Shir Hever Chi trae vantaggio dal mantenere Gaza sull'orlo della catastrofe umanitaria?



Shir Hever Chi trae vantaggio dal mantenere Gaza sull'orlo della catastrofe umanitaria?

Mantenere Gaza sull’orlo del collasso fa sì che l’aiuto umanitario internazionale continui a fluire esattamente dove fa comodo agli interessi israeliani
La striscia di Gaza è sull’orlo di una crisi umanitaria. Vi suona familiare? Abbiamo sentito parlare di continuo dell’imminente collasso del sistema dell’acqua potabile, delle fogne, della salute e dell’elettricità di Gaza almeno dallo scoppio della Seconda Intifada, 18 anni fa.
Nel loro libro The One State Condition Ariella Azoulay e Adi Ophin cercano di dare una risposta alla domanda: che interesse ha Israele a mantenere Gaza sull’orlo del collasso? La loro risposta rimane valida pure 15 anni dopo: mantenere i palestinesi perpetuamente sull’orlo del baratro è una prova della vittoria finale di Israele. I palestinesi non possono prendere in mano le proprie vite, poiché Israele può sottrargliele in ogni momento. Questa è la base della chiara relazione di dominio sui palestinesi.
Ma anche se la risposta è vera, non è sufficiente. C’è anche una risposta economica. Finché Gaza rimane sull’orlo del collasso, i donatori internazionali mantengono il flusso di denaro dell’aiuto umanitario. Se la crisi finisse e l’assedio fosse tolto, si può assumere che i donatori internazionali cambierebbero il tipo di aiuto offerto e invece dell’aiuto umanitario tornerebbero a focalizzarsi sull’aiuto allo sviluppo dell’economia di Gaza (come fecero dal 1994 al 2000, fino allo scoppio della seconda intifada). Questo tipo di aiuto competerebbe con certi settori delle imprese israeliane e pertanto minaccerebbe l’economia israeliana. Mantenere Gaza sull’orlo del collasso fa si che il flusso monetario di aiuto umanitario internazionale scorra esattamente dove beneficia gli interessi israeliani.
Alla luce del crescente rafforzamento della destra populista che raffigura i palestinesi come nemici totali dello stato di Israele, dobbiamo chiederci perché il governo israeliano abbia rifiutato la sua seconda opportunità di fuoriuscire “dall’orlo del baratro” – cioè determinare una crisi umanitaria peggiore e causare morti in massa a Gaza e in generale nei territori occupati. Nonostante l’odio che si acutizza sempre più contro i palestinesi, il governo israeliano ha chiaramente agito per evitare questo tipo di scenario, permettendo la consegna di medicine e di macchine di desalinizzazione (finanziate da aiuti internazionali) al fine di evitare morìe di massa a Gaza. Ma perché?
Nonostante numerose proteste dal lato palestinese, gli Accordi di Parigi siglati nel 1994 continuano a costituire il quadro delle principali regolamentazioni economiche tra Israele e l’Autorità palestinese, includendo la Striscia di Gaza. Israele controlla il regime doganale, e perciò non ci sono dazi su beni importati da Israele ai territori occupati, mentre ce ne sono sui beni importati dall’estero.
Alle organizzazioni umanitarie internazionali viene richiesto di dare aiuto nel modo più efficiente possibile. Devono comprare il cibo più economico disponibile per aiutare il più alto numero possibile di persone con il loro budget. Anche se il cibo è più economico in Giordania ed Egitto, il cibo importato da Giordania e Egitto nei territori occupati palestinesi è tassato. Le tasse, in linea principio, vanno nelle casse della Autorità palestinese, ma questa non può essere una considerazione da tenere in conto per le organizzazioni umanitarie. Al contrario a queste viene richiesto di acquistare la maggior parte dei beni che distribuiscono da imprese israeliane, a meno che importarle da un altro paese, inclusi i dazi doganali, sia ancora più economico del prezzo in Israele.
In aggiunta, le regole di sicurezza israeliane richiedono alle organizzazioni umanitarie di usare imprese di trasporto e veicoli israeliani, poiché alle imprese palestinesi non è concesso entrare in Israele a prendere i beni dagli aeroporti o dai porti. Ancora più significativo è il fatto che i palestinesi non hanno una propria moneta né una banca centrale: il supporto finanziario deve essere dato in Shekel israeliani. La moneta straniera rimane nella Banca di Israele e le banche commerciali israeliane ne approfittano con numerosi ricarichi nel corso delle transazioni.
