aveva dato alla famiglia un po’ di fiducia - nonostante il fuoco delle IDF che proveniva da cielo, mare e terra, e nonostante la fame e la seteLa mattina di lunedì 5 gennaio, Salah Samouni uscì di casa e urlò in direzione di un’altra palazzina, dove credeva si trovassero ancora altri famigliari. Voleva che si unissero a lui, per stare in un posto più sicuro, vicino ai soldati. Nulla gli preannunciò le tre granate e i razzi che le IDF spararono subito dopo“Mia figlia Azza, la mia unica figlia, di 2 anni e mezzo, è stata ferita dal primo colpo che ha raggiunto la casa”, ha raccontato Salah ad Haaretz. “È riuscita a dirmi ‘Papà, fa male’. Poi, nel secondo attacco, è morta. E io pregavo. Tutto era ridotto in polvere e non riuscivo a vedere nulla. Pensavo di essere morto. Mi sono ritrovato in piedi, completamente insanguinato, e ho trovato mia madre seduta nell’ingresso con la testa piegata in giù. Ho mosso un po’ il suo viso, e mi sono reso conto che per metà non c’era più. Ho guardato mio padre, che aveva perso un occhio. Respirava ancora un po’, poi ha smesso”.Quando uscirono di lì – feriti, confusi, frastornati, temendo che stessero per arrivare la quarta granata o un razzo – decisi a raggiungere Gaza nonostante i soldati lì vicino gli gridassero di tornare indietro, credevano che nella casa ci fossero soltanto cadaveri. Non sapevano che in una grossa stanza sotto la polvere e le macerie, nove famigliari erano ancora vivi: l’anziana matriarca e cinque dei suoi nipoti e pronipoti – il più giovane dei quali aveva 3 anni, il più grande 16 – insieme ad un altro parente e suo figlio. Erano svenuti, alcuni sepolti sotto i cadaveri.Quando ripresero conoscenza, il 16enne Ahmad Ibrahim e il suo fratellino Yakub di 10 anni videro i corpi della loro madre, di quattro dei loro fratelli e del nipote. Mahmoud Tallal, 16 anni, aveva perso le dita; ancora sanguinante, scoprì che i suoi genitori – Tallal e Rahma – erano morti. Omar, il figlio di Salah di soli 3 anni, era sepolto privo di conoscenza sotto il corpo della 24enne Saffa, giustificando il perché non l’avessero trovato nei terribili momenti di panico in cui lasciavano la casa. Ahmad Nafez, 15 anni, ricordava come, quando il piccolo Omar si risvegliò tirandosi fuori da sotto il cadavere, individuò suo nonno Tallal e iniziò a scuoterlo, piangendo: “Nonno, Nonno, svegliati”.Il giorno precedente Amal, una bambina di 9 anni, aveva assistito all’irruzione dei soldati nella sua casa e all’uccisione di suo padre, Atiyeh. Aveva quindi trovato rifugio a casa di suo zio Tallal, e assieme ad altri famigliari era poi stata trasferita a casa di Wael. Non sapeva che suo fratello Ahmad stava morendo dissanguato tra le braccia di sua madre, in un’altra casa del quartiere.I bambini avevano trovato degli avanzi di cibo in cucina e li avevano mangiati. Più tardi, Ahmad Nafez raccontava ai suoi parenti come Ahmad Ibrahim passava di cadavere in cadavere – sua madre, i suoi quattro fratelli e suo nipote, tra gli altri – scuotendoli, colpendoli, dicendo loro di alzarsi. Forse per i colpi, Amal riprese conoscenza, con la testa sanguinante e gli occhi che roteavano nelle orbite. Continuava a gridare “acqua, acqua”, ripeteva di volere sua madre e suo padre, e batteva la testa sul pavimento, mentre gli occhi che ruotavano senza sosta.