Amira Hass
L’esercito
israeliano ha confiscato il denaro di Yasmin Eshtayyeh a un valico di
frontiera, definendolo “denaro terrorista” – senza prove, interrogatori o
processi. Lei non ha permesso che le avversità le impedissero di
lottare per riaverlo.
Circa
5.000 shekel (1.425 dollari) mi hanno portato a Yasmin Eshtayyeh; più
precisamente, una combinazione di 357 dollari, 500 shekel e 668 dinari
giordani. Sono le valute e gli importi che le autorità israeliane al
valico di confine con la Giordania hanno tolto, sequestrato e confiscato
dalle borse di Eshtayyeh e di sua sorella Suhad nel 2013. Lo scorso 14
febbraio, un anonimo soldato dell’ufficio del difensore civico della
direzione del Comando Centrale delle Forze di Difesa Israeliane ha
stabilito che Eshtayyeh non ha il diritto di appello o obiezione. Fine della discussione.
E
immediatamente, dietro un’esile storia di israeliani che confiscano
denaro, è apparsa l’intera vita di una giovane donna di 31 anni cieca
dalla nascita. La memoria le dice che si è accorta di essere diversa
solo a 5 anni. I suoi genitori, e in particolare suo padre, Sael,
l’hanno circondata e coccolata protettivamente. Sua madre, Muna, l’ha
sempre lavata e vestita (ancor oggi sua madre le sceglie i vestiti).
Una
volta, una cuginetta andò a trovarla e fecero il bagno insieme.
All’improvviso la cugina scomparve. Dov’era? Era andata a vestirsi. E fu
allora che Yasmin, 5 anni, capì che i bambini della sua età si
vestivano da soli. Poi, o prima, notò anche che per strada gli altri
bambini correvano, saltavano, andavano al supermercato da soli, mentre
lei – qualcuno la teneva sempre per mano. Gli indizi erano sempre più
numerosi. Il concetto di vista non le era ancora del tutto chiaro, ma lo
era la sua differenza dagli altri.
La
coscienza dell’esistenza di un’entità suprema che tutto governa ha
preceduto la sua consapevolezza della cecità e del senso della vista.
Almeno questo è quello che le dice la memoria. All’età di 4 anni o giù
di lì – nel 1991 – la famiglia era seduta nel cortile di casa nel
villaggio di Salem, a est di Nablus.
“All’improvviso
qualcuno ha gridato: ‘Vieni qui, altrimenti sparo'”, racconta. Il
“vieni qui” era in ebraico, il resto in arabo. Sapeva già cosa fosse
sparare. A quanto pare aveva anche sentito la parola “esercito”. I colpi
sull’asfalto che aveva sentito, lo sapeva, erano pietre lanciate dai
bambini. Le parole non si erano ancora trasformate in un concetto
completo. Quello fu il suo primo incontro cosciente con la voce di un
soldato, rappresentante del dominio in terra.
“Pensavo
che un soldato fosse un essere gigantesco”, ricorda. “Più grande delle
persone normali. Non capivo come potesse comportarsi in questo modo,
contro gli esseri umani.” Come per molti altri, “ebreo” e “soldato”
divennero sinonimi nel suo lessico. Fu la più grande tragedia della sua
vita, a 17 anni, a permetterle di distinguere tra i due.
Non
dimenticherà mai il soldato di nome Uri. “Uno dei peggiori che ho visto
nella mia vita”, dice. Usando proprio questa parola: “visto”. Nel
dicembre 2013 partecipava con altre donne palestinesi ad un incontro ad
Amman sul progresso dei diritti delle donne disabili in Medio Oriente.
La ragazza che aveva scoperto solo a 5 anni che le bambine si vestono da
sole era ora titolare di un master in inglese e in traduzione, e abile
rappresentante delle donne disabili che vogliono integrarsi nella
società e nel lavoro.