Nei fatti questo significa che Israele esporta l’occupazione: fino a che la comunità internazionale é disponibile a contribuire finanziariamente per evitare una crisi umanitaria a Gaza, le imprese israeliane continueranno a fornire beni e servizi e ricevere in cambio pagamenti in moneta straniera.
In uno studio che ho condotto per l’organizzazione palestinese Aid Watch nel 2015, ho osservato la correlazione tra l’aiuto internazionale, da un lato, e il deficit in commercio di beni e servizi tra le economie israeliana e palestinese dall’altro. I dati per lo studio vanno dal 2000 al 2013. Ho trovato che il 78 per cento dell’aiuto ai palestinesi trova la sua strada verso l’economia israeliana. Questa è una cifra approssimativa, di sicuro. Dobbiamo ricordare che non è semplicemente un profitto pulito per le imprese israeliane ma una entrata. Le imprese israeliane hanno bisogno di offrire beni e servizi per i soldi e si fanno carico dei costi di produzione.
Alla luce di queste statistiche, è facile capire il gap tra le dichiarazioni populiste del governo contro i palestinesi e i passi che vengono fatti in modo consistente per aumentare l’aiuto internazionale ai palestinesi.
Durante un incontro di emergenza dei paesi donatori a gennaio, il ministro della cooperazione regionale Tzahi Hanegbi ha presentato un piano da milioni di dollari per ricostruire la striscia di Gaza- finanziato dall’estero, ovviamente. Il piano del ministro dei trasporti Yisrael Katz’s di costruire un isola artificiale a largo della costa di Gaza parimenti ha suggerito che i finanziatori stranieri si assumano parte del costo dell’occupazione, portando cash straniero nelle casse israeliane, e, al tempo stesso, evitando che la situazione a Gaza si deteriori fino a un punto di non ritorno.
Il quadro qui presentato non è nuovo. È chiaro agli stati contribuenti, alle organizzazioni internazionali di aiuto umanitario, all’esercito israeliano e al governo israeliano. Ovviamente è chiaro pure ai palestinesi, che hanno bisogno di aiuti ma che capiscono che questo rende il lavoro dell’occupazione più facile per le autorità israeliane.
Comunque c’è anche un serio problema in questo quadro. Presuppone l’esistenza di uno stato chiamato “l’orlo del baratro” della crisi umanitaria e genera infinite discussioni sul fatto che lo stato attuale costituisca una crisi o no. Ma quando esattamente la situazione economica a Gaza costituirà una crisi umanitaria? Quante persone devono morire prima che l’assedio sia levato per evitare di raggiungere quel punto, oltre il quale masse di persone affamate, malattie e disintegrazione del tessuto sociale non si potranno fermare?
La più importante iniziativa recente di aiuto per superare questa situazione è quella della flottilla. Le flottilla hanno portato aiuto ai palestinesi in coordinamento con le richieste specifiche degli abitanti di Gaza, per beni ai quali non è concesso di passare la frontiera di Kerem Shalom. Senza usare la moneta israeliana e senza pagare tasse al tesoro israeliano, le navi hanno cercato di portare aiuto direttamente, senza mediazioni. Non ci sorprende che la risposta israeliana è stata violenta – l’esercito ha ucciso 9 attivisti sulla nave Mavi Marmara nel maggio 2010.
Ma cosa farebbe il governo israeliano se le maggiori agenzia di aiuto adottassero una simile modalità di azione per dare ai palestinesi aiuti diretti, senza usare imprese israeliane e senza pagare tasse alle autorità israeliane? La strategia dimostrerebbe l’interesse economico che Israele ha nel mantenere Gaza “sull’orlo baratro” e forzerebbe il governo israeliano a scegliere: prendere direttamente il controllo delle vite dei palestinesi e pagare il costo correlato, o permettere alle agenzie internazionali di offrire aiuto nelle condizioni che possono scegliere i palestinesi: aiutandoli a venire fuori dalla crisi. Questo non cancellerebbe la responsabilità Israeliana per i palestinesi – come è definita dal diritto internazionale – ma eliminerebbe l’incentivo finanziario a mantenere l’occupazione e l’assedio di Gaza.

Shir Hever è un economista e giornalista israeliano, Tra i suoi libri ricordiamo The Political Economy of Israeli occupation,  2010, e The Privatization of Israeli Security, 2017.  Purtroppo i suoi libri non sono mai stati tradotti in italiano.
L’articolo è stato pubblicato per +972mag.com
Traduzione a cura di DINAMOpress



 ut in 10 days
In their book “The One State Condition,” Ariella Azoulay and Adi Ophir attempt to answer the question, what interest does Israel have in keeping Gaza on the verge of collapse? Their answer remains valid even after fifteen years: keeping the Palestinians perpetually on the brink is proof of Israel’s conclusive victory. The Palestinians cannot take their lives as given, for Israel can take their lives at any time. This is the basis of Israel’s relation of clear relation of dominance over the Palestinians.
