Ugo Berga
è nato a Casale il 24 gennaio 1922. Il papà Olivio era un operaio,
militante antifascista che morì quando Ugo aveva due anni, essendo
rimasto molte ore di notte nelle gelide acque di un ruscello dove si
era rifugiato per sfuggire alle camicie nere che lo cercavano. La
madre Lidia era la seconda dei sette figli Montagnana, anch’essa
coinvolta nella lotta contro il fascismo ma in modo meno intenso
delle sorelle Rita ed Elena e del fratello Mario. Ugo è stato
commissario politico della 106a Brigata Garibaldi nella
media Val di Susa, partecipando a numerose azioni e, nell’aprile del
1945, alla liberazione di Torino.
Caro Ugo, comincerei dall’argomento che probabilmente interessa di
più i lettori di Ha Keillah: l’origine ebraica della tua famiglia.
Hai frequentato la scuola ebraica? Hai fatto il bar mitzvah? Ti
recavi spesso al tempio? Che effetti ebbero su di te le leggi
razziali?
Ti rispondo subito che non ho frequentato la scuola ebraica, non ho
fatto il bar-mitzvà e non mi recavo mai in sinagoga. Ho vissuto gli
anni della giovinezza nella casa della famiglia Montagnana nel
quartiere operaio di Borgo San Paolo, insieme a mia madre, ai miei
zii Clelia e Massimo ed alla nonna soprannominata Nonna Cita. Di mio
nonno Moise e dei nove suoi fratelli si diceva in gergo
ebraico-piemontese che erano niscadut d’alegher ossia poveri
ma allegri. Nonna Cita era stata educata ebraicamente, festeggiava
Pesach e digiunava a Kippur; portava i figli in sinagoga e li aveva
fatti preparare per il bar-mitzvà o il bat-mitzvà. Poi si allontanò
dalla Comunità all’epoca della I Guerra Mondiale quando udì il
rabbino benedire le armi. Così i miei legami con l’ebraismo si
ridussero alle ricorrenze che Nonna Cita rispettava; tant’è che in
seconda elementare, quando la maestra mi chiese perché non dicevo le
preghiere, risposi laicamente: “perché sono libero pensatore”.
Naturalmente le leggi razziali mi costrinsero a lasciare la scuola,
anche se poi ho superato l’esame di abilitazione magistrale come
privatista. Nel 1942 fui precettato: insieme a molti altri giovani
ebrei fui mandato una mattina di febbraio a spalare la neve, ma dopo
qualche giorno rimanemmo in pochissimi (gli altri erano rimasti a
casa). Poi, fui portato a trasportare legna del Comune e in questa
occasione conobbi Emanuele Artom. Negli ultimi giorni incontrai
molti altri ebrei che parteciparono alla Resistenza: Mariolino Levi,
Raffaele Gallico, i miei cugini Vittorio e Rino Sacerdote.
Posso dunque pensare che fin da giovane sentissi un legame più forte
con il movimento comunista e con l’antifascismo che non con
l’ebraismo?
Nella famiglia Montagnana - chi più chi meno
- erano tutti legati al
movimento operaio, prima socialisti e poi comunisti. I discorsi che
si facevano in casa erano naturalmente antifascisti e la speranza
era sempre quella della caduta del fascismo. Negli anni successivi
alla Grande Guerra (ero ancora piccolo) nella nostra casa passarono
alcuni personaggi diventati famosi come Gramsci e Togliatti. Capisci
dunque che assorbivo le idee comuniste e antifasciste che sentivo
ripetere così spesso, mentre di ebraismo si parlava ben poco.
Ma veniamo alla tua partecipazione alla lotta partigiana contro i
fascisti ed i tedeschi. Quando e come è iniziata la tua storia di
resistente?
In casa non si era mai posto il problema se entrare o meno nella
Resistenza, era una scelta automatica. Dopo il 25
luglio sono entrato nel Partito Comunista e ho subito partecipato al
lavoro organizzativo, anche se il partito era tuttora clandestino.
Sfollato con i miei nel paese di San Giorio nella media Val di Susa
dove la famiglia di mio padre aveva una piccola dimora, mi aggregai
ad una compagnia di Alpini di Susa che si erano accampati nei
boschi. Quando le prime bande di ribelli si fusero trasformandosi in
brigate, divenni commissario politico della 106a Brigata
Garibaldi. A San Giorio tutti sapevano che eravamo ebrei ma non vi
fu mai una delazione.
Mi puoi raccontare qualche evento di particolare rilievo durante i
tuoi diciotto mesi di guerra in montagna?
Bisogna ricordare che per quasi tutta la durata della Resistenza i
partigiani della Val di Susa disponevano di un armamento limitato
che non avrebbe permesso uno scontro prolungato con i nazifascisti.
Si preferiva allora operare con azioni di sabotaggio, prendendo di
mira i ponti e la ferrovia. Già nel dicembre ’43 portammo a termine
una operazione considerata straordinaria: il crollo del viadotto
ferroviario tra Bussoleno e Meana che causò l’interruzione della
linea per tre mesi, con pesanti conseguenze per i tedeschi. Posso
ricordarti anche l’attacco ad una tradotta di rifornimento nel
febbraio del ’45 tra Bussoleno e Meana, che bloccò la ferrovia per
due giorni.
E dopo la Liberazione, hai continuato una qualche forma di impegno
politico?
Come dipendente delle ferrovie sono stato attivo nel sindacato di
categoria della CGIL; quando sono andato in pensione sono stato
amministratore per quindici anni dello SPI CGIL (sindacato dei
pensionati). Naturalmente ho partecipato a tante iniziative dell’ANPI
che celebravano fatti e uomini della Resistenza.
Per concludere, una domanda un po’ impertinente: cosa
ne pensi dell’Italia nata dalla Resistenza? E soprattutto, cosa
pensi della situazione politica italiana oggi?
Come
molti dei partigiani ancora vivi, osservo con tristezza l’evoluzione
dei movimenti politici e dei governi. Cerco, come posso, di oppormi
a quelli che a me sembrano soprusi, cerco di ribellarmi, cerco
appunto di resistere. Per questo motivo ho dato il mio sostegno al
Movimento NoTav, partecipando a diverse sue iniziative.
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