Eshtayyeh
lavorava per l’organizzazione palestinese ‘Stars of Hope’, fondata per
promuovere l’integrazione delle donne con disabilità, e ha rappresentato
l’organizzazione ad una conferenza sotto l’egida delle Nazioni Unite in
dicembre. Sua sorella si è unita a lei come accompagnatrice. Quando
sono tornate, il 22 dicembre, le altre donne hanno attraversato il
valico al-Karameh (“dignità” in arabo) (noto anche come il valico di
Allenby) senza incidenti ma, con loro grande stupore, lei e sua sorella
sono state trattenute.
Furono
fermate al controllo dei passaporti, fu loro chiesto di rimuovere i
copricapo e i cappotti e di togliersi le scarpe. Furono perquisite
corporalmente e furono presi loro i soldi trovati nelle borse. Eshtayyeh
racconta della stanza angusta in cui furono portate, dell’acqua
potabile che non venne loro offerta e del bagno a cui non fu loro
permesso di andare, e del soldato Uri, che non le lasciava muovere, e
gli urlava contro. C’era anche un poliziotto israeliano che si presentò
come Ahmed. “Mi disse: ‘Siamo preoccupati che qualcuno di Hamas possa
usarti.’ Risposi che avevo studiato all’università, viaggiato all’estero
e lavorato, e che non avevo mai permesso a nessuno di approfittarsi di
me.”
Furono
interrogate sulla provenienza del denaro. La risposta era facile: 500
shekel (attualmente $ 142) e altri 98 dinari ($ 138) provenivano dal suo
stipendio alla Birzeit University, dove lavorava come consulente presso
il Center for Development Studies. Era molto orgogliosa di potersi
mantenere e aiutare la famiglia. Aveva ricevuto altri dollari da ‘Stars
of Hope’ per coprire le spese del viaggio, e avrebbe dovuto restituire
quanto rimasto. Il denaro preso a sua sorella veniva da alcune ragazze e
donne della famiglia che volevano gli comprassero dei cosmetici nella
capitale giordana. Ma le giornate alla conferenza erano state più lunghe
e intense di quanto ci si aspettasse, avevano avuto poco tempo per fare
compere e, soprattutto, avevano scoperto che Amman non era meno cara.
Nonostante
le spiegazioni, prima che se ne andassero fu consegnata loro una
notifica della polizia israeliana in cui si dichiarava che i loro soldi
erano stati sequestrati “per via del sospetto trasferimento di fondi
collegati a un’associazione illegale, e il comandante delle forze
israeliane in Giudea e Samaria [ la Cisgiordania] intende confiscare il
denaro sequestrato”. Verso le 01:30, di quel giorno di dicembre di
quattro anni fa, dopo un ritardo di otto ore, fu loro permesso di
lasciare il terminal vuoto. Pregarono che gli fossero lasciati un po’ di
soldi per poter prendere un taxi per tornare a casa. Quelli che avevano
preso i loro soldi rifiutarono. Allora aspettarono qualche ora in più
che uno zio arrivasse in macchina nel mezzo della notte dall’area di
Nablus per venirle a prendere.
Quello
fu l’inizio di una saga burocratica e legale che continua fino ad oggi,
che ha introdotto nella vita di Yasmin Eshtayyeh non solo soldati e
agenti di polizia ma anche i giudici della Corte Suprema Elyakim
Rubinstein (ora in pensione), Noam Sohlberg e Menachem Mazuz.
Due
amici israeliani hanno scritto al consulente legale militare in Giudea e
Samaria, chiedendo che i soldi fossero restituiti. La risposta del
consulente legale è arrivata l’8 aprile 2014. Dichiarava che solo un
giorno prima, cioè il 7 aprile, era stato emesso un ordine di confisca
del denaro, “alla luce della presentazione di informazioni di
intelligence affidabili e comprovate.” Senza prove, senza evidenze,
senza spiegazioni né dettagli, senza ascoltare ciò che le donne avevano
da dire. Non sono state arrestate, non sono state convocate per un
interrogatorio sul reato che avrebbero presumibilmente commesso, non
sono state processate.
