Alberto Negri L’escalation anti-Iran dell’asse Usa-Israele coinvolge anche noi


La premessa è questa: i primi a non rispettare l’intesa sul nucleare iraniano del 2015 sono stati proprio gli Stati Uniti, che hanno continuato a imporre sanzioni secondarie alle banche europee e occidentali che erogavano crediti all’Iran. Gli Usa hanno impedito che in Iran affluissero i capitali attesi dal governo del moderato Hassan Rouhani. Tanto è vero che le multinazionali europee che lavorano con l’Iran e in Iran, come scrive il Wall Street Journal, da tempo si sono preparate al peggio.
Già nel mirino dei falchi del regime, il presidente Hassan Rouhani sentirà ancora di più le pressioni dell’ala più radicale. Inoltre, come scrive il Financial Times, con nuove e probabili sanzioni Usa, verrà colpita ulteriormente l’industria energetica iraniana, quarto Paese al mondo per produzione di petrolio, al secondo posto per le riserve di gas. L’unico accordo importante europeo in questo settore è stato firmato dalla Total per un miliardo di dollari, di cui buona parte coperti da capitali cinesi proprio per aggirare le sanzioni secondarie americane.
A regime, i giacimenti di gas iraniani di South Pars avrebbero una produzione sufficiente a garantire i consumi annuali europei. Questo gas, nei piani Usa e dei loro alleati, non deve arrivare sulle coste del Mediterraneo.
Chi decide le nostri sorti strategiche nel medio-lungo periodo sta a Washington e Tel Aviv, non a Bruxelles e a Mosca e non ancora a Pechino dove, come a Pyongyang e Seul, soppeseranno con attenzione gli effetti di questa decisione Usa sul prossimo vertice tra Trump e Kim Jong-un. A prima vista non è un messaggio incoraggiante.
Come previsto è fallita la missione in Usa di Macron e Merkel di convincere Trump a mantenere l’intesa con Teheran. Potrebbe essere questo un risvolto positivo. L’Unione Europea resterà così insieme a Russia e Cina nella posizione di poter negoziare con il regime degli ayatollah. La stessa mossa americana di annullare l’accordo lascia ancora una volta gli Usa in posizione di difficoltà: Washington soddisfa gli alleati israeliani e sauditi ma rischia di regalare a Mosca un’altra carta diplomatica. Il presidente russo Putin è in fondo l’unico leader che nella regione parla con tutti, dai siriani agli israeliani, ai sauditi, dai turchi agli iraniani.
Tutto questo ragionamento, un po’ consolatorio, è valido se non se non si allarga il conflitto siriano. Siamo al nocciolo della questione. La guerra all’Iran, sarà un mix di azioni militari e diplomazia punitiva, cioè di accerchiamento economico.
Ma l’Europa, con Francia e Gran Bretagna, è già entrata, sia pure indirettamente, in guerra con l’Iran attuando con gli Usa i raid dimostrativi che hanno colpito le basi siriane - evitando accuratamente quelle russe - per punire Assad dell’uso presunto di armi chimiche (di cui per altro non parla più nessuno). In caso di escalation è difficile immaginare che Paesi come la Germania e l’Italia, soprattutto, non sarebbero coinvolte.
Questo è stato il vero successo di Trump: creare un asse atlantico-israeliano che comunque tiene dentro in caso di conflitto anche i principali Paesi europei. Trump ha fatto di Israele il vero gendarme del Medio Oriente e l’investitura è stata in dicembre la decisione di trasferire l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme con il riconoscimento di fatto della città come capitale dello stato ebraico contro ogni risoluzione dell’Onu. La cerimonia di spostamento dell’ambasciata il 14 maggio prossimo sarà la sanzione ufficiale di questo stato di cose.
Ripercorriamo cosa è accaduto in questi decenni. Si è combattuto per sette anni sulla pelle dei siriani, una guerra per procura contro Teheran iniziata nel 1979 con l’ascesa di Khomeini, la presa degli ostaggi nell’ambasciata Usa il 4 novembre dello stesso anno, poi sfociata nel più sanguinoso conflitto del Medio Oriente quando Saddam Hussein, sostenuto dall’Occidente e dalle della monarchie arabe sunnite, attaccò la repubblica islamica sciita il 22 settembre del 1980.
L’era della destabilizzazione, cominciata allora, è tornata oggi al punto di partenza mentre venivano disgregati gli stati arabi in competizione con Israele, come l’Iraq nel 2003 e la Siria nel 2011. E adesso tocca all’Iran che non ha mai voluto rinunciare a proclamare la propria sovranità e indipendenza.
Nella partita entrano anche il Libano, la Palestina e lo Yemen, altra guerra per procura tra sauditi, americani e iraniani. In Libano, dove si è appena votato dopo nove anni per le parlamentari, Hezbollah, alleato di Teheran, ha rafforzato le sue posizioni e si prepara ad affrontare un nuovo scontro con Israele dopo quello del 2006: qui l’Italia ha il comando del settore ovest dell’UNIFIL. con la presenza di oltre 1.100 alpini della Julia. La maggior parte di un elettorato disorientato da una labile classe dirigente ignora probabilmente la presenza dei soldati italiani. E ancora di più ignora che in Iran le imprese italiane, minacciate da nuove sanzioni, hanno in essere commesse per circa 25-30 miliardi di euro: posti di lavoro decisi dagli americani e da Israele, non da Roma.

Commenti

Post popolari in questo blog

Hilo Glazer : Nelle Prealpi italiane, gli israeliani stanno creando una comunità di espatriati. Iniziative simili non sono così rare

The New York Times i volti, i nomi, i sogni dei 69 bambini uccisi nel conflitto tra Israele e Hamas

Limes :I CONFINI D’ISRAELE SECONDO LA BIBBIA (cartina)

Amira Hass : The fate of a Palestinian investor who called for Abbas' resignation