È troppo pericoloso rimuovere le schegge di granata conficcate nel suo cranio – lo dicono perfino i dottori di un ospedale di Tel Aviv. Adesso tutto le fa male e continuerà a farlo: quando fa freddo, quando fa caldo, quando è al sole. Non sarà mai in grado di concentrarsi nello studio.Nessuno è in grado di ricostruire il passare delle ore nella casa bombardata di Wael; alcuni sono rimasti in uno stato di esaurimento e apatia. La prima a riprendersi è stata Shiffa, la nonna 71enne. La mattina di martedì 6 gennaio, capì che nessuno li avrebbe salvati di lì a poco. Non i soldati che si trovavano a pochi metri di distanza, non la Croce Rossa né la Mezzaluna Rossa, e nemmeno gli altri parenti. Alla fine pensò che forse neanche sapessero che c’erano dei sopravvissuti.Il suo girello era tutto piegato e sepolto da qualche parte in casa, ma lei riuscì a fuggire con due dei suoi nipoti – Mahmoud (le cui gambe sanguinavano) e il piccolo Omar. Si trascinarono fuori e presero a camminare – lungo la strada silenziosa, tra le case abbandonate, capendo che alcune erano occupate da soldati.“Gli ebrei ci videro dall’alto e urlarono di tornare dentro casa”, ha ricostruito Shiffa. Questo accadde mentre stavano camminando lungo la strada e passarono accanto alla casa di sua sorella. Entrarono, ma non vi trovarono anima viva. I soldati – sparando in aria – entrarono dopo di loro. “Li implorammo di lasciarci andare a casa. ‘Dov’è casa vostra?’” chiesero. Lei disse “laggiù” e indicò ad est, verso la casa di uno dei suoi figli, Arafat, situata vicino alla Salah al-Din Road. I soldati li lasciarono proseguire. “Vedemmo gente uscire dalla casa di Arafat e da quella di Hijjeh. Tutti erano un po’ feriti e i soldati sparavano in aria”.A casa di Hijjeh trovò tutti in lacrime, ognuno con la sua storia di morti e feriti. “Gli raccontai cosa ci era successo, come tutti erano caduti addosso agli altri, a mucchi, i morti e i feriti”. Rimase lì col resto dei feriti per un’altra notte. Omar ricorda questa casa con affetto: lì gli fu dato del cioccolato.Soltanto mercoledì 7 gennaio le IDF permisero agli staff di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa di entrare nel quartiere. Questi raccontano che avevano chiesto di poterlo fare sin dal 4 gennaio, ma le IDF non lo consentirono – o sparando in direzione delle ambulanze che provavano ad avvicinarsi oppure rifiutandosi di approvare la collaborazione. Le squadre di medici, che avevano il permesso di entrare a piedi e dovevano lasciare le ambulanze a un chilometro o un chilometro e mezzo di distanza, pensavano di andare a soccorrere i feriti in casa di Hijjeh. Ma poi la nonna gli disse dei bambini feriti che erano rimasti indietro, in mezzo ai morti, nella casa di Wael. La squadra medica cominciò a soccorrerli, totalmente impreparata allo spettacolo che si trovò di fronte.Il 18 gennaio, dopo che le IDF ebbero lasciato la Striscia di Gaza, le squadre di soccorso tornarono nella zona. La casa di Wael fu trovata in rovine: i bulldozer delle forze armate l’avevano completamente demolita, con all’interno i corpi.
In una risposta generale alle domande di Haaretz in merito al comportamento dei militari nel quartiere della famiglia Samouni, il portavoce delle IDF ha detto che tutte le richieste sono state esaminate. “Al termine dell’indagine, i risultati saranno portati davanti al procuratore generale militare, che deciderà se prendere nuovi provvedimenti”, ha dichiarato il portavoce.Salah Samouni, nel corso della conversazione telefonica ci ha detto: “Ho chiesto a [Richard] Goldstone di scoprire soltanto una cosa: perché l’esercito ci ha fatto questo? Perché ci hanno fatto uscire di casa uno alla volta, e se l’ufficiale che parlava con mio padre in ebraico ha verificato che eravamo tutti civili – [dunque] perché poi ci hanno bombardato e ucciso? È questo che vogliamo sapere”. Pensa che Goldstone, nel suo rapporto, abbia dato una voce alle vittime. Non ha esternato la sua frustrazione nell’apprendere che il dibattito sul rapporto era stato posticipato, ma ha provato a descrivere cosa prova a nove mesi dall’evento. “Ci sentiamo [siamo] in esilio, nonostante siamo nella nostra patria, sulla nostra terra. Ci sediamo e invidiamo i morti. Sono loro quelli che stanno in pace”.
