Perchè la Cina è contro l’attacco di Trump alla Siria
BOLLETTINO IMPERIALE
La Repubblica Popolare critica il bombardamento ideato dagli Usa per
colpirli sui fronti strategico e commerciale. Per Pechino, la stabilità
di Damasco incide sul contenimento dei jihadisti uiguri e sullo sviluppo
delle nuove vie della seta.
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l’osservatorio settimanale di Limes dedicato all’analisi geopolitica
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La Cina ha criticato fortemente l’attacco mirato
in Siria da parte di Usa, Regno Unito e Francia in risposta al presunto
utilizzo di armi chimiche da parte del presidente Bashar al-Asad a
Duma.
Sul giudizio di Pechino e dei media cinesi hanno pesato due tipi di fattori.
Il primo, di breve periodo, è legato alle tensioni in corso con
Washington sui fronti economico e strategico. Il secondo, di medio-lungo
periodo, concerne i crescenti interessi economici della Repubblica
Popolare in Siria e in Medio Oriente.
I media cinesi contro i missili in Siria
In linea con la politica di non interferenza negli affari degli altri paesi,
Pechino ha espresso la sua contrarietà al raid contro Damasco perché
realizzato scavalcando il Consiglio di sicurezza Onu e senza sapere se
al-Asad avesse utilizzato realmente armi chimiche.
Del resto Pechino ha sempre mantenuto un profilo basso nella crisi siriana:
si è opposta in più occasioni alle sanzioni occidentali contro Damasco
ma non è mai intervenuta in maniera diretta per sostenerla come ha fatto
la Russia, conscia che avrebbe potuto restare invischiata in un
conflitto difficilmente risolvibile.
I media cinesi stavolta sono stati piuttosto severi nei riguardi di Washington. L’agenzia di stampa Xinhua ha affermato
che la ragione alla base del raid missilistico è che il presidente Usa
non vuole che al-Asad controlli in maniera stabile la Siria. Un articolo del Global Times
ha definito “vergognoso” il raid e sottolineato che questo danneggerà
gli incontri previsti nei prossimi due mesi tra Corea del Nord da un
lato e Usa e Corea del Sud dall’altro per discutere la
denuclearizzazione della penisola coreana. La testata legata al Quotidiano del Popolo ritiene
che in questo modo il presidente Usa spinge gli altri paesi a credere
che l’unico modo per risolvere i conflitti sia l’uso della forza.
Queste affermazioni sono legate a tre fattori.
In primo luogo, Pechino non vuole essere esclusa dal dialogo tra
Washington e P’yongyang. Nonostante Cina e Corea del Nord non siano più
veri alleati da molto tempo, il paese eremita svolge il ruolo di
cuscinetto strategico che tiene lontano dal confine cinese i soldati Usa
presenti in territorio sudcoreano. Xi ha fatto capire chiaramente di
volere far parte del dialogo attorno al destino della Corea del Nord
quando ha ospitato Kim a Pechino per il loro primo incontro.
In secondo luogo, la possibilità di una guerra commerciale sino-statunitense è concreta e i media cinesi cercano di screditare l’immagine di Trump agli occhi dell’opinione pubblica. La scorsa settimana al Forum economico di Boao,
la Davos d’Asia, Xi ha annunciato una seria di riforme in linea con il
percorso di maturazione economica prefissato per la Repubblica Popolare.
Le sue dichiarazioni hanno calmato Trump, anche se Pechino non ha fatto
reali concessioni a Washington.
Infine, Pechino sta premendo con maggiore insistenza per ottenere la riunificazione di Taiwan
entro il 2050, come parte del “risorgimento della nazione” cinese
prefigurato dal suo nuovo “timoniere”. Gli Usa non vogliono che la
Repubblica Popolare si riprenda l’isola perché le fornirebbe una
piattaforma d’osservazione avanzata nel Mar Cinese Meridionale. Trump si
sta impegnando per consolidare ulteriormente i rapporti con Taipei e
potrebbe usare la questione taiwanese nei negoziati commerciali con
Pechino.
È poco verosimile l’ipotesi avanzata dall’analista militare basato a Macao Antony Wong Dong,
secondo cui le esercitazioni che l’Esercito popolare di liberazione
(Epl) svolgerà domani nello Stretto di Taiwan serviranno indirettamente a
esprimere il sostegno cinese alla Russia nel contesto siriano in chiave
anti-Usa.
Piuttosto, l’esercitazione fa parte della strategia della Repubblica Popolare per raggiungere la riunificazione
in maniera pacifica entro il 2050: mostrare la sua superiorità militare
a Taipei, isolarla dal punto di vista diplomatico, tutelare le libertà
economiche e sociali dell’isola secondo la politica “un paese, due
sistemi”, già adottata ad Hong Kong e Macao. Se questa strategia
fallisse, Pechino potrebbe tentare di riprendere l’isola con la forza.
