Messaggi di odio contro i palestinesi inviati ogni 71 secondi"

 Un nuovo rapporto pubblicato da 7amleh documenta i contenuti anti-arabi e anti-palestinesi sui social media in lingua ebraica e sottolinea le disparità nel modo in cui le autorità israeliane trattano il discorso violento online.

Foto illustrativa di un uomo che utilizza Facebook su un computer portatile. (Abed Rahim Khatib / Flash90)

Sintesi personale 

Foto illustrativa di un uomo che utilizza Facebook su un computer portatile. (Abed Rahim Khatib / Flash90)
Discorsi di odio, dichiarazioni dispregiative e richieste di violenza contro i palestinesi sono postate sui social media israeliani ogni 71 secondi, secondo un rapporto pubblicato questa settimana da 7amleh 

Uno su nove post   in ebraico contiene incitamento alla violenza o maledizioni, secondo l'indice del "razzismo e incitamento nei social network israeliani contro arabi e palestinesi", 7amleh ne   ha  monitorato la retorica violenta  - L'indice è costituito da  un elenco di 100 parole chiave . Circa 50.000 utenti israeliani di social media hanno pubblicato almeno un post che contiene  "incitamento" contro i palestinesi.
Con sede a Haifa, 7amleh offre formazione sui social media agli attivisti palestinesi in Israele, a Gaza e in Cisgiordania   e si batte per la protezione della libertà di espressione palestinese online.
L'uso  del termine "incitamento", che può essere un crimine in Israele, ha lo scopo di attirare l'attenzione sull'asimmetria nel modo in cui le autorità israeliane trattano il discorso violento sui social media. Centinaia di palestinesi - in Israele e nei territori occupati - sono stati arrestati e incarcerati in base a questa accusa , mentre relativamente pochi ebrei israeliani hanno dovuto affrontare accuse simili.

Casi  di palestinesi arrestati e processati per incitamento nei social media includono Dareen Tatour e Nariman Tamimi. La polizia israeliana ha arrestato  Dareen Tatour nell'ottobre 2015 per una poesia postata  su Facebook. Tatour ha trascorso finora due anni in carcere e agli arresti domiciliari senza una specifica accusa sul crimine commesso
Nariman Tamimi, madre dell'adolescente Ahed Tamimi, è stata accusata di incitamento da un tribunale militare israeliano per aver ripreso in diretta l'ormai famoso video del tentativo di sua figlia di allontanare due soldati israeliani armati fuori dal portico della casa di famiglia. A Nariman è stata negata la libertà su cauzione e, come sua figlia, resterà in prigione fino alla fine del processo.
Le figure politiche palestinesi - entrambi membri della Knesset ,come Ahmad Tibi e Haneen Zoabi hanno ricevuto : rispettivamente 40.000 e 35.000 post di odio .
Nadim Nashif, direttore esecutivo di 7 amleh, ha detto che la ricerca del gruppo "espone la complicità di Facebook nel perpetuare i doppi standard del governo israeliano : mettere a tacere e bloccare il contenuto palestinese pur consentendo la diffusione dell'istigazione israeliana".
"Inoltre", ha proseguito Nashif, "il governo israeliano non riesce a ritenere alcun israeliano responsabile della violenza online, mentre nello stesso tempo incarcera centinaia di palestinesi sulla base di questa infondata rivendicazione all' incitamento".
Secondo i dati pubblicati da Facebook , la società di social media ha limitato l'accesso a 472 post su richiesta del governo israeliano.


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 Hate speech against Palestinians posted every 71 seconds'

A new report published by 7amleh documents anti-Arab and anti-Palestinian content on Hebrew-language social media and highlights the disparities in the way Israeli authorities treat violent speech online. 