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        Amira Hass Morte nel complesso Samouni” + video



La famiglia Samouni di Gaza è divenuta, per sua grande sfortuna, una delle famiglie più note al mondo, una che viene ad essere identificata più di qualsiasi altra con l’offensiva del gennaio 2009 a Gaza. Ben 29 componenti della famiglia sono stati uccisi il 4 e il 5 gennaio, nei primi due giorni dell’attacco terrestre. Due di loro, a proposito dei quali aveva già scritto due settimane fa la stessa cronista – Atiyeh e suo figlio Ahmed di 4 anni – erano stati uccisi a casa loro; 21 rimasero uccisi in una stessa casa e nello stesso momento, mentre altri 6 furono uccisi singolarmente in circostanze diverse.Dai racconti fatti dai testimoni oculari agli osservatori per i diritti umani ed ai giornalisti, alcuni in tempo reale e altri subito dopo che le forze armate avevano lasciato Gaza, è sorto il sospetto che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) abbiano ucciso quella gente, dentro o nei pressi delle loro case, persino dopo che era divenuto del tutto palese che erano dei civili; di aver impedito per diversi giorni il soccorso dei feriti e l’arrivo delle ambulanze; di aver usato i civili come scudi umani in un edificio confiscato per scopi militari; di aver sparato ad una colonna di persone che stavano fuggendo (e proibito l’evacuazione di una persona ferita ed ammanettata, che ha perso sangue fino a morire). Secondo il portavoce dell’ufficio dell’IDF, dei reparti operativi all’interno dell’IDF stanno esaminando da “diversi mesi” le accuse riguardanti l’omicidio dei 29 componenti della famiglia Samouni. “Si sarebbe dovuto metter in rilievo che l’accaduto è suddiviso in una lunga serie di affermazioni specifiche che sono rapportate a tempi e luoghi diversi,” ha dichiarato il portavoce. “Quando l’indagine sarà completata, le conclusioni verranno consegnate al Procuratore Generale Militare che deciderà sulla necessità di adottare misure supplementari. Una fonte anonima dell’esercito ha raccontato a Haaretz che “mentre le relazioni iniziali erano prive di particolari sostanziali, essenziali per un serio chiarimento delle accuse ….le successive istanze che sono pervenute sono state molto più dettagliate.” Il complesso Samouni si estende su un’area a prevalente uso agricolo di 69 dunam (17 acri) nel quartiere di Zeitoun a sud-est di Gaza City. In esso, circa 34 edifici e baracche ( la maggior parte dei quali appartengono alla famiglia Samouni allargata, e alcuni ad altre famiglie) erano sparpagliati tra serre, frutteti, stie per le galline e alcune botteghe. Al momento della loro partenza, le Forze di Difesa Israeliane hanno distrutto nel quartiere 24 edifici, hanno sradicato frutteti, distrutto pollai e serre. L’IDF si era schierato a piedi nel complesso nelle prime ore del mattino di domenica, 4 gennaio, dopo aver sparato agli edifici del quartiere per diverse ore e da tutte le direzioni. Gli abitanti che vivono in Salah a-Din Street hanno attestato di aver notato dei soldati che di notte si erano calati da un elicottero sul tetto di un palazzo del quartiere. I mezzi corazzati non erano penetrati nel complesso Samouni. Ciò che segue fa parte di una ricostruzione dei fatti che Haaretz ha trasmesso all’ufficio del portavoce dell’IDF per avere una sua risposta. Essa si basa sui resoconti di testimoni oculari che Haaretz ha raccolto dai sopravissuti e sulle risultanze del Centro Palestinese per i Diritti Umani e di B’Tselem. 1. Il 4 gennaio 2009, alle 5:30 del mattino, il 33enne Nidal Samouni cerca di portare aiuto e di salvare due persone ferite che si trovavano nel campo vicino a casa sua sul bordo orientale del quartiere. Gli viene sparato e resta ucciso. (In apparenza, i due erano combattenti palestinesi.)
A seguito della sparatoria, scoppia un incendio al piano superiore del palazzo più alto del quartiere – la casa di Talal Samouni, di 51 anni, dei suoi figli e nipoti. L’incendio viene spento. I parenti che vivono negli edifici di amianto nelle vicinanze scappano a casa di Talal.