Inoltre, la Repubblica Popolare non ha confermato la voce
diffusa da fonti russe secondo cui navi cinesi operative nel Mar
Mediterraneo si starebbero recando verso la Siria per sostenere la
Russia in caso di bombardamento. Gli accordi energetici e l’antagonismo
verso gli Usa legano Pechino e Mosca, ma non al punto da intervenire in maniera così decisa nella crisi siriana.
Il senso della Cina per la Siria
Pechino è interessata alla stabilità della Siria e del Medio Oriente per due ragioni.
La prima riguarda la lotta al terrorismo.
Per ammissione del presidente siriano Bashar al-Asad, le intelligence
di Pechino e Damasco condividono le informazioni relative agli uiguri
(turcofoni musulmani originari del cinese Xinjiang) presenti in Siria.
Nel corso degli ultimi anni, cinquemila jihadisti
appartenenti a questa etnia si sarebbero arruolati tra le file dello
Stato Islamico o del Partito islamico del Turkestan, affiliato ad
al-Qaida.
Pechino, impegnata in una rigida campagna antiterrorismo nel Xinjiang, vuole impedire il ritorno dei suoi combattenti stranieri. Per questo collabora con i paesi dell’Asia Centrale (in primis Afghanistan e Pakistan) per sigillare il confine occidentale.
La seconda ragione concerne gli interessi economici cinesi.
La stabilità del Medio Oriente serve a garantire l’approvvigionamento
energetico della Repubblica Popolare che da qui origina e lo sviluppo
dei progetti infrastrutturali che Pechino sta promuovendo nella cornice
delle nuove vie della seta. Una diramazione terrestre del progetto attraversa la regione per raggiungere l’Europa.
Lo scorso luglio, durante il Syria day expo organizzato dalla China-Arab Exchange Association e l’ambasciata siriana in Cina,
Pechino ha invitato Damasco a prendere parte alle nuove vie della seta e
pianificato per la Siria la ricostruzione di strade, case e del sistema
di approvvigionamento idrico nelle aree devastate dalla guerra. Tra gli
obiettivi annunciati vi era l’investimento da 2 miliardi di dollari per
creare un parco industriale nel paese per ospitare 150 aziende cinesi.a Cina insomma prepara il campo per il dopoguerra, anche se deve evidentemente tenere in conto che la situazione difficilmente potrà essere risolta nel breve periodo.
Nonostante le capacità dello Stato Islamico in Siria siano notevolmente diminuite, la minaccia terroristica è tutt’altro che debellata. Soprattutto, i raid missilistici contro Damasco confermano che il destino di questo paese è al centro degli interessi di Usa,
Russia, Turchia, Iran e Arabia Saudita. Perciò è difficile prevedere se
e quando sarà sufficientemente stabile da favorire gli investimenti
cinesi.
Le turbolenze del Medio Oriente preoccupano in maniera crescente anche i cittadini cinesi
che vi lavorano e spinge i media e i circoli accademici della
Repubblica Popolare a chiedersi se Pechino debba fare di più per
proteggere i suoi interessi. Il dibattito si è intensificato in
particolar modo dopo l’uscita nelle sale cinematografiche cinesi del
film “Operazione Mar Rosso”,
che prende spunto dalla missione di evacuazione di 600 cittadini cinesi
e 225 stranieri dallo Yemen condotta dall’Epl nel 2015.
L’interesse attorno una pellicola che ritrae soldati cinesi in un teatro operativo
meno familiare come il Medio Oriente conferma la rilevanza che questa
regione ha per l’interesse nazionale cinese e la sensibilità di questo
argomento anche sul piano politico-sociale.
L’agenda della Cina
La crisi siriana non è certamente in cima all’agenda di Pechino.
Al contrario del rischio di una guerra commerciale con gli Usa, della
questione di Taiwan e delle riforme da attuare per far maturare
l’economia cinese.
I media cinesi useranno eventuali altri attacchi missilistici statunitensi
e le tensioni tra Washington e Mosca in Siria per criticare gli Usa e
mettere in discussione Trump. Tuttavia, Pechino si guarderà bene
dall’intervenire nella crisi siriana, se non proponendo soluzioni
pacifiche alla crisi in corso e attività per agevolaere lo sviluppo
economico.
Nei prossimi anni, Pechino eleverà il livello delle attività securitarie in Medio Oriente in base all’impatto dell’instabilità regionale sull’interesse nazionale cinese.

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