Alberto Negri : La partenza del giro d’Italia comprata da Israele in guerra e le polemiche su Gino Bartali salvatore degli ebrei
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La maglia rosa del Giro d’Italia quest’anno l’hanno già vinta gli israeliani: come ciclisti non sono un granché ma sulla propaganda e il marketing non li batte nessuno. Anche a costo di qualche clamoroso falso storico sulla figura di Gino Bartali. Al prezzo di 16 milioni di euro versati a Rcs e Gazzetta dello Sport l’inizio del Giro d'Italia è stato “appaltato” a Israele: tre tappe sul territorio israeliano e partenza ieri con una cronometro individuale da Gerusalemme. A Gino Bartali, accreditato come salvatore di ebrei durante la guerra, viene conferita la cittadinanza postuma. Se fosse vivo forse guarderebbe al di là del muro che separa israeliani da palestinesi e non sarebbe poi tanto contento.
Un lettera di una trentina di intellettuali
ebrei italiani sottolinea le incongruenze di questa iniziativa,
un’operazione di immagine in occasione del 70° anniversario dello Stato
di Israele. Se per molti ebrei la data del maggio 1948 significa la
rinascita dopo l’Olocausto, ai palestinesi questo passaggio storico
ricorda la “Nakba”, la catastrofe, con l’umiliazione e l’esilio per
centinaia di migliaia di arabi. Non solo: tutto questo avviene mentre
Israele prende letteralmente di mira i palestinesi e lo stato ebraico è
coinvolto nei raid in Siria e vorrebbe fare la guerra all’Iran.
La stessa tappa a Gerusalemme è stata una sorta di sfida
alla legalità internazionale: la parte orientale è una città occupata.
Una situazione inaccettabile rafforzata dalla decisione di Trump di
trasferire da Tel Aviv a Gerusalemme l’ambasciata Usa e di riconoscerla
come capitale dello stato ebraico. Il Giro rischia di trovarsi in mezzo
suo malgrado ad un’operazione politica e propagandistica a favore di
decisioni illegali e non accettate dalla stessa Unione europea, oltre
che dalle risoluzioni dell’Onu.
Come se non bastasse, per rendere memorabile la ricorrenza,
è stato coinvolto anche Gino Bartali, già entrato nel Giardino dei
Giusti dello Yad Vashem e ora cittadino onorario di Israele per il
salvataggio di alcuni ebrei tra il 1943 e il 1944. La questione in
realtà è assai dubbia, neppure lo stesso Bartali da vivo l’aveva mai
confermata. In realtà secondo lo studioso Michel Sarfatti (fino al 2016
direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica
Contemporanea) si tratta di un clamoroso falso storico.
Secondo un libro, “Assisi clandestina” di Alexander Ramati
pubblicato nel 1978, Bartali aveva l’incarico di corriere tra Firenze e
Assisi. Il ciclista raggiungeva Assisi, fingendosi in allenamento, con
fotografie e documenti, tornando indietro con carte d’identità false per
salvare la pelle agli ebrei e ai partigiani perseguitati da nazisti e
fascisti. Il racconto è suggestivo. Il materiale clandestino era
occultato nella stessa bicicletta di Bartali che sfilava i manicotti dal
manubrio e svitava il sellino per prendere le fotografie e le carte
nascoste dentro il telaio.
Lo storico Sarfatti, in dettagliato articolo, dimostra
che si tratta di un racconto pieno di invenzioni. Un falso. L’attività
di corriere tra Firenze e Assisi attribuita da Ramati a Gino Bartali non
è menzionata né nelle testimonianze degli organizzatori del soccorso
fiorentino, né in suoi scritti privati o dichiarazioni pubbliche e i
documenti che la descrivono si basano sul libro di Ramati. Inoltre è
esplicitamente smentita da don Aldo Brunacci, canonico della cattedrale
di Assisi, incaricato dal suo vescovo di organizzare il soccorso agli
ebrei.
Sarfatti riporta la testimonianza di Brunacci:
“Si tratta di un vero romanzo. L’autore di “Assisi clandestina” aveva
certamente in mente un copione per un film e non poteva trovare
personaggio più adatto di Bartali, l’eroe sportivo per antonomasia di
quell’epoca”. Il commento di Sarfatti sulla vicenda Bartali è lapidario:
“La storia della fabbricazione delle false carte di identità per gli
ebrei clandestini a Firenze è lastricata di grandiosa umanità e
terribili lutti. La prima non necessita di miti, i secondi richiedono
rispetto”.
In sintesi: lasciate riposare in pace Bartali
e “Quel naso triste come una salita/ Quegli occhi allegri da italiano
in gita”, come cantava Paolo Conte. Lui pedalava davvero e neppure da
morto ha bisogno del doping dei falsi storici per rimanere nella memoria
degli italiani e dello sport mondiale.

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