1 Aprile 2018, Al Jazeera
La gente di Gaza si è ribellata non per le fazioni politiche palestinesi, ma nonostante loro.
La
continua mobilitazione popolare sul confine di Gaza è una reminiscenza
di avvenimenti storici precedenti, in cui il popolo palestinese si è
sollevato all’unisono per sfidare l’oppressione e chiedere la libertà.
La
resistenza popolare palestinese non è né un fenomeno nuovo né estraneo.
Scioperi generali di massa e disobbedienza civile, sfidando
l’imperialismo britannico e gli insediamenti sionisti in Palestina,
iniziarono circa un secolo fa, culminati nel 1936 con uno sciopero
generale di sei mesi.
Da
allora la resistenza popolare è stata un elemento fondamentale nella
storia palestinese ed una caratteristica rilevante della Prima Intifada,
la rivolta popolare del 1987.
È
superfluo dire che i palestinesi non hanno bisogno di lezioni su come
resistere all’occupazione israeliana, lottare contro il razzismo e
sfidare l’apartheid. Loro, e solo loro, sono in grado di sviluppare la
strategia adeguata e i mezzi che alla fine li porteranno alla vittoria.
Oggi la necessità di questa strategia è più che mai urgente, e c’è una
ragione di ciò.
Gaza
viene soffocata. Il decennale blocco israeliano, insieme
all’indifferenza araba e al prolungato conflitto tra le fazioni
palestinesi, sono serviti a portare i palestinesi a un passo dal morire
di fame e alla disperazione politica. Qualcosa si è spezzato.
Venerdì
30 marzo decine di migliaia di palestinesi si sono ammassati sul
confine orientale di Gaza per iniziare una serie di proteste e veglie
che dovrebbero durare fino al 15 maggio.
In
quella data, settant’anni fa, Israele ha dichiarato l’indipendenza,
obbligando centinaia di migliaia di palestinesi all’esilio. Per molti
palestinesi la dichiarazione d’indipendenza di Israele, come risultato
della distruzione della loro patria, è stato un crimine indimenticabile.
Per gli israeliani il 15 maggio è una festa; per il popolo palestinese,
è la nostra Nakba, o catastrofe.
Ma
la continua mobilitazione di massa non è solo per sottolineare il
diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi (come sancito dalle leggi
internazionali), né solo la commemorazione del “Giorno della Terra”, un
evento che ha unito tutti i palestinesi dalle sanguinose proteste del
1976. La manifestazione riguarda la richiesta di un progetto che superi
le lotte intestine e che ridia voce al popolo.
Ci sono parecchie somiglianze storiche tra questa mobilitazione e il contesto che ha preceduto la Prima Intifada nel 1987.
All’epoca
in tutta la regione i governi arabi avevano largamente relegato la
causa palestinese allo status di “problema di qualcun altro”. Alla fine
del 1982 l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), già
esiliata in Libano, venne espulsa insieme a migliaia di combattenti
palestinesi ancora più lontano, in Tunisia, Algeria, Yemen e vari altri
Paesi. Questo isolamento geografico rese irrilevante la dirigenza
tradizionale della Palestina rispetto a quanto stava succedendo sul
terreno, in patria.
Con
scarse pressioni su Israele perché ponesse fine all’occupazione
illegale di Gerusalemme est, di Gaza e della Cisgiordania, l’occupazione
militare israeliana lentamente diventò lo status quo. I palestinesi
divennero poco più che prigionieri in una serie di carceri urbane
separate – controllati ad ogni incrocio stradale principale, sottoposti
ad incursioni nelle loro case in modo prevedibilmente irregolare, e
spiati giorno e notte da terra, aria e, nel caso di Gaza, dal mare.
Ma,
in quel momento di apparente disperazione, scattò qualcosa. Nel
dicembre 1987 la gente (per lo più bambini ed adolescenti) scese in
strada con una mobilitazione prevalentemente non violenta che durò oltre
sei anni. Ma la dirigenza palestinese non approfittò dell’energia di
massa del suo popolo. Peggio, ne approfitto per arrivare alla firma
degli accordi di Oslo nel 1993.
Oggi
la dirigenza palestinese si trova in una situazione simile di crescente
irrilevanza. Di nuovo isolata geograficamente (con Fatah che controlla
la Cisgiordania e Hamas Gaza), ma anche dalle divisioni ideologiche.
È
vero, ovviamente, che le divisioni politiche ed ideologiche sono
tipiche di ogni lotta anticolonialista. Dall’India all’Algeria al Sud
Africa, le divisioni interne sono state la norma, non l’eccezione, nei
movimenti di liberazione di massa.
Ma
mai prima d’ora queste divisioni interne sono state utilizzate come
arma in modo così efficace dagli avversari della causa ed usate come
argomento contro la causa primaria, per delegittimare la richiesta di un
intero popolo per i diritti umani fondamentali: “I palestinesi sono
divisi, per cui devono rimanere imprigionati.”