But while this answer is true, it is not sufficient. There is also an economic answer.  As long as Gaza remains on the brink of collapse, international donors keep the flow of humanitarian aid money going. If the crisis were ended and the siege lifted, it is safe to assume that that the international donors would change the type of aid they provide and return to focus on the development of the Gazan economy (as they did from 1994—2000, until the outbreak of the Second Intifada). This type of aid would likely compete with certain branches of Israeli companies and therefore threaten the Israeli economy. Keeping Gaza on the verge of collapse keeps international humanitarian aid money flowing exactly to where it benefits Israeli interests.
In light of the growing strength of the populist right, which portrays Palestinians as total enemies of the state of Israel, we must ask why the Israeli government has refused its second opportunity to exit the situation of “the brink” — to prompt an even worse humanitarian crisis, and cause mass death in Gaza and in the occupied territory more generally. Despite the ever-deepening national hatred for the Palestinians, the Israeli government has clearly acted to prevent this kind of scenario, allowing emergency deliveries of medicine and desalination machines (internationally funded) to prevent mass death in Gaza. But why?
Despite numerous protests from the Palestinian side, the Paris Agreements signed in 1994 continue to constitute the framework for the main economic agreements between Israel and the Palestinian Authority, including the Gaza Strip. Israel controls the customs regime, thus there is no import duty on goods imported from Israel to the occupied territories, while there is on goods imported from abroad.
International aid organizations are required to provide humanitarian aid in the most efficient way possible. They must purchase the cheapest food available to aid the greatest number of people within their budget. Though food is cheaper in Jordan and Egypt, food imports from Jordan and Egypt to the occupied Palestinian territory are taxed. The taxes, in principle, go to the PA coffers, but this cannot be a consideration for the aid organizations. Instead, they are required to purchase most of the goods they distribute from Israeli companies, unless importation from another country, including import taxes, will still be cheaper than the price in Israel.
Additionally, Israeli security regulations require aid organizations to use Israeli transportation companies and vehicles, since Palestinian companies are not allowed to enter Israel to pick up goods from airports or sea-ports. Even more significant is the fact that the Palestinians do not have their own currency or central bank: financial assistance must be given in New Israeli Shekels. The foreign currency remains in the Bank of Israel, and Israeli commercial banks collect numerous service charges along the way.
What this means, in fact, is that Israel exports the occupation: as long as the international community is willing to contribute financially to prevent a humanitarian crisis in Gaza, Israeli companies continue to supply them with goods and services and receive payment in foreign currency.
The picture I’ve presented here is not new. It is clear to the contributing countries, the international aid organizations, the Israeli army, and the Israeli government. It is, of course, clear to the Palestinians, who need the aid but who also understand that it makes the work of occupation easier for the Israeli authorities.
However, there is also a serious problem with this picture. It presupposes the existence of a state called “the brink” of humanitarian crisis and generates endless discussion of whether the current state of affairs constitutes a crisis or not. But when exactly do the economic conditions in Gaza constitute a humanitarian crisis? How many people need to die before the siege is lifted to avoid reaching the point, beyond which mass starvation, disease and the disintegration of the social fabric cannot be stopped?The most important recent aid initiative to move beyond this situation is the flotilla initiative. The flotillas provide aid to Palestinians in coordination with Gaza residents’ specific demands for goods that are not permitted to cross through Kerem Shalom. Without using Israeli currency and without paying customs duties to the Israeli treasury, the boats attempt to provide the aid directly, without a middle-man. Unsurprisingly, the Israeli response has been violent – the army killed nine activists on the Mavi Marmara ship in May 2010.
But what would the Israeli government do if the major international aid organizations adopted a similar mode of action to supply the Palestinians with aid directly, without using Israeli companies and without paying taxes to the Israeli authorities? This strategy would expose the economic interest Israel has in keeping Gaza on “the brink” and would force the Israeli government to choose: take direct control over the lives of the Palestinians and pay the costs involved, or allow the international humanitarian organizations to supply aid under the conditions of their choosing, therefore helping the Palestinians out of the crisis.
This would not abrogate Israel’s responsibility for the Palestinians — which is delineated by international law — but it would eliminate Israel’s financial incentive to maintain the occupation and the siege of Gaza.
Shir Hever is an economic researcher and journalist living in Heidelberg, Germany. His latest book, The Privatisation of Israeli Security, was published by Pluto Press in 2017. A version of this article first appeared in Hebrew at Local Call. Read it here.
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