3. Alle 6 di mattina dei soldati irrompono nella casa del fratello di Talal, Atiyeh, di 46 anni. (Questo stesso corrispondente ha già scritto due settimane fa su come egli sia stato ucciso insieme al suo bambino.)
4. Il 4 gennaio, alle 6:30 del mattino, un reparto dell’IDF prende il controllo della casa della famiglia di Asa’ad Samouni ( a poche centinaia di metri ad est della casa di Atiyeh) e la trasforma in una postazione dell’esercito (una delle sei presenti nel quartiere). Poche dozzine di civili restano nella casa
5. La famiglia dell’ucciso Atiyeh Samouni fugge verso una casa vicina.
6. Il 4 gennaio, alle 8 del mattino, Salah Samouni lascia la casa di suo padre Talal e porta suo figlio lattante a casa di Wael Samouni, che sembra più sicura perché non sta venendo presa di mira dagli spari. Mentre se ne va, intravede tre soldati a circa 40 metro dalla casa di Wael. Essi indossano cappelli dalle ampie tese, con sopra delle reti. Dapprima pensa che siano combattenti palestinesi dato che non s’aspettava di vedere dei soldati israeliani che camminavano nel quartiere. Deduce quindi che sono salvi dato che non ci sono palestinesi armati nelle vicinanze.
7. I soldati lo perquisiscono (gli fanno togliere la camicia e abbassare i pantaloni). Lui si rivolge ad un ufficiale e gli dice che gli spari spaventano il bambino. Quando uno dei soldati comincia a comportarsi sgarbatamente, l’ufficiale lo zittisce. L’ufficiale assicura Salah che non ci saranno più sparatorie. Per un’ora e mezzo non ci sono spari sulla la casa. Tutti sono contenti per la possibilità che hanno di parlare con i soldati e del fatto che questi stiano ad ascoltare i civili.
8. Alle 10 del mattino, circa, i soldati conducono la famiglia del confinante Rashad Samouni alla casa di Talal.
Walid, di 17 anni, figlio di Rashad, scende a pianterreno, dove viene conservato il cibo per gli animali. Non appena vede i soldati, viene preso dal panico e comincia a fuggire. Viene colpito ed ucciso.
10. Alle 11 del mattino fino a mezzogiorno, i soldati impongono l’evacuazione dalla casa di Talal Samouni di tutta la gente che vi era radunata. Il palazzo diviene un avamposto e una postazione di tiro. La famiglia viene trasferita alla casa di Wael Samouni, a poche dozzine di metri ad est – un edificio di cemento ad un piano ancora in costruzione, con una grande stanza. A detta di tutti, c’erano 97 persone.
11. Il 4 gennaio, alle 5:30 del pomeriggio, nella casa di Wael alcune donne vogliono cuocere del pane; c’è farina, ma non abbastanza cibo per tutti e i bambini stanno strillando per la fame. Diversi uomini escono di casa, percorrendo due metri per raccogliere della legna e fare un falò fuori di casa. Dei soldati, dislocati negli alti palazzi circostanti, guardano con sospetto mentre una ragazza di 14 anni, Rizqa Samouni, cuoce la pita.
12. Il 5 gennaio, attorno alle 6 del mattino, i bambini si svegliano e strillano per la fame e per la sete. Tutti i contenitori dell’acqua sono stati perforati dalle pallottole, non è rimasto nulla. Una donna con un bambino si recano ad un pozzo vicino dove riempiono due taniche d’acqua, mentre i soldati stanno a guardare.
13. Il 5 di gennaio, alle 6:30 del mattino, le donne e quattro o cinque degli uomini escono di nuovo dall’edificio per preparare un fuoco e cuocere della pita. Queste persone gridano in direzione della casa di Talal – 100 metri più in là – dove erano alloggiati alcuni membri della famiglia. Salah Samouni voleva che essi si unissero al loro gruppo, in quanto pensa che la casa di Wael sia sicura dato che là c’erano i soldati che li avevano trasferiti.
14. Contemporaneamente, circa quattro o cinque uomini cominciano a raccogliere della legna. Vogliono rompere un tavolo di legno compensato per bruciarlo. Tutto avviene sotto gli occhi dei soldati. Tutto ad un tratto, viene esploso contro di loro qualcosa – Salah Samouni fa l’ipotesi che fosse un colpo di mortaio o un missile lanciato da un elicottero o da un drone – che uccide Mohammad Ibrahim e ferisce Salah (alla testa), come pure Wael e Iyad.