Fino
al 25 dicembre 2013, i palestinesi le cui proprietà fossero state
confiscate per ordine del comandante militare potevano almeno ricorrere a
un tribunale militare. Ma quel giorno il maggiore Gen. Nitzan Alon,
all’epoca capo del Comando centrale e sovrano in Cisgiordania, firmò un
ordine che privava i tribunali militari di tale autorità ed esonerava
quindi i confiscatori dal dover fornire una parvenza di prova e
trasparenza.
In
una società in cui famiglie anche numerose dipendono da un solo
stipendio, dove il salario minimo mensile è di 1.400 shekel ($ 405), e
molte donne guadagnano anche meno di questo, 5.000 shekel ($ 1.425) sono
una grande quantità di denaro. Le sorelle si sono rivolte a Yesh Din:
Volunteers for Human Rights, un’organizzazione che opera in Israele e in
Cisgiordania. Gli avvocati di Yesh Din Michael Sfard, Emily Schaeffer
Omer-Man e Noa Amrami hanno presentato una petizione all’Alta Corte di
Giustizia a loro nome. La petizione sosteneva che l’ordine di confisca
era illegale, così come la negazione del diritto di ricorso. L’Alta
Corte ha unito la loro petizione a due casi simili. I giudici non hanno
nemmeno considerato i casi di confisca nelle petizioni e hanno stabilito
che non vi fosse alcun impedimento legale nell’ordine del capo del
Comando centrale che negava il diritto di appello. Allo stesso tempo,
hanno suggerito che l’esercito rendesse possibile “un forum di
opposizione o appello sulle decisioni di confisca”, per ridurre il
numero di petizioni all’Alta Corte. Pensavano che i casi specifici che
erano stati loro sottoposti avrebbero potuto essere risolti nel quadro
di un simile “forum”.
L’esercito
ha accettato la proposta, con una differenza sostanziale: è stata
debitamente istituita una commissione composta da rappresentanti
dell’ufficio dell’avvocato militare, del Corpo di intelligence e
dell’Amministrazione civile, ma la sua autorità è stata limitata a
discutere di “sequestro di oggetti”, una fase precedente alla confisca.
Chiunque la cui proprietà fosse già stata dichiarata confiscata avrebbe
dovuto dirle addio. Lo scorso maggio, i giudici hanno espresso
soddisfazione, hanno dichiarato che la petizione aveva “raggiunto un
obiettivo importante” e ordinato allo stato di pagare ai rappresentanti
dei tre ricorrenti le spese legali di 10.000 shekel ($ 2.850).
Per
Yasmin e Suhad Eshtayyeh questo era un risultato kafkiano. Grazie alla
loro e ad altre petizioni, i giudici avevano suggerito che l’ordine
fosse emendato ed è stata istituita una commissione militare per
ascoltare le obiezioni, ma esse stesse non potevano comparire dinanzi
alla commissione perché i loro soldi erano già stati dichiarati
“confiscati”. Sfard e un altro avvocato di Yesh Din, Sophia Brodsky,
hanno chiesto a un rappresentante del pubblico ministero, l’avvocato Roy
Shweika, di trovare una via d’uscita. Questi ha rifiutato. Hanno
chiesto un chiarimento al tribunale, che aveva erroneamente pensato che
il verdetto avesse suggerito una soluzione anche per i ricorrenti. Lo
scorso novembre, il giudice Sohlberg ha stabilito che, per quanto lo
riguardava, le sorelle potevano presentare una nuova petizione. In altre
parole, altre spese legali da pagare, e altro impegno. Più tempo e risorse mentali e materiali sprecate.
Gli
avvocati quindi hanno scritto all’attuale capo del Comando Centrale, il
generale maggiore Roni Numa, e al consigliere legale, tenente generale
Eyal Toledano, nella speranza che forse avrebbero accettato di essere
più flessibili, revocare l’ordine di confisca e consentire alle sorelle
di presentare la loro obiezione alla commissione che era stata istituita
grazie alla loro petizione. Ma il soldato anonimo dell’ufficio del
difensore civico nell’ufficio del consulente legale, che ha risposto il
mese scorso, si è attenuto ad una spiegazione che si morde la coda: le
informazioni che hanno portato alla confisca (senza il diritto di
appello) erano solide e affidabili, la commissione discute solo ricorsi
sui sequestri prima della confisca. “Il caso del vostro cliente non è
compatibile con l’autorità della commissione.” Richiesta negata.