A new report published by 7amleh documents anti-Arab and anti-Palestinian content on Hebrew-language social media and highlights the disparities in the way Israeli authorities treat violent speech online. 
Illustrative photo of a man using Facebook on a laptop computer. (Abed Rahim Khatib/Flash90)
Illustrative photo of a man using Facebook on a laptop computer. (Abed Rahim Khatib/Flash90)
Hate speech, derogatory statements, and calls for violence against Palestinians are posted on Israeli social media every 71 seconds, according to a report published this week by 7amleh (pronounced Hamleh), the Arab Center for the Advancement of Social Media.
One out of nine social media posts about Palestinians in Hebrew contain calls to violence or curses, according to the 2017 “Index of racism and incitement in Israeli social networks against Arabs and Palestinians,” which 7amleh says was developed by monitoring violent and inciting rhetoric according to a list of 100 keywords of expressions, names, and personalities in Hebrew. Some 50,000 Israeli social media users published at least one post that contained “incitement” against Palestinians, according to the index.
Headquartered in Haifa, 7amleh provides social media training for Palestinian activists in Israel, Gaza and the West Bank and advocates for greater internet access and for the protection of Palestinian freedom of expression online.
The group’s use of the term “incitement,” which can be a crime in Israel, is intended to draw attention to the asymmetry in the way Israeli authorities treat violent speech on social media. Hundreds of Palestinians — in Israel and in the occupied territories — have been arrested and jailed for posts deemed incitement, while comparatively few Israeli Jews have faced similar charges.
Palestinian poet Dareen Tatour seen in the Nazareth court, December 4th, 2017. (Oren Ziv/Activestills.org)
Palestinian poet Dareen Tatour seen in the Nazareth court, December 4th, 2017. (Oren Ziv/Activestills.org)
Notable cases of Palestinians arrested and prosecuted for social media incitement include Dareen Tatour and Nariman Tamimi. Israeli police arrested 34-year-old Palestinian poet Dareen Tatour in October of 2015 for a poem and several statuses she posted on Facebook. Charged with incitement to violence and identifying with a terrorist organization, Tatour has thus far spent over two years in prison and under house arrest — and she has yet to be convicted of a crime.
Nariman Tamimi, mother of teenaged Ahed Tamimi, was charged with incitement in an Israeli military court for livestreaming the now-famous video of her daughter’s attempt to push two armed Israeli soldiers off of the porch of the family’s home. Nariman was denied bail and, like her daughter, will remain in prison until the end of her trial.
Palestinian political figures — both members of Knesset and Fatah and Hamas leaders — were most often the targets of violent social media content, 7amleh found. Joint List MKs Ahmad Tibi and Haneen Zoabi received the most online hate: 40,000 and 35,000 posts respectively.
Nadim Nashif, 7amleh’s executive director, said that the group’s research “exposes Facebook’s complicity in perpetuating the double standards of the Israeli government of silencing and shutting down Palestinian content whilst allowing for the spread of Israeli incitement.”
“Furthermore,” Nashif continued, “the Israeli government fails to hold any Israeli accountable for online violence while at the same time it jails hundreds of Palestinians based on this unfounded claim of incitement.”
According to data published by Facebook, the social media company restricted access to 472 posts at the request of the Israeli government.

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7amleh Center publishes research outlining Israeli incitement and hatred against Palestinians online.
7amleh.org



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GAZA. Giornalisti in piazza contro Facebook - Nena News


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Presidio di lunedì a Gaza contro Facebook. (Foto tratta dall'agenzia Anadolu)