15. Gli uomini feriti rientrano immediatamente nell’edificio; le donne cominciano a fasciare le loro feriti. Poco più tardi un altro colpo di mortaio o un missile piomba nella stanza – con le sue 96 persone presenti – ed esplode. 20 rimangono uccisi all’istante, mentre altri 30 circa sono feriti.
16. In mezzo alla confusione, al fumo e alla polvere, coloro che ne sono in grado abbandonano l’edificio, dopo aver cercato di stabilire chi era ancora vivo.
7. Una processione di diverse dozzine di persone lascia la casa di Wael, dirigendosi ad est verso la Salah a-Din Road. Scorgono un soldato in una postazione dell’IDF localizzata nella casa Sawafri. Salah, ferito, grida che sia mandata un’ambulanza. Lui sostiene che il soldato gli abbia urlato in risposta in arabo letterario: “Torna indietro a morire, arabo.”
18. Ciononostante, loro proseguono verso Salah a-Din Road; un elicottero si libra sopra di loro. I soldati urlano “Tornate indietro, tornate indietro,” e sparano sopra le loro teste, ma non su di loro.
Shifa Ali Samouni, una vedova di 71 anni che usa una carrozzina, aveva vagato dalla casa di uno dei suoi figli a quella di Talal e poi alla casa di Wael. “Nella mattinata (di lunedì),” rievoca, “ero andata in bagno quando, improvvisamente, ho sentito cadere qualcosa, che ha fatto pressione sul mio orecchio e io sto precipitando insieme alla mia casa. Quando sono rinvenuta, mi sono resa conto del sangue che colava dalla mia mano e del sangue che stava scorrendo dalla mia gamba. Non potevo vedere altro, il mio occhio non vede nulla. Dopo aver osservato il mio sangue, notai mio figlio Talal, che Dio abbia misericordia di lui, sulla sedia. L’ho chiamato, ma lui non ha detto nulla. Tre dei miei figli se ne erano andati (Talal, Atiyeh e Rashad) e così pure le mogli dei miei figli e i nostri nipoti. E li abbiamo visti morire tutti, e io non potevo distinguere l’uno dall’altro, quali fossero i miei figli, quali i miei nipoti. La mia testa è malandata, le mie orecchie tappate.”

Quelli che seguono sono i nomi dei componenti della famiglia Samouni che sono stati uccisi in pochi minuti da un bombardamento delle Forze di Difesa Israeliane sulla casa nella quale erano stati ammassati il giorno prima dai soldati: Rizqa Mohammed, di 55 anni; Talal Hilmi, di 51; Ramha Mohammed, di 46; Layla Nabiyeh, di 41; Rashad Hilmi, di 41; Rabab Azzat, di 37; Hannan Khamis, di 35; Mohammad Ibrahim, di 25; Hamdi Maher, di 23; Safaa Subhi, di 22; Tawfiq Rashad, di 21; Maha Mohammed, di 20; Huda Nael, di 16; Isma’il Ibrahim, di 15; Rizqa Wael, di 14; Is’haq Ibrahim, di 13; Fares Wael, di 12; Nasser Ibrahim, di 5; A’zza Salah, di 2; Mu’atassem Mohammed, di 1 anno; Mohammed Hilmi, di 6 mesi.

Ora i morti: una madre con i suoi quattro figli (sono sopravissuti suo marito e la figlia); due genitori e i loro due figli (la loro figlia è viva) e un’altra coppia con le loro due figlie.

I soldati hanno lasciato dietro di sé dei graffiti nella casa di Rashad Samouni, che Haaretz ha visto e fotografato: “Fatto [fuori] 1, ce ne sono da fare [fuori] altri 999.999,” “ Il popolo di Israele vive,” Dio è il Signore, non c’è nulla accanto a lui,” “Dio onnipotente, noi ti amiamo,” “Non abbiamo nessuno su cui contare, se non sul Padre nostro che è nei cieli,” “ Gli arabi devono morire,” “Meno di 300 giorni prima del congedo,” “Non abbiamo avuto la nostra parte di sangue.”