L’Unità
Portavoce dell’esercito israeliano, rispondendo a una richiesta di
chiarificazioni, ha detto ad Haaretz: “Nel 2014, i soldi confiscati ai
palestinesi citati nell’articolo, secondo informazioni attendibili,
erano denaro del terrorismo proveniente dall’organizzazione di Hamas”.
Tra l’altro, Hamas non è mai stato menzionato nelle notifiche ufficiali
che le due hanno ricevuto.
Vedere il mare
“Sappiamo
che il cambiamento è possibile”, afferma la “Guida per la
sensibilizzazione (pubblica) e la difesa dei soggetti disabili: concetti
e relativa applicazione”, pubblicata dal Centro di studi sullo sviluppo
della Birzeit University. Yasmin Eshtayyeh è uno degli autori della
guida. Il centro unisce lo sviluppo del pensiero teorico all’attività
pubblica e sociale. Yasmin vi ha lavorato come consulente in un progetto
che è durato circa un anno e mezzo, sull’atteggiamento della società
nei confronti delle persone con disabilità. La guida menziona, come
prova della possibilità di cambiare, le attività delle associazioni
palestinesi di persone disabili e una legge palestinese del 1999 che
chiarisce i loro diritti. Nell’aprile 2015, ha preso parte a un evento
pubblico in cui ha parlato di come le persone possano aiutare il
cambiamento col loro crederci. L’occasione era l’annuale cerimonia del
Memorial Day tenuta dall’organizzazione israelo-palestinese Combatants
for Peace (Combattenti per la Pace), a cui era stata invitata come
figlia in lutto: un colono di Itamar, Yehoshua Elitzur, aveva
assassinato suo padre Sael il 27 settembre 2004.
Nel
suo discorso ha dichiarato: “La rabbia e l’odio che mi accompagnavano
avrebbero probabilmente continuato a perseguitarmi se non avessi
incontrato altri ebrei”. Pochi giorni dopo l’omicidio di suo padre, gli
attivisti del ‘Villages Group’ (associazione di israeliani e palestinesi finalizzata a sviluppare reciproci rapporti umani, ndtr.)
in Israele si sono recati nel suo villaggio per esprimere le loro
condoglianze e la loro rabbia. Eshtayyeh ha detto al pubblico alla
cerimonia che in un primo momento si era rifiutata di stringere la mano a
una delle attiviste, “perché era ebrea.” Gradualmente, ha ceduto e ha
conosciuto altri membri del gruppo di attivisti. Loro e altri ebrei
israeliani l’hanno portata a credere nei cambiamenti che possono
promuovere le persone. Al villaggio uno degli attivisti ha dato lezioni
di musica. Eshtayyeh è stata invitata come interprete. Si è innamorata
dell’arpa, che le ha permesso di “vedere il mare, dove non sono mai
andata”, e ha cominciato a imparare a suonare lo strumento.
Dopo la cerimonia si è unita al Parents Circle-Families Forum (il forum delle famiglie in lutto) e da allora ne è membro attivo.
Suo
padre ha lavorato per 18 anni in una società con sede a Rishon Letzion
che distribuisce bombole di gas da cucina. Fu licenziato da quel lavoro
durante la seconda intifada. All’età di 46 anni, ha iniziato a lavorare
come conducente di un taxi collettivo. Ai tempi dei blocchi stradali e
delle strade chiuse ai palestinesi, ciò significava viaggiare su strade
sterrate e superare le lunghe code ai posti di blocco per portare la
gente al lavoro, a scuola, al mercato e alle cliniche mediche.
