Nota redazionale:
l’articolo che segue non riflette per niente le opinioni della
redazione di Zeitun. A nostro parere alcune affermazioni sono
palesemente contrarie alla situazione in Palestina e distorcono la
realtà sul terreno e il carattere storico del sionismo e dello Stato di
Israele. Riteniamo tuttavia interessante proporlo ai lettori del sito in
quanto ci pare estremamente significativo che persino uno dei massimi
rappresentanti dell’ebraismo mondiale, esplicitamente schierato sempre e
comunque con Israele (come lui stesso sostiene in questo testo) prenda
una posizione critica nei confronti delle politiche messe in atto
dall’attuale governo israeliano e dalla sua strategia annessionista.
RONALD S. LAUDER
Mentre
lo Stato di Israele si avvicina al suo settantesimo anniversario, sono
molto orgoglioso quando vedo il vulnerabile Stato ebraico della mia
infanzia trasformato nella nazione prospera e forte che è oggi.
In
quanto presidente del Congresso Mondiale Ebraico, credo che Israele sia
fondamentale per ogni identità ebraica e lo sento come mia seconda
patria. Eppure oggi temo per il futuro della nazione che amo.
È
vero, l’esercito israeliano è più forte di qualunque altro esercito del
Medio Oriente. E sì, la capacità economica di Israele è nota in tutto
il mondo: in Cina, in India e nella Silicon Valley sono celebrate la
tecnologia, l’innovazione e l’intraprendenza israeliane.
Ma lo Stato ebraico democratico affronta due gravi minacce che credo potrebbero mettere in pericolo la sua stessa esistenza.
La
prima è la possibile fine della soluzione dei due Stati. Sono un
conservatore ed un repubblicano ed ho appoggiato il partito Likud fin
dagli anni ’80. Ma la realtà è che 13 milioni di persone vivono tra il
fiume Giordano ed il mar Mediterraneo. E circa la metà di esse sono
palestinesi.
Se
l’attuale tendenza continua, Israele dovrà affrontare una scelta
drastica: concedere ai palestinesi pieni diritti e smettere di essere
uno Stato ebraico o abrogare i loro diritti e smettere di essere una
democrazia.
Per
evitare questi risultati inaccettabili, l’unico cammino è la soluzione
dei due Stati. Il presidente Trump e i suoi consiglieri sono
assolutamente impegnati per una pace in Medio Oriente. Gli Stati arabi,
come Egitto, Giordania, Arabia saudita ed Emirati Arabi Uniti sono ora
più vicini ad Israele di quanto non lo siano mai stati, e,
contrariamente a informazioni dei media, importanti dirigenti
palestinesi sono pronti, mi hanno personalmente detto, a iniziare
immediatamente negoziati diretti.
Ma alcuni israeliani e palestinesi stanno propugnando iniziative che minacciano di far fallire questa opportunità.
Gli
incitamenti [alla violenza] e l’intransigenza dei palestinesi sono
distruttivi. Ma lo sono anche i progetti di annessione, sostenuti dalla
destra [israeliana] e la diffusa costruzione di colonie ebraiche oltre
la linea di separazione [precedente alla guerra del 1967, ndt.]. Negli
ultimi anni le colonie in Cisgiordania su terre che molto probabilmente
in qualunque accordo di pace saranno parte dello Stato palestinese hanno
continuato a crescere e ad estendersi. Queste ottuse politiche
israeliane stanno creando una situazione irreversibile di Stato unico.
La
seconda duplice minaccia è la capitolazione di Israele agli estremisti
religiosi e la crescente disaffezione della diaspora ebraica. Molti
ebrei fuori da Israele non sono accettabili agli occhi degli
ultra-ortodossi israeliani, che controllano la vita rituale e i luoghi
santi nello Stato. Sette degli otto milioni di ebrei che vivono in
America, Europa, Sud America, Africa ed Australia sono ortodossi
moderni, conservatori, riformati o sono laici. Molti di loro hanno
cominciato a sentire, soprattutto negli ultimi anni, che la Nazione che
hanno appoggiato politicamente, finanziariamente e spiritualmente gli
sta voltando le spalle.
Sottomettendosi
alle pressioni esercitate da una minoranza in Israele, lo Stato ebraico
si sta alienando una vasta parte del popolo ebraico. La crisi è
particolarmente pronunciata tra la generazione più giovane, che è
prevalentemente laica. Un crescente numero di millenials ebrei –
soprattutto negli Stati Uniti – si sta allontanando da Israele perché le
sue politiche contraddicono i loro valori. I risultati sono
prevedibili: assimilazione, disaffezione e una grave erosione
dell’identificazione della comunità ebraica globale con la patria
ebraica.
Nell’ultimo
decennio ho visitato comunità ebraiche in oltre 40 Paesi. Membri di
ognuna di esse mi hanno manifestato la propria preoccupazione e
inquietudine sul futuro di Israele e sui suoi rapporti con la diaspora
ebraica.
Molti
ebrei non ortodossi, compreso il sottoscritto, sentono che in Israele
l’espansione di una religiosità promossa dallo Stato sta trasformando
una nazione moderna e liberale in una semi-teocrazia. Una grande
maggioranza di ebrei in tutto il mondo non accetta l’esclusione delle
donne da certe pratiche religiose, leggi restrittive sulla conversione o
il bando alla preghiera paritaria al Muro del Pianto. Sono disorientati
dall’impressione che Israele stia abbandonando la visione umanistica di
Theodor Herzl e stia assumendo sempre più un carattere che non
corrisponde ai suoi valori fondamentali o allo spirito del XXI° secolo.
I
dirigenti del mondo ebraico hanno sempre rispettato le scelte fatte dai
votanti israeliani ed agito di concerto con il governo democraticamente
eletto in Israele. Sono anche ben consapevole che gli israeliani sono
sulla linea del fronte, facendo sacrifici e rischiando le loro stesse
vite ogni giorno in modo che il mondo ebraico sopravviva e prosperi.
Sarò sempre in debito con loro.
Ma
a volte la lealtà richiede un amico che parli a voce alta ed esponga
una verità scomoda. E la verità è che lo spettro di una soluzione dello
Stato unico e il crescente divario tra Israele e la diaspora stanno
mettendo a rischio il futuro del Paese che mi è tanto caro.
Siamo
ad un bivio. Le scelte che Israele farà nei prossimi anni saranno
determinanti per il destino del nostro solo e unico Stato ebraico – e
per la costante unità del nostro amato popolo.
Dobbiamo
cambiare rotta. Dobbiamo spingere per una soluzione dei due Stati e
trovare un terreno comune tra noi in modo che possiamo garantire il
successo della nostra amata nazione.
Ronald S. Lauder è il presidente del Congresso Mondiale Ebraico.
(traduzione di Amedeo Rossi)
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