Facebook : La Viralità è Morta, Ora c’è la Reputazione
Da l’ultimo
cambio dell’algoritmo di Facebook, a metà Gennaio di quest’anno, in
poi, è un susseguirsi di analisi, e sedicenti tali naturalmente, sulla
morte di Facebook. Un tripudio di banalità, che vanno dal compiacimento
sul calo del tempo speso e degli utenti, da parte dei publisher, che
dopo essersi fatti stringere il cappio di velluto al collo con colpevole
ritardo si rendono conto, finalmente, che l’idea che la piattaforma
social possa essere esclusivamente un driver di traffico, e di guadagni,
è come la corazzata Potëmkin secondo Paolo Villaggio, al piagnisteo, di
uno stuolo di “socialmediacosi”, per il calo di visibilità delle pagine
che gestiscono, male, per due spicci, con qualcuno che è arrivato a
dire che «Facebook non ha più swing». Sono certo che se, come il
sottoscritto, abitate la Rete le avrete lette anche voi.
Facebook che, che che se ne dica, tra i social resta comunque il referral più importante.
Ma al di là degli aspetti prettamente quantitativi, nel complesso, quel
che succede in realtà è che vi è un’evoluzione, con i social, a partire
da Facebook naturalmente, che di fatto sono sempre
più rented, endorsed e boosted media al tempo stesso. Soprattutto, per
fortuna, nel complesso la viralità è “morta” ed assume sempre più
valore la reputazione.
La conferma, in caso di dubbi, arriva da un report pubblicato in questi giorni da Buzzsumo. Da l’analisi di 100 milioni di articoli pubblicati nel 2017 emerge che mediamente il numero di condivisioni si sono dimezzate rispetto a due anni. Trend che, come avevamo segnalato, riguarda anche il nostro Paese.
Non a caso però non si tratta di una
tendenza che riguarda in egual misura tutti i publisher, anzi. Come
mostrano con chiarezza i due grafici sottostanti, relativi alle
condivisioni dei contenuti di BuzzFeed e del NYTimes, ci sono testate,
come appunto la “Gray Lady”, per le quali il trend è esattamente opposto.
I
titoli sensazionalisti, il click-baiting, le liste [ve le ricordate?],
funzionano sempre meno, hanno nell’insieme un appeal sempre meno
consistente. Non a caso proprio BuzzFeed è una di quelle testate all
digital che non ha raggiunto gli obiettivi 2017 ed ora, dopo essere
stati “i fenomeni” dei social, invocano una maggior regolamentazione di Facebook.
Per contro i contenuti di spessore,
autorevoli, veicolati da [news]brand che hanno una forte reputazione,
qual è appunto il caso del NYTimes che, nonostante abbia 166 anni ora
sta crescendo come una startup della Silicon Valley, invece presenta un trend completamente opposto.
Tendenza confermata ulteriormente, se necessario, dalla nostra analisi
sull’audience dei contenuti editoriali fruiti in app di Facebook, anche
per quanto riguarda l’Italia, con il Post di Luca Sofri, che sta
facendo, “silenziosamente”, un ottimo lavoro, in controtendenza rispetto
al calo generale.
Insomma, la viralità è morta, ora c’è,
la reputazione. Naturalmente vale tanto per i newsbrand quanto per i
brand. Sicuramente è bene prenderne nota in entrambi i casi e, come dicevamo
proprio in concomitanza con l’ultimo cambio dell’algoritmo di Facebook,
“entrare nella barra dei preferiti degli utenti”, delle persone,
potrebbe essere un’ottima descrizione sintetica di un piano di
comunicazione all’altezza dello scenario in cui viviamo. Compito
impossibile da raggiungere senza fiducia, senza, appunto, una buona
reputazione.
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