(tradotto da mariano mingarelli

 3  Amira Hass "L'imboccai come un uccellino"


Dopo otto mesi dacché i soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) avevano ucciso Atiyeh Samouni, di 46 anni, e suo figlio Ahmed, di 4 anni, nella loro casa nel quartiere Zeitoun di Gaza City, i reparti operativi dell’esercito stanno ancora esaminando l’incidente. In un rapporto, l’Ufficio del portavoce dell’IDF ha dichiarato: “La procedura dell’inchiesta è complessa in quanto coinvolge un gran numero di fattori, che richiedono naturalmente del tempo.”Questo è probabilmente il motivo per cui l’IDF non ha risposto alle precise domande fatte da Haaretz – del tipo se Atiyeh Samouni fosse un membro riconosciuto di una organizzazione militare e se i soldati gli avessero sparato da casa sua o dalle case circostanti.Ufficiali dell’esercito, che insistono sull’anonimato, insinuano che sia stata proprio la richiesta di informazioni fatta ad aprile da B’Tselem a costringere l’IDF a prendere in esame l’episodio e non i numerosi articoli dei mezzi di stampa sullo stesso fatto. Anche altri 21 membri della stessa famiglia allargata, tra i quali 9 bambini di età compresa tra 6 mesi e 16 anni, rimasero uccisi quando l’IDF bombardò una struttura nella quale i soldati li avevano ammassati il giorno prima. Gli ufficiali hanno raccontato ad Haaretz che essendo stata inoltrata la richiesta di informazioni da parte dell’organizzazione per i diritti umani non prima della metà del mese di agosto, essa “non era stata inviata ancora ai reparti operativi.”L’8 maggio, in casa dei suoi genitori che abitano nel quartiere Sajaiyeh di Gaza City, Zeinat Samouni ha raccontato a Haaretz: “Sabato [il 3 gennaio 2009], c’era un gran sparare dal mare e dagli elicotteri. Uno shrapnel colpì la casa, i recipienti dell’acqua vennero perforati, l’acqua si riversò fuori, le colombe entravano e uscivano dalla piccionaia, terrorizzate. Dovemmo promettere ai bambini che l’avremmo aggiustata. Sabato mattina di buon ora cominciammo a dirci l’un l’altro, ‘Lode a Dio, siamo scampati senza incidenti a tutto questo.’ Io non potevo preparare il cibo a causa della gran paura e per gli spari, ma i bambini erano affamati. Avevano pane e acqua. In cucina, arrostii delle melanzane sul carbone, perché non c’era gas.on dormimmo tutta la notte, neppure i bambini. Eravamo diciotto in una stanza, noi con i nostri figli [dai 15 giorni fino ai 12 anni], nonché la prima moglie di mio marito, Zahwa, con i suoi sette figli [il più vecchio ha 23 anni]. Loro erano giunti la sera precedente perché avevano avuto paura di rimanere nella loro baracca di latta. Udimmo mia cognata, all’esterno, gridare il momento in cui nella sua casa si sprigionò un incendio dopo che questa era stata colpita da una granata. Erano circa le 6 del mattino. Le sole sue grida mi spaventavano.” Samouni ha proseguito: “I soldati cominciarono a muoversi tra le case e a sparare. Li sentimmo parlare in ebraico. Noi tutti iniziammo a gridare e a piangere. Solo mio marito disse che non avremmo dovuto aver paura e che avremmo letto il Corano. Lasciammo la porta d’ingresso aperta così loro non l’avrebbero abbattuta con l’esplosivo ed avrebbero potuto vedere che qui c’erano dei bambini. Loro entrarono direttamente nel soggiorno; noi eravamo nella stanza dei bambini, dall’altra parte. [I soldati] apparivano terrificanti. I loro volti erano anneriti con il carbone ed avevano grossi elmetti con dei rami. Eravamo tanto spaventati che gridammo.”Mahmoud Samouni, di 12 anni: ”Erano del Givati” – un battaglione di fanteria.Zeinat Samouni: “Tutti noi urlammo. Atiyeh si alzò per rivolgersi ai soldati e parlare loro. Lui sapeva l’ebraico. Ahmed lo seguiva piangendo: papà, papà. Atiyeh gli disse, non aver paura.