Alberto Negri : L’asse Usa-Israele contro l’Iran brucerà soldi e posti di lavoro in Italia
[L’analisi] L’asse Usa-Israele contro l’Iran brucerà soldi e posti di lavoro in Italia
L’asse Washington-Israele “brucia”
posti di lavoro in Italia. Questa è la cruda realtà dopo l’annuncio del
presidente americano Donald Trump, sostenuto da Israele e dai sauditi,
di ritirarsi dall’accordo con Teheran del 2015 sul nucleare e imporre
altre sanzioni alla repubblica islamica.L’escalation ha ovviamente un
risvolto militare perché Israele continua a bombardare le postazioni
iraniane e Hezbollah in Siria, con il piano abbastanza chiaro di
provocare la reazione dell’Iran e un conflitto che potrebbe dilagare su
larga scala.
Ma gli effetti economici
si sentiranno subito perché Washington punirà le imprese e le banche
che lavorano con gli iraniani.Per l’Italia si tratta di una altro colpo
basso alla ripresa. Di questa situazione si avvantaggeranno le imprese
cinesi, indiane e coreane, che sono già partner rilevanti dell’economia
iraniana. Le aziende italiane hanno dozzine di importanti commesse in
Iran, un Paese dove le nostre imprese non hanno mai abbandonato il
mercato neppure nei tempi più cupi quando imperversava il conflitto con
l’Iraq negli anni Ottanta.
Le commesse riguardano acquedotti, autostrade e Alta Velocità, settori in cui sono attivi cinesi, coreani e tedeschi.
Negli ultimi due anni sono stati raggiunti numerosi accordi con Teheran per un valore complessivo di circa 27 miliardi di euro (infrastrutture, ferrovie, costruzioni, petrolio, gas, energia elettrica, chimico, petrolchimico). Nei lavori sono coinvolte grandi imprese statali, come le Ferrovie, ma anche molte medie e piccole aziende che lottano per sopravvivere e mantenere posti di lavoro.
Per sostenere questo piano di investimenti e di commesse in gennaio il ministro italiano dell’Economia Carlo Padoan e quello iraniano Mohammad Khazaei avevano raggiunto un accordo per l‘apertura di linee di credito da 5 miliardi di euro destinati a facilitare gli investimenti delle aziende italiane. In questo accordo quadro è previsto che la holding pubblica Invitalia presti soldi alle due banche iraniane Bank of Industry and Mine e Middle East Bank, le quali a loro volta erogano crediti all‘amministrazione pubblica iraniana per commissionare i lavori alle imprese italiane. Sui progetti di investimento è prevista la garanzia sovrana del governo iraniano.
Peccato che il decreto per attuare questo schema sia ancora bloccato proprio per le pressioni delle lobby americane e israeliane. A dimostrazione - se ci fosse bisogno di ribadirlo - che il Paese ha una sovranità limitata e condizionata da alleati che dettano l’agenda e influenzano stampa tv. Tanto è vero che quando fu firmata l’intesa Invitalia alcuni media, più realisti del re, avevano persino criticato l’accordo, un trattato internazionale sotto l’egida dell’Onu, che per altro era perfettamente in linea con quanto previsto dall’intesa del 2015, di cui avevano già approfittato per fare affari le imprese tedesche francesi.
E’ vero invece il contrario: i primi a non rispettare l’intesa sul nucleare iraniano sono stati proprio gli Stati Uniti, che hanno continuato a imporre sanzioni secondarie alle banche europee e occidentali che erogavano crediti all’Iran.Gli Usa hanno impedito che in Iran affluissero i capitali attesi dal governo del moderato Hassan Rohani. Tanto è vero che le multinazionali europee che lavorano con l’Iran e in Iran, come scrive il Wall Street Journal, da tempo si sono preparate al peggio. E a fine settimana a Londra si riuniranno i rappresentanti di Gran Bretagna, Germania e Francia per esaminare la situazione, dopo l’annuncio di Trump, sia sotto il profilo economico che politico.
In sintesi la guerra militare e diplomatica all’Iran ingaggiata da Usa e Israele, con l’appoggio saudita, ci costa già soldi e posti di lavoro. In attesa che un nuovo conflitto, la seconda fase della guerra siriana, sconvolga di nuovo il Medio Oriente e il Mediterraneo. Ma si può essere certi che quando accadrà all’Italia non faranno neppure una telefonata come è già avvenuto con la Libia nel 2011.
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NUOVE SANZIONI ECONOMICHE. Trump, ribadendo quanto già dichiarato dal premier israeliano Benjamin Netanyahu la scorsa settimana, ha spiegato in un discorso di 10 minuti che il governo iraniano «ha mentito». Teheran continua «la ricerca di armi atomiche» e, anzi, «la sua minaccia militare è cresciuta del 40%». L’accordo firmato nel 2015 «dalla precedente amministrazione non ha mai portato alla pace e mai vi porterà». Di conseguenza gli Stati Uniti ripristineranno le sanzioni economiche e ne aggiungeranno di nuove, che saranno «le più pesanti possibile».
GENDARME AMERICANO. Bisogna innanzitutto
ricordare, spiega Negri, «che i primi a non rispettare gli accordi sono
stati gli americani, visto che hanno sempre mantenuto le sanzioni
secondarie, continuando a sanzionare le banche e le istituzioni
finanziarie che erogavano crediti all’Iran». Anche l’Italia ha fatto
fatica a riprendere i rapporti economici con Teheran per questo motivo,
cercando faticosamente di «aggirare questo ostacolo».
Per l’inviato di guerra, con questa decisione «Trump si allinea del tutto con gli obiettivi di Israele, dopo il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, e prepara il terreno, qualora diminuisse la presenza militare a stelle e strisce in Medio Oriente, a fare di Tel Aviv il gendarme americano nella regione».
IRAN SOTTO PRESSIONE. La mossa americana creerà
problemi sia all’Iran che all’Europa. Per quanto riguarda la Repubblica
islamica, «il presidente Hassan Rohani è da anni sotto pressione
dell’ala più radicale del regime. L’accordo sul nucleare, infatti, non
ha causato le ripercussioni economiche e politiche che ci si aspettava
nel paese, soprattutto perché gli Usa non hanno mai rispettato fino in
fondo l’accordo, come detto. Ad oggi, come certifica anche l’Aiea,
Teheran non ha mai cercato di dotarsi dell’atomica» ma il futuro da
questo punto di vista non è certo roseo.Per l’inviato di guerra, con questa decisione «Trump si allinea del tutto con gli obiettivi di Israele, dopo il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, e prepara il terreno, qualora diminuisse la presenza militare a stelle e strisce in Medio Oriente, a fare di Tel Aviv il gendarme americano nella regione».

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