Presidio di lunedì a Gaza contro Facebook. (Foto tratta dall’agenzia Anadolu)
della redazione
Roma, 7 marzo 2018, Nena News – Un presidio per protestare contro la politica anti-palestinese di Facebook. È quanto ha organizzato lunedì il Journalist Support Committee (Jsc) fuori il quartier generale dell’Unesco a Gaza. Salah al-Masri, presidente del Jsc, non ha dubbi: “È davvero scandaloso osservare come Facebook agisca contro la causa palestinese bloccando e cancellando senza alcun preavviso gli account degli attivisti social e le pagine pro-Palestina. Facebook è una piattaforma che promuove la comunicazione tra comunità, le notizie su di loro e la loro cultura. Tuttavia, oggi è una piattaforma che serve gli [interessi] israeliani”. Secondo al-Masri, l’obiettivo del colosso californiano è quello di far dominare la narrativa israeliana silenziando quella dei palestinesi. Una situazione che, sostengono da Gaza, sarebbe peggiorata dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele fatta dal presidente Usa Donald Trump lo scorso 6 dicembre.
Da qui l’idea di protestare in strada lunedì, non solo per sensibilizzare i gazawi sulle politiche pro-israeliane di Facebook, ma anche nel tentativo di esercitare pressioni sull’azienda statunitense affinché possa riaprire le pagine e gli account che ha recentemente chiuso.
La vicinanza tra Israele e il colosso sociale, del resto, è cosa risaputa: nel 2016 il governo di Tel Aviv e Facebook hanno trovato una intesa per “fermare l’istigazione”. Secondo quanto ha riferito alla stampa il direttore dell’ufficio informazioni del governo a Gaza, Salameh Maarouf, l’accordo tra le due parti è stato raggiunto il 9 settembre di due anni fa durante gli incontri tra i rappresentati dell’azienda californiana e i ministri israeliani Gilad Erdan (Sicurezza interna) e Ayelet Shaked (Giustizia).
L’esecutivo Netanyahu aveva esplicitamente chiesto al colosso diretto da Mark Zuckerberg di cancellare le pagine, gli account e i post palestinesi che “incitavano alla violenza”. Ad una conferenza sull’attivismo digitale che ha avuto luogo in Cisgiordania lo scorso gennaio, alla manager delle politiche di Facebook, Aibhinn Kelleher, è stato chiesto della presunta cooperazione tra la sua azienda e Tel Aviv. Israele avrebbe chiesto informazioni per 509 account Facebook nella prima metà del 2017 e, nel 77% dei casi, avrebbe ottenuto almeno qualche informazione. Kelleher ha però parlato di “fraintendimenti” sugli incontri tra i rappresentati della compagnia e il governo israeliano perché il colosso dei social “non ha preso posizione”.
Sarà. Ma intanto Khaled Safi, un consulente media palestinese, sostiene che l’azienda californiana continua a silenziare le voci dei palestinesi. La vicenda del giornalista gazawi Muthana al-Najjar (oltre 100.000 “like” sulla sua pagina Facebook, il terzo attivista social palestinese) è emblematica. Dall’annuncio del controverso riconoscimento di Gerusalemme del presidente statunitense, a Najjar è stato impedito di postare articoli per ben 4 volte. La prima volta per 30 giorni, la seconda per sette (metà gennaio), la terza per 3 (a inizio febbraio) e, infine, ha avuto un bando per altri 30 giorni a fine mese dopo che aveva postato un video in cui si chiedeva il rilascio di un palestinese detenuto in una prigione israeliana. Chiuse permanentemente sono poi le pagine Facebook Palestine Net, Isharaqat Magazine, Palestine 27, Palestine Plus, Jerusalem. Il Centro social Media Sada, che studia le violazioni contro contenuti palestinesi, dà i numeri: 500 infrazioni registrate da febbraio con 100 pagine chiuse e 70 account sospesi. Tutti, manco a dirlo, vicino alla causa palestinese. “Dalla dichiarazione di Trump su Gerusalemme – ha detto il coordinatore di Sada Iyad Rifai – Facebook ha aumentato il suo monitoraggio sulle pagine palestinesi descrivendo i loro contenuti come provocatori. Uno standard che non viene applicato però contro quelli israeliani. Abbiamo registrato più di 60.000 pubblicazioni israeliane [nello stesso periodo] che istigano [alla violenza contro i palestinesi] ed esortano l’esercito d’occupazione [israeliano] a uccidere i palestinesi”. “C’è in media – conclude Rifai – un post anti-palestinese ogni 47 secondi”. Nena News


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