“Mio marito si avviò verso i soldati con le mani alzate. ‘Eccomi, Khawaja [espressione per indicare un non- musulmano]. Aveva pronunciato appena una parola quando loro gli spararono. Non era di certo uno che aveva sparato. Atiyeh se ne stava sulla porta della stanza dei bambini,[i soldati] potevano essere distanti un metro da lui. Loro continuarono a sparare dentro la stanza dove eravamo noi. Ahmed venne colpito alla testa e al torace, Kahwa nella schiena. Pure i suoi figli Faraj e Qanan vennero colpiti, e mio figlio Abdallah [di 10 anni] fu colpito alla testa e al fianco, così pure Amal [sua sorella gemella].Noi tutti siamo stesi sul pavimento. Dopo forse un quarto d’ora gridai ai soldati, ‘Ktanim,Khawajam, ktanim’ [“piccolini”, in ebraico], e loro cessarono di sparare. Vidi un soldato sputare due volte su mio marito. Poi entrarono nella stanza dei bambini e nella mia camera da letto dove cominciarono a distruggere i mobili e a lanciare qualcosa [probabilmente una granata assordante], tanto che la camera si riempì di fumo e si sviluppò un incendio e, nella stanza, tutto fu perduto – abiti, documenti, denaro.“A causa di tutto quel fumo e dell’incendio ricominciammo a gridare, e di nuovo dissi ‘Ktanim,ktanim,’ pregammo, leggemmo il Corano e tossimmo. Non riuscivo a vedere i bambini a causa del fumo. I soldati indossarono maschere anti-gas, illuminarono il posto con la luce dei loro fucili, e si rivolsero in ebraico. Noi stavamo piangendo ed i bambini stavano si facendo la pipì addosso, nei pantaloni, mentre i soldati sghignazzavano. Alla fine dissero, ’Venite, venite,’ e ci portarono fuori. Sputarono di nuovo su mio marito. Guardo la pozza di sangue sotto la sua testa e un soldato punta il suo fucile contro di me. Fuori c’erano soldati che sparavano. I miei figli ed io uscimmo, scalzi, con le braccia alzate. Fahed, figlio di Zahwa, portava Ahmed. Dissi ad un soldato che volevo prendere mio marito. Mi disse di no. Fuori vidi molti soldati.“Amal corse a casa dello [zio] Talal, ma i soldati ci impedirono di seguirla. Camminammo lungo la strada asfaltata [ad oriente, verso Salah al-Din Street]. Io non avevo notato nulla, e improvvisamente tutti si fermarono. Risultò che nella casa di Sawafiri c’era una postazione di cecchini. Loro intimarono ai figli di maggiore età di mio marito di togliersi le magliette e di girarsi, poi gli ordinarono di andare a Rafah [ a sud] Noi proseguimmo ed entrammo nella casa di Majed [Samouni, un altro parente]. Guardai Ahmed; i suoi vestiti erano ricoperti di sangue e vidi due grandi fori nella sua testa. Gli feci la respirazione bocca-a-bocca per farlo rinvenire, strillai, chiesi un’ambulanza. La sua bocca era secca. Inumidii le sue labbra con la saliva e poi con l’acqua che mi aveva portato Majed. Strappammo un lenzuolo per farne delle bandiere bianche, per poter uscire. La moglie di Majed era incinta e cominciò ad avere le doglie. Sua madre ed io l’aiutammo a partorire. C’erano circa 40 o 50 di noi. I bambini erano affamati. Majed portò la pita, le olive e i pomodori che c’erano in casa. Chiesi ad Ahmed se voleva mangiare e lui sussurrò, “Sì…..mamma,” così gli detti dei piccoli pezzi di pane bagnati con l’acqua. Lo imboccai come se fosse un uccellino. Per tutto il tempo il sangue continuò a scorrere, ogni cosa ne era intrisa. Di sera mi disse.’Voglio condurre te e papà in Paradiso.’ Continuai a portare asciugamani per assorbire il sangue, e andai con il pensiero ad Amal e al corpo morto di mio marito.“Ahmed morì attorno alle 4:30 o alle 5 del mattino [del 5 gennaio]. Urlai e chiusi i suoi occhi. La ragazzina di Salah venne a dirci che un proiettile era caduto sulla casa di Wa’el [un parente], che il tetto era crollato e che tutti erano ricoperti di sangue e stavano gridando. Raccontò che tutti erano scappati per andare nella città. Dissi che in quel caso tutti avremmo dovuto abbandonare il quartiere.