Come soldati, anche a noi è stato detto di aprire il fuoco contro i manifestanti a Gaza
Shai Eluk
2 aprile 2018,+972 Magazine
Sei
anni fa ero sul confine con Gaza. Gli stessi dimostranti, le stesse
proteste. Anche gli ordini di aprire il fuoco contro assembramenti di
persone sono rimasti gli stessi
Sei
anni fa ero là. Era venerdì 30 marzo 2012, “Giorno della Terra” sul
confine con Gaza. Le manifestazioni iniziarono dopo la preghiera di
mezzogiorno. Un gruppo di cecchini aveva preso posizione la notte
precedente, mentre il resto dell’unità era schierato con armi
antisommossa, vicino alla barriera. L’ordine era chiaro: se un
palestinese avesse superato la zona di sicurezza – 300 metri dalla
barriera all’interno della Striscia di Gaza – si sarebbe dovuto sparare
alle gambe dei “principali sobillatori”.
Questo
ordine, che non ha mai definito esattamente come un soldato dovrebbe
identificare, isolare e sparare a un “principale sobillatore” tra decine
di migliaia di manifestanti, all’epoca mi turbò. Ha continuato a
turbarmi lo scorso fine settimana, dopo che cecchini dell’esercito
israeliano hanno aperto il fuoco contro dimostranti palestinesi sul
confine di Gaza. “Come può essere legittimo un ordine di aprire il fuoco
contro un assembramento di persone?” chiesi al vice comandante della
mia compagnia sei anni fa. Devo ancora avere una risposta.
Cosa
sarebbe successo se quei soldati avessero passato tutto il loro
servizio militare sul fronte di Gaza? Come soldati che avevano appena
terminato la formazione, il “Giorno della Terra” era l’opportunità
ideale per vedere qualche “azione”. Lo stesso può probabilmente dirsi
dei soldati che venerdì hanno ucciso almeno 16 manifestanti. Anche i
loro comandanti molto probabilmente erano eccitati.
Sono
certo che se fossimo stati chiamati a fare lo stesso per anni, qualcosa
sarebbe cambiato. Dopo tutto questa situazione – ogni anno, nello
stesso momento, nello stesso posto, con un’alta probabilità che un
palestinese, non un israeliano, perda la vita – ha un senso solo la
prima volta, soprattutto agli occhi di uno sbarbatello diciottenne.
Ma
qualunque soldato che fosse tornato al confine con Gaza ogni anno, che
avesse visto cadere al suolo un palestinese dopo l’altro, riuscirebbe a
immaginare una soluzione migliore della situazione. Qualunque soldato
che fosse tornato a vedere gli stessi manifestanti avvicinarsi alla
barriera – che, più di ogni altra cosa, significa che la morte possa non
essere un’alternativa così cattiva – capisce che ci deve essere un’altra soluzione.
Uno
dei miei amici ha ucciso un manifestante sul confine con Gaza. Io
faccio parte di un gruppo che porta sulle proprie spalle questa morte.
L’unica differenza tra me e il mio amico è stata il caso. Se fossi stato
mandato al corso per tiratori scelti piuttosto che a quello della
sanità, sarei stato quello che ha sparato. Tutto il gruppo espresse il
proprio appoggio all’operazione, e il sangue – nonostante il fatto che
tutti siamo stati congedati dall’esercito – è ancora sulle nostre mani.
Dubito che qualcun altro oltre a me se ne ricordi.
Ogni
anno è nuovo, e sul confine con Gaza arrivano nuovi comandanti e nuovi
soldati – carne fresca e comandanti con la memoria corta.
I
soldati hanno un privilegio. Ogni tre o sei mesi si spostano in
un’altra zona. Vedono solo una piccola parte della disperazione di Gaza,
ma prima hanno anche la possibilità di elaborare o riflettere su
questo, di andare a vedere la disperazione a Hebron, Ramallah e Nablus.
Il
soldato picchia alla porta della famiglia Abu Awad in piena notte solo
una volta. Spara ai manifestanti del “Giorno della Terra” solo una
volta. Compie arresti per qualche mese, dopodiché è sostituito da un
altro soldato. Poi è congedato.
Gli
abitanti di Gaza e della Cisgiordania stanno celebrando 50 anni di
occupazione. Ma non saranno sostituiti, e nessuno sta arrivando per
congedarli o aiutarli a portarne il peso. Per noi soldati tutto è temporaneo. Per loro questo è permanente.
Shai Eluk è un
ex-soldato della brigata Nahal e un attivista di “Combattants for Peace”
[“Combattenti per la pace”, Ong israelo-palestinese che promuove forme
non violente di lotta contro l’occupazione, ndt.]. Quest’articolo è
stato pubblicato per la prima volta in ebraico su “Local Call” [“Chiamata Locale”, sito web d’informazione in ebraico].
(traduzione di Amedeo Rossi)
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