Alla
cerimonia commemorativa ha detto: “Mio padre era l’unico a provvedere
per noi. E il peggior incubo della nostra vita accadde il 27 settembre
2004. Mio padre andò a lavorare come faceva ogni giorno, e quando
imboccò una tangenziale costruita dai coloni, in modo che potessero
viaggiare senza sfiorare i palestinesi, un colono lo attaccò e gli sparò
al cuore. L’assassino è un tedesco che si è convertito al giudaismo e
vive in un avamposto di coloni vicino a Itamar. “
L’assassino,
che fu condannato per omicidio colposo, fu per qualche ragione messo
agli arresti domiciliari dopo l’omicidio e di nuovo dopo la condanna.
Prima che la sentenza fosse pronunciata, scomparve. Il corrispondente di
Haaretz Shay Fogelman lo ha cercato, in un viaggio labirintico che
combinava il lavoro investigativo con la storia, a cui ha dedicato
cinque anni della sua vita e che si è trasformata in un film che sarebbe
stato proiettato pochi mesi dopo. Nel frattempo, Yehoshua Elitzur è
stato rintracciato in Brasile, da cui è stato estradato in Israele a
metà gennaio di quest’anno. Ora è in prigione, in attesa della condanna.
La
caccia a Elitzur ha portato Fogelman vicino alla famiglia Eshtayyeh.
Yasmin lo ricorda con particolare affetto. È stato testimone
dell’assurda situazione in cui si trovano molte famiglie palestinesi i
cui cari siano stati uccisi da soldati o civili israeliani: il servizio
di sicurezza Shin Bet e l’esercito li considerano “pericolosi”. La
conseguenza è che quasi ogni anno i soldati vengono mandati a irrompere
nella casa della famiglia di Yasmin nel cuore della notte a fare
perquisizioni. “Va bene che perquisiscano, ma lasciano sempre dietro di
sé cose rotte e un gran casino”, dice.
Due
anni fa, Eshtayyeh e suo fratello minore, Mohammed, anche lui cieco
dalla nascita, sono andati allo Sheba Medical Center di Tel Hashomer per
una visita oculistica speciale. I due potrebbero essere idonei
all’impianto di un dispositivo che consenta loro di vedere. La madre,
che ha 57 anni, li ha accompagnati. Al checkpoint le è stato detto:
“Accesso negato”. I due hanno aspettato che degli amici del forum delle
famiglie delle vittime venissero a accompagnarli. Da quando ha
intensificato la sua attività nel forum, anche Yasmin è stata aggiunta
alla lista dei palestinesi cui viene negato l’ingresso in Israele, dopo
molti anni in cui ha sempre ottenuto i permessi.
Nonostante
i suoi titoli accademici e il successo in progetti a tempo definito,
Eshtayyeh non riesce a trovare un lavoro fisso – il suo più grande
desiderio. L’implementazione della legge palestinese per l’integrazione
dei disabili nella società è in ritardo, afferma, e le persone con
disabilità continuano a sentirsi discriminate. Anche quelli che ci
vedono e non hanno bisogno di usare una sedia a rotelle spesso hanno
bisogno di appoggi per trovare un lavoro. La discriminazione contro le
donne con disabilità è ancora più acuta e le diffidenze della società
sono ancora più forti: una donna cieca ha poche possibilità di crescere
una famiglia.
Eppure,
raccontami dei giorni felici della tua vita, le ho chiesto qualche
settimana fa mentre eravamo sedute sulla veranda della loro casa. Un
grande sorriso ha illuminato la sua faccia: “I due giorni più felici
della mia vita sono state le feste che la mamma ha organizzato per me in
onore della mia prima laurea, in lingua e letteratura inglese, e poi
per la mia seconda laurea, in traduzione”, ha detto. C’erano tutti e di
tutto. Le danze popolari di Debka, i fuochi d’artificio, i vestiti delle
feste, una pettinatura speciale sotto il fazzoletto e decine di persone
della famiglia e del villaggio venute a condividere la sua gioia e il
suo orgoglio.
(Traduzione di Luciana Galliano)
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