“Partimmo, sia i grandi che i piccoli, con Fahed che trasportava il corpo di Ahmed e noi tutti che reggevamo bandiere bianche. I soldati sul tetto della casa di Sawafiri cominciarono a sparare non appena uscimmo e c’erano anche spari provenienti da un elicottero e dal un carro armato [sulla Salah al-Din Street]. Noi stavamo gridando e piangendo. Continuammo a camminare, a piedi nudi, fino alla fabbrica della Star Cola. Un po’ più tardi arrivò un’ambulanza. Ci chiesero se c’erano dei feriti. Dissi che dietro di noi ce n’erano alcuni che potevano appena camminare.“Eravamo circa 300 persone, ognuna con la bandiera bianca ed alcune con delle borse di plastica perché non erano riusciti a trovare uno straccio bianco. Il personale delle ambulanze si scusò per non poter venire, in quanto i soldati sparavano alle ambulanze. Ci condussero allo Shifa Hospital. Misero Ahmed accanto agli altri che erano stati uccisi e là vidi la famiglia di Talal e tutti loro stavano piangendo. Poi notai i morti e cominciai a riconoscerli. Girovagai per il Shifa come una pazza, cercando Amal. Loro mi raccontarono, ‘Eravamo tutti nella casa di Talal quando i soldati ci portarono in quella di Wa’el che venne colpita da un proiettile e ci trovammo tutti chi morto chi ferito.’ on riuscivo a trovare Amal. Arrivò mia zia, cominciò a piangere e poi disse, ‘Rashad è morto e Talal è morto, Rahma è morta e Safa è morta, Mahmoud è morto e Hilmi è morto, Leila è morta e Tawfiq è morto e Walid e Rebab – l’abbracciai e gridammo insieme. Uomini e donne si radunavano attorno, piangendo insieme a noi."Tolsero mio figlio Ahmed dal letto e lo misero nel frigorifero, ed io, dietro a loro, che sto gridando. Dei giovani stanno trattenendo me che sto dicendo di voler entrare anch’io, insieme a lui, nel frigorifero. Il frigo era pieno. C’erano così tanti morti da non poter mettere neppure Ahmed in un vano separato, ma sul fondo. Con Mu’athazam e Mohammed. Poi arrivò un parente e ci portò nella sua auto. Non sapevo ancora di non aver più una casa dove ritornare [l’IDF la demolì prima della ritirata]. Non sapevo ancora dove fosse Amal e che cosa le fosse accaduto.”(tradotto da mariano mingarelli)

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Strage senza colpevoli

La lettera della procura militare arrivata martedì non avrebbe dovuto sorprendermi: un ufficiale informava il centro palestinese per i diritti umani che il caso Samouni è chiuso. Si tratta di un procedimento condotto dall’esercito contro alcuni soldati per la morte di 21 civili palestinesi, tra cui nove bambini. La lettera dice “morte”, ma noi sappiamo che si è trattato di omicidio. Non c’era intenzione di fare del male, prosegue la lettera, e quindi non è un crimine di guerra. E non si può parlare nemmeno di negligenza, quindi la storia finisce qui.
Il 4 gennaio 2009, durante l’operazione Piombo fuso, l’esercito israeliano ha ordinato a circa cento persone del clan Samouni di lasciare le loro case in un quartiere a sudest di Gaza, e di radunarsi in un edificio di proprietà di un parente. Lì si sentivano al sicuro. Il 5 gennaio alcuni uomini sono usciti dall’edificio in cerca di legna da ardere per cucinare. Nella sala di controllo dell’esercito israeliano, davanti a uno schermo che trasmetteva le immagini registrate dai droni, un ufficiale ha visto alcuni uomini che trasportavano lunghi oggetti. Ha deciso che erano razzi e ha ordinato il bombardamento. Un uomo è morto, gli altri si sono rifugiati in casa. A quel punto i missili, intelligenti, si sono abbattuti sulla casa.
Avrò scritto più di trenta articoli sul massacro dei Samouni. Speravo che la pubblicità data alla vicenda avrebbe costretto l’esercito ad ammettere le sue responsabilità. Figuriamoci.
*Traduzione di Andrea Spracino.
Internazionale, numero 947, 4 maggio 2012*


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