L’Autorità
Nazionale Palestinese (ANP) a Ramallah sta rapidamente perdendo
credibilità tra i palestinesi, a causa delle prolungate accuse di
corruzione, con molti che chiedono che il leader dell’ANP dia le
dimissioni (tecnicamente il suo mandato è scaduto nel 2009).
Lo
scorso dicembre il nuovo presidente USA Donald Trump ha accentuato
l’isolamento dell’ANP, riconoscendo Gerusalemme come capitale di
Israele, sfidando le leggi internazionali e il consenso dell’ONU. Molti
vedono questa come nient’altro che la prima di una serie di mosse
destinate a marginalizzare ulteriormente l’ANP.
L’Autorità Nazionale non è l’unica fazione palestinese che sta diventando sempre più isolata.
Hamas
– in origine un movimento di base nato nei campi di rifugiati di Gaza
durante la Prima Intifada – ora è altrettanto indebolita dall’isolamento
politico.
Per
oltre un decennio, fin dalla sua sanguinosa presa del potere a Gaza nel
2007, la dirigenza di Hamas ha compiuto infinite manovre politiche per
rompere l’assedio di Gaza, ma ha ripetutamente fallito. Finalmente ha
iniziato a capire di non poter essere utile a quella causa
nell’isolamento politico ed ha cominciato a prendere iniziative per la
riconciliazione con Fatah. Più di recente, nell’ottobre dello scorso
anno i due partiti hanno firmato al Cairo un accordo di riconciliazione.
Come
precedenti tentativi di riconciliazione, quest’ultimo ha iniziato quasi
subito a vacillare. Il principale ostacolo si è manifestato il 13
marzo, quando il corteo del primo ministro dell’ANP Rami Hamdallah è
stato bersaglio di un apparente tentativo di assassinio. Hamdallah stava
andando a Gaza attraverso un posto di frontiera israeliano. Subito
l’ANP ha incolpato Hamas dell’attacco. Quest’ultimo l’ha fermamente
smentito. La politica palestinese è tornata al punto di partenza.
Ma
poi c’è stato il 30 marzo. Quando migliaia di palestinesi hanno
camminato nella mortale “zona di sicurezza” lungo il confine di Gaza,
cioè pacificamente e consapevolmente nel mirino dei cecchini israeliani,
la loro intenzione era chiara: essere visti dal mondo come cittadini
comuni, che finora sono rimasti invisibili dietro i politici.
I
gazawi hanno eretto tende, cantato insieme e sventolato bandiere
palestinesi – non quelle delle varie fazioni. Famiglie si sono riunite,
bambini hanno giocato, sono comparsi persino dei clown da circo ed hanno
fatto spettacoli. È stato un raro momento di unità.
La
risposta dell’esercito israeliano è stata, bisogna dirlo, “degna del
personaggio”. Uccidendo 17 manifestanti disarmati e ferendo migliaia di
persone in un solo giorno, utilizzando le più moderne tecnologie in
pallottole esplosive, hanno pensato di poter impartire una lezione ai
palestinesi. Si è trattato del manuale 101 delle guardie carcerarie:
picchiali, e picchiali di nuovo. Uccidili. Uccidili di nuovo. Persino
giornalisti che hanno semplicemente cercato di informare il mondo su
questo eroico ma tragico momento sono stati colpiti, feriti e uccisi.
Condanne
per questo massacro sono piovute da personaggi rispettati di tutto il
mondo come papa Francesco ed organizzazioni come Human Right Watch.
Questo barlume di attenzione può aver fornito ai palestinesi
un’opportunità di portare l’ingiustizia dell’assedio fino all’ordine del
giorno della politica globale, ma sarà una magra consolazione per le
famiglie delle vittime.
Consapevole
di trovarsi al centro dell’attenzione internazionale, Fatah ha
approfittato dell’opportunità di attribuirsi il merito di questo atto
spontaneo di resistenza popolare. Il vice presidente, Mahmoud al-Aloul,
ha affermato che i manifestanti si sono mobilitati per appoggiare l’ANP
“di fronte alle pressioni ed alle cospirazioni architettate contro la
nostra causa,” riferendosi senza dubbio alla strategia di isolamento
contro l’ANP controllata da Fatah da parte di Trump. Anche Hamas ha
cercato di sfruttarla allo stesso modo.
Ma
niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Questa volta è il
popolo palestinese, sono gli audaci ragazzi e ragazze di Gaza che stanno
forgiando la propria strategia, indipendentemente dalle fazioni, di
fatto a dispetto delle divisioni. E questa volta dobbiamo ascoltare,
smettere di dare lezioni e forse imparare da questi giovani uomini e
donne che stanno a petto nudo davanti a cecchini e assassini solo con i
loro slogan per la libertà e la loro fede in una vittoria sicura.
Le
opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono
necessariamente l’orientamento redazionale di Al Jazeera.
(traduzione di Amedeo Rossi)
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